Ieri sera, in quello che è stato ribattezzato “lo show del millennio”, hanno vinto tutti. Si è imposto Berlusconi, mai come ora sulla cresta dell’onda di questa incipiente campagna elettorale, ma ha vinto anche Santoro che ha fatto registrare ascolti record per La7, pari 8.670.000 spettatori,  pari al 33,58% di share, record assoluto per La7. E’ emerso, nel finale, anche Marco Travaglio, autore della battuta più riuscita sulle oltre due ore di diretta.

Soprattutto, però, a risultare vincente è una formula, quella della personalizzazione televisiva, della politica reality che, negli anni addietro, ha segnato le fortune tanto del leader Pdl quanto dell’inviso conduttore.

A molti telespettatori, nel corso dello show, sarà sorto l’interrogativo: fino a che punto questi personaggi provano odio e ostilità reciproca, come hanno sempre raccontato? O sono forse le facce della stessa medaglia, di un dibattito che non riesce a venire fuori dai soliti schemi e dalle sabbie mobili di una palcoscenico, quello della politica, ormai del tutto affine a una tribuna calcistica, dove le tifoserie contrapposte incitano il proprio pupillo, per poi ritrovarsi fianco a fianco al bancone a osservare la moviola.


A cosa è servita la trasmissione di ieri sera se non a togliere il velo dal gigantesco inganno di cui siamo ostaggi da circa un ventennio? Che benefici ha prodotto negli ultimi vent’anni il martirologio di Berlusconi e Santoro, se non ai diretti interessati?

Lo spasmodico ricorso alla rissa da talk-show, è un meccanismo diabolico, che dà ragione a tutti in eguale misura in cui dà torto. Beppe Grillo, fine conoscitore dei mezzi di comunicazione, lo sa bene: da qui è nata la querelle nel suo MoVimento sul divieto di partecipazione alle arene televisive, che poi hanno portato – in misura eccessiva – all’espulsione di qualche esponente non allineato.

Così, tracciamo un profilo puramente stilistico delle varie performance sul ring di “Servizio pubblico” tra i protagonisti di una sfida, apparentemente, senza esclusione di colpi, ma nella consapevolezza che la realtà quotidiana, con cui tutti siamo chiamati a confrontarci giorno dopo giorno, è semplicemente, e a volte drammaticamente, un’altra cosa.

Silvio Berlusconi 8-. Tirato a lucido (in tutti i sensi), il Cavaliere butta la partita nel terreno a lui più congeniale, svolgendo il ruolo del protagonista assoluto. Nel ribaltamento dei ruoli di cui è capace il mezzo televisivo, l’imputato diventa vittima, l’orco si rivela perfino affabile e simpatico. Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia, che di piccolo schermo se ne intende, ha postato su Twitter: ” Le chiacchiere stanno a zero. SB ha vinto dalla prima inquadratura in cui sorridente, guardava rilassato la telecamera”. Oltre a saper padroneggiare una piattaforma che lui stesso ha inventato, Berlusconi è apparso tonico, nonostante i suoi 76 anni suonati, ripetendo i soliti refrain sui complotti e ribattendo colpo su colpo alle invettive delle “iene” di cui è apparso circondato agli occhi di tutti gli italiani. Unico scivolone – del quale, forse non era convinto nemmeno lui – la lettera destinata a Marco Travaglio, un elenco ampolloso delle cause civili che hanno riguardato il giornalista, ingenuamente riportato di sana pianta da Wikipedia, per sua stessa ammissione. Sapeva di non avere nulla da perdere – neanche un voto – e la sua grande vittoria è quella di essere tornato prepotentemente al centro dell’agenda. Combattivo.

Michele Santoro 7: alcuni suoi fedelissimi non gli perdoneranno i siparietti con Berlusconi sulle scuole serali, che lo hanno portato in certi frangenti a svolgere il ruolo di spalla al capocomico. Dopo un inizio alla chetichella, si riprende e richiama Berlusconi alle sue responsabilità negli anni di governo. Eppure, è l’impianto generale della trasmissione a non avere funzionato: esporre così sfacciatamente il Cavaliere ha messo in ombra la sua conduzione più efficace, quella autoritaria. Avrebbe fatto meglio a contornarsi anche di qualche voce ostile, un politico o un giornalista vicino al centrodestra, per dare più respiro e credibilità al programma: pensare che Berlusconi sia stato più in difficoltà a “Porta a Porta” che a “Servizio pubblico” è certamente una macchia. I risultati dello share di oggi, però, lo tirano parecchio su di morale, facendolo entrare di diritto nella storia di La7. Alter ego.

Marco Travaglio 6 1/2: il vicedirettore del Fatto Quotidiano, al solito, rimane silente nella prima parte per poi entrare in scena col pezzo più riuscito del suo repertorio: l’editoriale-monologo, con punte satiriche e trovate linguistiche spesso pungenti e azzeccate. Il primo intervento, quello sui complotti, è un esercizio di stile, coi soliti richiami alle Olgettine, sulle quali naturalmente Berlusconi ha dovuto parare i colpi. Nel secondo, e ben più fruttuoso soliloquio, il colpo di teatro – poi fallito – della contro-lettera di Berlusconi mette in ombra le accuse dello scrittore. Paradossalmente, il momento in cui soffre di più è quando Santoro ne prende le parti sulle cause civili, quasi a dimostrarne la subalternità: meglio avrebbe fatto a difendersi in autonomia, come ha poi dimostrato la battuta fulminante, e sulla quale il Cavaliere ha davvero rischiato il ko: “Se fossi un delinquente lei mi avrebbe già fatto almeno presidente del Senato, ma non ho ancora ricevuto offerte”. Mummificato.

Giulia Innocenzi e Luisella Costamagna 6: cercano di alternarsi, rintuzzando il premier, ma forse avrebbero meritato più spazio. Forse è più appropriato un “senza voto”, ma quello della Deutsche Bank-Bundesbank è stato un terreno sul quale Berlusconi non ha avuto margine di replica, semplicemente giustificandosi con il “lapsus” dovuto all’età. Nessuno, come due donne informate e civilmente responsabili, avrebbe potuto mettere all’angolo il Cavaliere, ma questo è avvenuto solo a sprazzi per il tempo risicato che è stato loro concesso. Comparse.


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