Annullata la sentenza di assoluzione di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco, provincia di Pavia. Lo ha stabilito la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Paolo Bardovagnim, inducendo la disposizone di un nuovo, ulteriore, processo d’appello. L’ex fidanzato della vittima era stato assolto sia in primo che in secondo grado. La Cassazione ha però optato per l’accoglimento del ricorso della Procura di Milano e dei genitori della ragazza uccisa. Questa mattina Stasi non era presente in aula. “Sono dispiaciuto e incredulo, non si capisce il motivo“, sono state le prime parole che l’ex studente bocconiano ha riferito all’avvocato Fabio Giarda. Il quale ha aggiunto: “Leggeremo le motivazioni. Ma eravamo di fronte a due sentenze granitiche e cristalline, conformi nel dichiarare l’assoluzione di Stasi. Bisognerà capire se hanno accolto le richieste di rinnovazione dell’istruttoria sul capello o sulla bicicletta oppure se hanno annullato per vizi motivazionali“.

A questo punto sarà la volta dell’appello bis, celebrato dinanzi ad un’altra sezione della Corte d’assise d’appello di Milano. Con questa decisione la Suprema corte ha sposato appieno la tesi della Procura generale di Piazza Cavour, che attraverso la requisitoria di Roberto Aniello aveva precedentemente chiesto di annullare l’assoluzione per Stasi. “Siamo contenti che le nostre valutazioni abbiano trovato un’autorevole conferma”, ha trapelato soddisfazione Francesco Compagna, uno degli avvocati di parte civile che ha rappresentato la famiglia Poggi. Chiara Poggi, 26 anni, venne uccisa nella propria abitazione, in via Pascoli a Garlasco. Fu l’allora fidanzato Stasi, allora 24enne laureando alla Bocconi, a darne l’allarme. L’imputato entrò dalla porta socchiusa, camminò sul pavimento sporco di sangue, e poi trovò il corpo riverso a terra, sulle scale che portano in taverna. Su di lui si concentrano, fin da principio, le indagini. A non convincere gli investigatori sono le scarpe immacolate del giovane, l’assenza delle rispettive impronte sul pavimento di casa Poggi e una serie di dettagli inerenti il ritrovamento della vittima. Tutti elementi, questi, che lo portano all’iscrizione nel registro degli indagati.

Sarà, successivamente, il ritrovamento del dna della vittima sui pedali della bicicletta bordeaux da uomo, di proprietà di Stasi, a far parlare di “pistola fumante”: per il giovane scattano le manette. Tuttavia, di fronte a un quadro probatorio non convincente, il gip Giulia Pravon lo rimette in libertà. Il gup Stefano Vitelli giudica l’imputato con rito abbreviato, ma il processo lampo inizia a complicarsi: il giudice infatti è costretto a disporre ulteriori accertamenti per sopperire ad “alcune significative incompletezze d’indagine“. Nella battaglia processuale confluiscono il computer dell’imputato, l’orario del decesso e la perizia sulle macchie ematiche presenti nella villetta di via Pascoli. L’accusa chiede la condanna a trent’anni di reclusione. Diversi gli indizi raccolti contro l’ex fidanzato: tra essi, le scarpe candide, i pedali della propria bicicletta con tracce del sangue della vittima, e ancora le rispettive impronte miste al dna di Chiara repertate sull’erogatore del sapone nel bagno in cui l’assassino si era lavato le mani prima di fuggire. Nessun alibi, secondo l’accusa, per l’ex fidanzato: l’uomo non poteva essere al computer mentre la ragazza veniva uccisa.

Contro di lui “ci sono solo indizi”, è la tesi difensiva. Alberto Stasi poteva camminare sul pavimento della villetta senza sporcarsi le scarpe con il sangue della vittima, il pc portatile ‘compromesso’ dagli accessi degli investigatori rende credibile il suo alibi, la traccia sui pedali della bici e sul dispenser del sapone non convincono unilateralemnte gli esperti. Il 17 dicembre 2009 arriva per Alberto la prima assoluzione. Il tentativo dell’accusa e della parte civile di riaprire il processo davanti ai giudici d’appello di Milano non ottiene risultati positivi: nessun nuovo esame viene infatti dispotso su un capello ritrovato fra le mani di Chiara, nessun sequestro di un’ulteriore bicicletta nella disponibilità della famiglia Stasi, nessuna prova sperimentale della camminata di Alberto sui gradini di casa Poggi. E il 5 dicembre 2011, dopo solo cinque udienze, arriva anche la seconda assoluzione. Ora, però, tutto ricomincia da capo e la giustizia come infelicemente spesso accade, pare non aver fatto alcun passo in avanti.

