Mentre le Camere sono state convocate ufficialmente lunedì 15 aprile per il via alle operazioni per eleggere il nuovo Capo dello Stato -il primo voto dovrebbe tenersi giovedì 18 – si profila una sfida d’altri tempi per la scalata al Colle. Massimo D’Alema contro Romano Prodi, alleati e al contempo nemici per una decade e, ora, in lizza entrambi per la succesisone a Giorgio Napolitano. Nel mezzo, però, peseranno, e non poco, le scelte di Beppe Grillo (e del MoVimento 5 Stelle) e anche di Silvio Berlusconi.

Il nome di Prodi circola ormai da mesi tra i favoriti per la scalata al Quirinale e, a pochi giorni dal via ufficiale alla corsa, sembra tutt’altro che passato di moda.

Addirittura, nei giorni precedenti alle elezioni si è vaticinato di un incontro segreto proprio tra l’ex presidente della Commissione europea e il guru del MoVimento 5 Stelle Gianroberto Casaleggio. Il feeling malcelato tra Prodi e una parte dei grillini è la chiave di volta che potrebbe risultare decisiva per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.

Numeri alla mano, infatti, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle e delegati regionali supererebbero il quorum minimo per eleggere un candidato comune alla massima carica dello Stato. Tutto ciò, però, tenendo presente due condizioni: la cifra di voti minima per l’elezione non arriverebbe prima della quarta chiama e, soprattutto, il Pd, di cui Prodi è fondatore originario e primo presidente, è tutt’altro che unanime nell’appoggio all’ex premier.

Si parla, infatti, di 120 parlamentari democratici che, di fronte al nome di Prodi, si sarebbero detti pronti a sottoscrivere una petizione per bloccarne la candidatura. Una fronda interna che può diventare uno scoglio troppo elevato per le ambizioni del “padre” dell’Ulivo.

Per converso, sul fronte del centrodestra immaginare Romano Prodi alla guida del Csm suscita più forti pruriti ai berluscones più intransigenti, che dunque stanno studiando le mosse per minare la strategia del Pd.

In questa ottica può essere interpretata l’uscita di Mara Carfagna, ieri, a Sky, dove ha speso parole al miele per Emma Bonino“mi sentirei garantita” – un personaggio che vanta indubbie simpatie anche tra le file più laiche dello schieramento avverso e sarebbe in grado di creare scompiglio in casa Pd.

Ma i cattolici, dal canto loro, non ci stanno e rivendicano la necessità di un personaggio di area moderata ai certici delle istituzioni, ed è così che restano in voga anche i nomi di Franco Marini e Pierluigi Castagnetti.

Ufficialmente, la posizione del Pdl è invece quella di avere un esponente del proprio recinto politico alla Presidenza della Repubblica, dopo l’ex comunista Napolitano (il quale, comunque, a scadenza di mandato è tutt’altro che inviso ai partiti di centrodestra). Così, si sono avanzati i nomi di Marcello Pera, l’immancabile Gianni Letta, mentre un outsider da tenere d’occhio potrebbe essere Antonio Martino.

Eppure, il vero asso nella manica di Berlusconi sarebbe un altro: stando alle riscotruzioni di Repubblica, infatti, il Cavaliere avrebbe rivelato a una pattuglia ristretta di fedelissimi il proprio favorito. Alzi la mano chi non lo sospettava: si tratta di Massimo D’Alema.

Proprio l’ex ministro degli Esteri e presidente Copasir, all’infuocata direzione Pd post elettorale, aveva ribadito senza nascondersi la propria morale di vita politica: “Liberiamoci dal complesso dell’inciucio”. Ora, complesso o no, dopo il famoso patto della crostata che fece cadere Prodi nel 1998, pare sia in forno l’inciucio supremo, che potrebbe proiettarlo addirittura alla guida della Repubblica.

D’Alema contro Prodi: quindici anni fa, il Professore fu costretto a passare la mano dopo aver incassato la sfiducia al proprio governo. L’esperienza che aveva portato l’Italia nel gruppo di testa dei Paesi euro era ufficialmente conclusa e l’Italia, di lì a poco, potè garantire le proprie basi per l’intervento militare della Nato in Kosovo. Chi rese possibile tutto ciò? Naturalmente il “baffino”, che soppiantò l’eletto Prodi a palazzo Chigi, rimanendo in sella fino al 2000.

Prodi e D’Alema rappresentano anche due modi di vivere la politica che oggi vengono a conflitto: da una parte, il professore “prestato” alla macchina statale, estraneo – ma non troppo – alle logiche di partito, dall’altra l’incarnazione perfetta di quanto viene riconosciuto – positivamente o meno – come “apparato”.

Prestissimo, si dice, gli sherpa Pd e Pdl si troveranno attorno a un tavolo per discutere concretamente del Quirinale. Il MoVimento 5 Stelle, invece, sceglie la via della trasparenza e ha già indetto una votazione online per scegliere il proprio candidato: siaao dunque al rush finale, le quotazioni, a questo punto, si fanno elevate.

Tutto è ancora da definire, ma lo scontro che si profila tra Prodi e D’Alema non riguarda solo il Quirinale: dopo decenni di contrasti, divisioni, e occasioni perse, sembra si stia profilando la resa dei conti definitiva interna al centrosinistra.

 


2 COMMENTI

  1. Cambiamento a parole, Prodi e D’Alema non rappresentano nessun cambiamento, preferisco mille volte Bonino o Zagrebelsky se vogliamo rimanere nel conosciuto.Con tutto il parlare che se ne fa e tutti gli incontri privati pure l’elezione del presidente della repubblica e’ truccata, non si salva piu’ niente che schifo di paese.

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