Che si tratti di una corrente, lo hanno sempre negato. Ma oggi, per la prima volta, i parlamentari del Pd vicini a Matteo Renzi hanno marcato una forte differenza con il resto del Partito democratico, presentando un disegno di legge per eliminare i finanziamenti pubblici ai partiti. Una linea già bocciata dal tesoriere del partito, ma supoprtata dalle parole dure del sindaco di Firenze, che apre così la sua nuova scalata al partito.

I firmatari dell’atto depositato in Senato sono 10 eletti a palazzo Madama che rispondono ai nomi di Andrea Marcucci, Rosa Maria De Giorgi, Stefano Collina, Nadia Ginetti, Roberto Cociancich, Laura Cantini, Mauro Del Barba, Isabella De Monte, Stefano Lepri e Mario Morgoni.

Secondo quanto si legge nel provvedimento consegnato dai renziani venuti allo scoperto, l’obiettivo sarebbe quello di abrogare efinitivamente il rimborso elettorale, la fattispecie attraverso la quale, cioè, è stato salvato il sostentamento pubblico ai partiti politici dopo l’esito del referendum del 1993.

“Il rimborso elettorale ai partiti va interamente abrogato – spiegano le ragioni del ddl – perché rappresenta una forma impropria di finanziamento pubblico alla politica. Il meccanismo disciplinato dalla legge attualmente in vigore, non fa infatti alcun riferimento alle spese sostenute dai partiti nelle competizioni elettorali ma eroga un finanziamento sulla base dei voti ricevuti”.

Dunque, è proprio la consultazione di vent’anni fa a dover costituire da punto di una nuova partenza: “Bisogna ripartire dal referendum del 1993 che fu clamorosamente aggirato e abolire una legge giustamente invisa all’opinione pubblica, per poi studiare meccanismi alternativi che prevedano il contributo diretto dei cittadini, anche attraverso il credito di imposta”.

La linea di Renzi in materia, del resto, è conosciuta da tempo e, non a caso, proprio il sindaco fiorentino, nelle ultime ore, ha pubblicato sul sito della Fondazione Big Bang tutti i nomi dei finanziatori che hanno supportato economicamente la sua corsa alle primarie del centrosinistra, terminata con la vittoria di Pier Luigi Bersani al ballottaggio.

Non a caso, nei propositi del ddl appena depositato a palazzo Madama, il salvagente per i partiti arriverebbe proprio dal fundraising delle macchine politiche che dovrebbero sostenersi per mezzo di versamenti volontari.

Lo stesso Renzi, nelle ultime ore, ha affermato che “la politica continua a proporre soluzioni che poi non riesce a concretizzare. il tempo è scaduto, tante imprese sono sull’orlo della fine.  Rischiamo di perdere la strada per tornare a casa: ormai bisogna prendere atto che la clessidra e agli sgoccioli” elencando poi i possibili risparmi sulla macchina pubblica che possono essere operati fin da subito: “Spendere meno si può”.

Intanto, l’iniziativa dei senatori renziani viene condannata dal tesoriere Antonio Misiani, che sottolinea: “Il ddl presentato dai renziani non rappresenta la linea del partito, si tratta di un’iniziativa di un singolo gruppo di parlamentari, la posizione del partito resta quella annunciata dal segretario Bersani”. Dopo il tentativo a vuoto del segretario, dunque, i renziani non concederanno all’ex premier incaricato nessun “tempo supplementare”.

 


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