Nella prima Repubblica Bettino Craxi, riferendosi a Giulio Andreotti, disse che era ora che la “vecchia volpe” fosse portata in pellicceria e sappiamo come è finita. Oggi un altro animale sfugge ad un crudele destino: il giaguaro non è stato smacchiato.

Comunque si vogliano guardare i risultati delle elezioni politiche, sono tre gli elementi che emergono: i grillini volano, Berlusconi rimonta clamorosamente e la sinistra ancora una volta non riesce a vincere.

Se il risultato di Grillo e’ certamente dovuto al senso di frustrazione di molti cittadini che non vedono prospettive di rinnovamento con l’attuale classe politica del nostro paese e se la clamorosa rimonta di Berlusconi e’ il frutto delle capacità da “imbonitore” del leader della compagine PDL-LEGA, rimane un importante domanda a cui trovare risposta: ma perché la sinistra non riesce a vincere?


È dire che questa volta tutto era a favore della coalizione PD-SEL a partire dal fallimento del governo Berlusconi, certificato da tutte le cancellerie europee. Inoltre, l’anno “montiano” ha fatto intravedere gli effetti di un governo troppo attento ai bilanci statali ed alle richieste della burocrazia europea a discapito di qualsiasi politica di sostegno sociale delle fasce più deboli e delle piccole e medie imprese di questo Paese.

Tutto spingeva verso la scelta di un nuovo Governo che facesse dimenticare gli scandali e le cadute di stile berlusconiane, che rimediasse ai danni sociali causati dai Ministri montiani (si pensi al fenomeno degli esodati), che rinnovasse, attraverso una salutare alternanza di governo, la politica italiana.

Insomma tutto portava a votare il centro sinistra. E allora? Cosa e’ successo?

A parere di chi scrive gli errori più rilevanti sono stati due. Il primo e’ ricorrente nella storia degli ultimi decenni della sinistra italiana, la sottovalutazione dell’avversario, il guardare con sufficienza e con un filo di spocchia a quanto accade nel centro destra. È lo stesso errore che commise Prodi nel 2006, quando, partendo da un rilevante vantaggio nei sondaggi, finì per prevalere alla Camera con soli 20.000 voti di vantaggio e al Senato solo grazie ai senatori a vita.

Ricordo che la recente ridiscesa in campo di Berlusconi fu salutata da Bersani come una buona notizia, che gli avrebbe reso le cose più facili. Pensando, probabilmente, che gli italiani avrebbero ricordato nel segreto delle urne le serate di Arcore, la nipote di Mubarak, il cucù fatto alla Merkel, le mancate riforme liberali promesse e mai mantenute. Eppure Bersani avrebbe dovuto sapere che questo non era sufficiente, l’era berlusconiana ci ha insegnato che non si possono vincere le elezioni solo per i demeriti altrui.

Ma, probabilmente, l’errore più grande e’ stato commesso alle primarie. Negli Stati Uniti il Partito Democratico e quello Repubblicano, modelli indiscussi in fatto di consultazioni primarie, scelgono i propri candidati soprattutto valutando le possibilità di ciascun aspirante ad essere eletto anche con il voto di chi non è schierato.

Il PD era consapevole che tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, il primo era più vicino alla struttura del partito ed alla sua classe dirigente, ma il secondo era colui che poteva attirare più voti, anche al di fuori dal PD.

Che piaccia o meno, Matteo Renzi era l’unica voce interna ad un partito tradizionale che aveva posto un forte accento sulla necessità di rinnovamento. Ma cosa più importante, le sue istanze di cambiamento non riguardavano astrattamente la classe politica, Renzi puntava in primo luogo al rinnovamento del proprio partito, attraendo l’attenzione anche di chi non era simpatizzante del PD.

È prevalsa nel Partito Democratico la logica di proporre un candidato più conforme alla linea ufficiale e alla tradizione del centro sinistra e meno attraente rispetto agli “altri”. È prevalsa l’idea del “tanto vinciamo sicuramente” del “profumo di sinistra” invocato dal Nichi Vendola. Ma si è dimenticata l’importanza di apparire, oltre che essere, innovatori rispetto alle logiche del passato, si è dimenticato che per governare questo paese, ancora fortemente ideologizzato, e’ necessario anche il voto dei moderati.

Rimarrà sempre il dubbio se l’eventuale candidatura di Renzi avrebbe comportato un moto di rinnovamento anche nel PDL, magari con un effettivo cambio di leadership, se avrebbe ridimensionato il successo di Grillo.

Ora è il tempo della riflessione, le Camere non potranno essere sciolte almeno fino all’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica e il rischio di ingovernabilità è elevatissimo.


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