Al secondo giorno di legislatura, il MoVimento 5 Stelle è andato in corto circuito. Colpa – o forse, merito – della candidature a sorpresa avanzate dal centrosinistra per la seconda e la terza carica dello Stato, che hanno assiso a nuovi presidenti delle Camere Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Indubbiamente, il vero asso nella manica del centrosinistra è stato promuovere l’ex procuratore nazionale Antimafia come numero uno al Senato, un coup de théâtre che ha colto alla sprovvista i rappresentanti grillini, improvvisamente catapultati nell’agone dopo una giornata passata a osservare i lavori dai banchi più alti del Parlamento.

Un risveglio, o per altri, un incubo: scoprire che una decina, forse più, senatori-portavoce dei 5 Stelle, nel segreto dell’urna, si sono espressi a favorei di un esponente Pd ha inevitabilmente aperto un confronto accesissimo sulle piazze (virtuali e non) dove il MoVimento di Beppe Grillo imperversa.

Senza dubbio, a provocare l’impasse tra le file grilline, ha contribuito l’avversario di Grasso nella corsa alla presidenza del Senato: quel Renato Schifani che ha detenuto la carica negli ultimi 5 anni e simbolo della politica siciliana più invisa alla base di consenso del MoVimento, in una delle culle dove si è più vigorosamente affermato. Ai senatori, insomma, si è presentata una scelta quantomai ardua: astenersi con il rischio che passasse Schifani o pronunciarsi a favore dell’ex procuratore? Un interrogativo da cui non è arrivata risposta univoca, tanto che lo stesso capogruppo al Senato Crimi ha prima annunciato “non saremo la stampella di nessuno”, salvo poi ritrattare, confermando che “nella cabina elettorale qualcuno ha agito in coscienza, e questa è stata anche una grande espressione di libertà”.

Dal canto suo, però Beppe Grillo non è andato sul morbido con i senatori “in libera uscita”: secondo il Codice di comportamento dei portavoce a 5 Stelle, infatti, la decisione assunta a maggioranza – i retroscena della turbolenta riunione M5S al Senato raccontano di 38 voti per l’astensione, 21 per la libertà di voto e 18 per il sì a Grasso – va comunque rispettata. Così, il comico blogger, sabato notte, ha invitato i dissidenti a “trarre le loro conseguenze”, accusandoli di aver tradito il patto con gli elettori. A norma di regolamento, potrebbe essere indetta una petizione online tra gli iscritti per giudicare se il comportamento di coloro che hanno votato Grasso sia passibile o meno di espulsione.

Forse, però, stavolta Grillo e Casaleggio attraverseranno la tempesta, lasciando correre. E ciò, almeno per due ragioni: perché, in cuor loro, sanno che la scelta di Grasso e della Boldrini – due new entry assolute alle Camere – è arrivata in seguito alla travolgente domanda di cambiamento emersa con le ultime elezioni e di cui il MoVimento è principale, se non unico, megafono; ma, soprattutto, perché, come ha scritto il leader nell’ultimo post, “queste presidenze sono due foglie di fico, che dureranno lo spazio di una legislatura che si annuncia breve”.

Insomma, facciamo passare la nottata: sembra questo l’invito “a mente fredda” del comico. Ma qualche incognita pende ancora sul destino del MoVimento 5 Stelle. Innanzitutto, le prossime consultazioni: all’indomani delle elezioni, era stato proprio Grillo ad annunciare: “Al Quirinale andremo io o Casaleggio”. Dunque, saranno le due eminenze grigie M5S, nei prossimi giorni, a spiegare al Capo dello Stato la posizione del partito più votato. Verosimilmente, sarà, come annunciato nei giorni scorsi, quella di un governo “a 5 Stelle e non dei 5 Stelle”, con personalità di alto profilo estranee alla scena politica.

Se per Bersani la strada pare comunque impraticabile – la sua presidenza del Consiglio con ogni probabilità vanificherebbe gli sforzi di provare a costruire una maggioranza in Parlamento – come si comporteranno i rappresentanti di Grillo in Parlamento in caso Napolitano affidi un mandato “esplorativo” a personalità dai connotati del tutto simili a quelli di Grasso e di Laura Boldrini?

Dietro l’angolo, poi, c’è la partita del Quirinale: un compito al quale, diversamente dalla formazione del governo, il Parlamento in carica non potrà in alcun modo sottrarsi. Grillo e il MoVimento 5 Stelle continueranno con la linea intransigente, rischiando spaccature ancora più profonde, o cercheranno di cambiare dall’interno quel sistema così odiato, nel caso di un nome, anche qui, senza “peccato originale”?

Il rischio c’è e non di poco conto: risentirne in termini di consenso alle prossime – e probabilmente vicine – elezioni. A meno di un mese dal boom elettorale, che ha lanciato Grillo sulle prime pagine di tutto il mondo, il MoVimento 5 Stelle è già a un bivio.

 

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