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5 COMMENTI

  1. Il Codice di Procedura Penale prevede che la richiesta di analisi di ogni reperto sia sempre soddisfatta, da qualunque parte processuale provenga. In molti processi invece, questo non viene eseguito. La ragione giurdica del rinvìo consiste dunque, non in una condanna di Stasi da parte della Cassazione (che non entra mai nel merito, se non incidentalmente), ma nella necessità che tale regola metodologica sia sempre rispettata (e talvolta non lo è neppure dalla stessa Corte di Cassazione). Spesso i giudici, per ragioni mediatiche e per esigenza di “velocità”, poco congrua con la rcerca della verità che esige buon uso del tempo (non spreco del tempo), arrivano alla sentenza senza applicare tale regola rigorosa.

    Poi nel merito, si sa che la gente comune osserva le cose come se si trattasse di romanzi, films o fictions gialli, in cui per forza occorre trovare l’autore del delitto. Si sa che gli inquirenti puntano sempre piuttosto sul “vicino” che sul “lontano”: quindi familiari, congiunti, amici, conoscenti, ecc. Nessuno di noi, non essendo presente materialmente al delitto, può dire con sicurezza: fu quello oppure quell’altro. Potrebbe essere un estraneo, un ladro o chi altro. Mi pare che, a proposito di insufficienza di indagine, non si sia cercato se Chiara Poggi frequentasse a qualunque titolo altre persone (non sarebbe ragionevole pensare che non andasse oltre genitori e fidanzato). Certo, vi sono elementi strani, ma nel caso delle scarpe pulite, occorrerebbe provare che ne ha gettato via altre sporche di sangue. Il che non fu. Del resto, se le scarpe o altro fossero stati sporchi di sangue, ecco che avrebbero detto subito: “E’ lui l’assassino, che gronda sangue della vittima”. Insomma, signori miei, nella storia di Venezia è nota la vicenda del “poaro fornareto” (il garzone di fornaio), apparentemente colto con l’arma del delitto in mano, dopo aver minacciato la sua vittima. Più prova di così ! E nondimeno, il vero assassino confessò, ma troppo tardi, perché “el poaro fornareto” era stato nel frattempo decapitato. Di qui, nei Tribunali veneziani era scritto a monito dei giudici, “Ricordatevi del poaro fornareto” ! Le apparenze non bastano. né per condannare, né per assolvere.

  2. Doveroso l’ apertura del processo per questo delitto efferato.
    La ragazza venne uccisa per un impeto d’ ira per cui non può essere stato un
    estraneo. Ogni omicidio ha il suo movente e quindi per uccidere una persona
    la persona deve avere motivi che lo hanno spinto ad assassinare un suo simile.
    Il fidanzato è un tipo freddo e anche furbo.
    Dopo averla massacrata ritornò nella casa della fidanzata per accertarsi se era ancora viva visto che aveva fatto diverse telefonate.
    In quel frangente diede l’ allarme di aver trovato la fidanzata morta.
    Ma la ragazza era stata uccisa da Stasi e quindi si era procurato un alibi.
    Vedremo al terzo processo cosa succederà.
    Angelo

  3. La Verità sopratutto per questo delitto.
    In primis per i genitori i quali hanno perso una figlia nel fiore della giovinezza.
    Ogni delitto ha un movente e quindi non si sveglia la mattina una persona e uccide un suo simile.
    Le indagini non sono state effettuate a dovere.
    Ci sono dei punti a cui dare una risposta.
    Primo, perché non sono state fatte le analisi del capello trovato nella mano della vittima?
    Secondo, di chi erano le impronte lasciate sui pedali della bici?
    Il fidanzato ha cercato di far capire agli inquirenti che lui aveva scoperto il cadavere.
    Questo lo deve dimostrare in quanto con questo suo gesto si è creato un “alibi”.
    Lui è ritornato nella casa per assicurarsi se la fidanzata era ancora viva.
    In quel frangente aveva dato l’ allarme, ma la ragazza era stata uccisa dal fidanzato.
    Non può essere stato un estraneo, il quale questo omicidio è stato commesso per un impeto di ira. Può darsi che la fidanzata aveva scoperto che il suo fidanzato apriva file inerenti file pornografici, infatti fu condannato a 30 giorni, in seguito a una multa se non erro di 2.450 euro.
    Vedremo in seguito se si saprà la verità di questo orribile omicidio e consegnare alla giustizia il colpevole di un omicidio così efferato.

  4. BENE HA FATTO LA CASSAZIONE
    Buon articolo della dott.ssa Letizia Pieri. Molto equilibrato. Io penso che un nuovo processo sia giusto e doveroso nell’interesse di tutti… anche dell’imputato. L’errore vero è nella legge che consente di essere giudicati da un solo giudice che potrebbe anche capirci poco quindi non essere all’altezza; questo lo dico in generale senza alcun riferimento specifico. Quei fenomeni che siedono in Parlamento e che fanno leggi a capocchia dovrebbero sapere che un omicidio non è un divieto di sosta !!! Deughis

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