Unione europea, gli Stati leader uniti per difendere la privacy degli utenti web dal colosso Google. Dunque, dopo le ingiunzioni fiscali, i giganti del web devono arginare l’offensiva dei governi che chiedono maggiori garanzie per la riservatezza dei dati personali.

L’azienda leader nelle ricerche online, con sede a Mountain View, California, è intestataria di un fascicolo trasversale tra gli esecutivi del vecchio Continente, con capofila proprio l’Italia, che ha diramato la nota investigativa nei confronti di Google a seguito dei 4 mesi di tempo concessi alla multinazionale per attenersi alle normative comunitarie, terminati senza esito. In particolare, le coordinate a cui il gruppo americano si sarebbe dovuto attenere, sono indicate nella Direttiva europea sulla protezione dei dati (Direttiva 95/46/CE)

Tra i sostenitori della crociata contro l’invasività del motore di ricerca universalmente più utilizzato dai navigatori in rete, figurano anche Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi. Insomma, per una volta l’Europa si mostra unita e convinta a proteggere la riservatezza dei propri cittadini e, caso rarissimo, è l’Italia a guidare il gruppo.

Secondo le ultime direttive adottate da Google, infatti, la sovrapposizione “generalizzata” delle tracce lasciate dagli utenti in ambiente Gmail, YouTube, Maps, News, Analytics e le altre applicazioni dell’universo della grande G, sarebbero in contrasto contro le leggi comunitarie sulla privacy.

Il sospetto dei governi europei è quello che il colosso del web per eccellenza riesca a stilare milioni di profili individuali, per trarne beneficio commerciale cedendoli a terze parti che li riutilizzerebbero a scopi commerciali

La prima a usare il pugno di ferro contro il mototre di ricerca è stata la Germania, nel 2009, quando era stato proprio Analytics, il “contatore” delle utenze sul web, a finire nel banco degli imputati. L’azienda, a seguito della presa di posizione del governo tedesco, si era vista costretta a rivedere le proprie politiche di sfruttamento dei dati.

Ma ancora non basta. Così, quattro mesi or sono, è stato aperto un nuovo dossier, cui questa volta Google non ha risposto positivamente con sensibili modifiche al proprio regime di monitoraggio delle abitudini al pc degli utenti. Al gruppo si chiedeva di inserire informative privacy nei singoli prodotti, o, anche,  fornire informazioni accurate sui dati più delicati, come i pagamenti online. Punti tutt’altro che secondari ma ancora non soddisfatti, secondo l’Auhority, che ha dunque avviato l’istruttoria vera e propria, diramata ieri dallo stesso Garante.

“Google non può raccogliere e trattare i dati personali senza tenere conto del fatto che in Europa vigono norme precise a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini”, queste le parole del rappresentante italiano dell’Authority, Antonello Soro.

Che l’iniziativa abbia riscosso il supporto dei maggiori Stati europei, ha rincuorato la commissaria europea Viviane Reading, che ha salutato la concordia tra i membri Ue con queste parole: “E’ bello vedere sei autorità nazionali riunite per far applicare le regole della protezione dei dati in Europa”.

E Google che fa? La prima reazione è stata sulle difensive: “La nostra normativa sulla privacy rispetta le leggi europee e ci permette di creare servizi più semplici ed efficaci. Siamo stati costantemente in contatto con le diverse Autorità garanti della privacy coinvolte nel corso di questa vicenda e continueremo a esserlo in futuro”. Eppure, la coincidenza – o forse no – ha voluto che la responsabile privacy in Usa Alma Whitten abbia rassegnato proprio nelle ultime ore le proprie dimissioni.


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