Il giornalismo di denuncia non deve subire censureLo ha stabilito ieri la Quinta sezione penale della Cassazione, sentenza 9337/2013, rigettando il ricorso avanzato dai vertici della Casa Olearia Italiana spa contro una sentenza emanata dalla Corte d’appello di Lecce che aveva previsto l’assoluzione di Milena Gabanelli e Bernardo Iovene, della trasmissione Rai Report, dal reato di diffamazione in concorsoIl contenuto, oggetto di discordia, che ha scatenato l’iter processuale è stato un servizio, andato in onda il 10 marzo del 2002, in cui veniva inoltrato il sospetto che la ditta querelante, all’epoca dei fatti, fosse “autrice di sofisticazioni” dell’olio extravergine di oliva.

I giudici del merito avevano assolto i due imputati riconoscendo in loro favore la causa di giustificazione del “diritto di critica”, e sottolineando la sussistenza di un’azione mossa dalla “convinzione che quel sospetto fosse fondato. La denuncia in “forma dubitativa” di “situazioni oscure” non è stata dunque considerata diffamazione bensì diritto di critica, proprio del giornalista d’inchiesta che non deve essere sottoposto a “censure a prioriNel servizio Iovene asseriva fuori campo: “Senza giri di parole si sospetta proprio della più grande raffineria italiana di Monopoli: abbiamo girato la domanda al presidente“. L’azienda, ritenendo l’affermazione un’ingiuria a suo discapito, si era celermente rivolta al tribunale di Brindisi, il quale tuttavia aveva ritenuto il fatto non “costituente reato”.

La corte d’Appello leccese ha poi confermato il giudizio in primo grado, rilevando come la trasmissione si fosse sempre mossa “nell’ambito del diritto di critica” ed avesse denunciato “situazioni oscure” rivolgendosi direttamente agli organi dello Stato deputati ai relativi chiarimenti, la magistratura e il legislatore. La motivazione della sentenza ha suscitato l’ulteriore dissenso, avanzato nel ricorso in Cassazione dai difensori dell’azienda, i quali hanno parlato di andare oltre “la questione circa l’ampiezza del dovere di controllo sulla verità della notizia”Escluso il caso in cui il sospetto sia obiettivamente del tutto assurdo” e “sempre che sussista anche il requisito dell’interesse pubblico all’oggetto dell’indagine giornalistica, hanno chiarito i giudici della Cassazione, “l’operato dell’autore è destinato a ricevere una tutela primaria rispetto all’interesse dell’operatore economico su cui il sospetto è destinato eventualmente a ricadere” questo per “il risvolto del diritto all’espressione del pensiero del giornalista, costituito dal diritto della collettività ad essere informata non solo sulle notizie di cronaca ma anche sui temi sociali di particolare rilievo attinenti alla libertà, alla sicurezza, alla salute e agli altri diritti di interesse generale, sia operativo in concreto“.

Si legge nella sentenza della Suprema Corte, depositata ieri, che pretendere la censura a priori del giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare fino ad annullarlo il concetto stesso di sospetto e di giornalismo di inchiesta: dovendo piuttosto -ha terminato la Corte- il sospetto che non sia meramente congetturale o peggio ancora calunniatorio, mantenere il proprio carattere propulsivo e induttivo di approfondimenti, essendo autonomo e, di per sé, ontologicamente distinto dalla nozione di attribuzione di un fatto non vero”. Il verdetto risulta pertanto di straordinaria importanza; il giornalismo d’inchiesta, così come tutelato dal principio costituzionale, costituisce un’espressione fondante del diritto stesso di libera manifestazione del pensiero, qualora manifesti motivatamente il sospetto di sussistenti illeciti, richiedenti sempre e comunque interventi normativi chiarificatori.

Leggi la sentenza 27 febbraio 2013 n. 9337 – Corte di cassazione – Sezione V penale


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  1. Una delle proposte che il Movimento 5 stelle dovrebbe fare in questa legislatura è una legge a tutela del giornalismo di inchiesta, dato che abbiamo una classifica deprimente per quello che riguarda la libertà di stampa.
    In alcuni Stati americani hanno stroncato le cosiddette cause intimidatorie con il raddoppio del risarcimento chiesto a danno dell’attore. In pratica, la Gabanelli viene minacciata di querela per danni all’immagine e le vengono chiesti venti milioni di euro. Se colui che ha fatto causa perde, a suo carico di solito ci sono soltanto le spese di aperture pratica. Se vince venti milioni di euro che mandano la Gabanelli sul lastrico e il resto dei giornalisti che non faranno un’inchiesta neanche se hanno le prove provate davanti agli occhi.
    Quindi, in questo sistema si azzoppa un’anatra già azzoppata (la stampa italiana).
    Invece, se chi chiede i danni è costretto a pagare il doppio della posta in gioco, questi risarcimenti avranno un brusco stop, con vantaggio di tutti.

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