Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto sulle tempistiche delle elezioni politiche 2013 per chiudere la porta all’ipotesi, che nei giorni scorsi stava guadagnando un sempre maggiore numero di sostenitori, di accorpare in un unico Election Day da tenersi a febbraio 2013 le elezioni politiche con le regionali anticipate di Lazio, Lombardia e Molise.

Nella nota del Colle si sottolinea come “a proposito di certe indiscrezioni di stampa, negli ambienti del Quirinale non si coglie il senso del parlare a vuoto di elezioni anticipate non essendosene presentate le condizioni e non emergendo motivazioni plausibili”. La data delle elezioni politiche, dunque, rimane saldamente fissata al mese di aprile 2013.

Di “distacco della spina” il Governo Monti è stato minacciato periodicamente fin quasi dal primo giorno del suo insediamento, ma questa è la prima volta in cui la chiusura anticipata della legislatura era stata proposta da quello che è di fatto il suo più aperto sostenitore, Pier Ferdinando Casini. La soluzione, accolta con freddezza dal Segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, era stata invece salutata con favore dapprima dal Segretario della Lega Nord Roberto Maroni e, poi, anche da quello del PdL Angelino Alfano.


La proposta del leader dell’UdC non era motivata da sfiducia nei confronti dell’operato del Governo dei tecnici ma da considerazioni di risparmio sulle spese elettorali, come ribadito anche in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica il 3 novembre: “Non sono interessato al dibattito, non è un affare di Stato.  Un mese prima o un mese dopo non cambia molto. Rispetterò in ogni caso la decisione, che spetta al Presidente della Repubblica. È una valutazione di buon senso, che tiene conto delle difficoltà finanziarie e del periodo di crisi, non può diventare la disfida di Barletta”.

Ma allora perché Napolitano ha detto no? Quello del risparmio sarebbe forse soltanto un alibi dei partiti? Dietro il ragionamento del Quirinale vi sono due importanti considerazioni, di carattere sia istituzionale che politico.

Dal primo punto di vista, la fine anticipata dell’attuale legislatura causerebbe confusione nell’avvicendamento tra Governo e Presidente della Repubblica. Intanto, poiché tra scioglimento delle Camere ed urne devono trascorrere tra i 45 ed i 70 giorni, per votare a febbraio (o a fine gennaio) il Parlamento dovrebbe essere sciolto a dicembre, cosa che crea non pochi problemi data la trafila dei provvedimenti in corso di approvazione (Legge di Stabilità in primis). Ma non basta: anche il settennato di Giorgio Napolitano al Colle sta giungendo al capolinea. In caso di voto politico anticipato a febbraio 2013, il nuovo Parlamento si insedierebbe alla fine di marzo. Si avrebbe quindi una situazione tale per cui l’attuale Capo dello Stato nomina il nuovo Premier, con le consultazioni per formare il nuovo Governo che vengono a sovrapporsi all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Un vero rompicapo che, a fronte di un pur lodevole risparmio di circa 100 milioni di euro derivato dall’accorpamento delle elezioni, finirebbe per produrre una sorta di black-out nel normale funzionamento delle istituzioni, con ritardi e accavallamenti che potrebbero risultare ancora più costosi.

Questo per quanto riguarda il contesto istituzionale, ma c’è anche una riflessione politica dietro il no di Napolitano ad elezioni anticipate. L’attuale Capo dello Stato è il più autorevole sostenitore della riforma della legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, a parole criticato da tutti ma che in realtà fa comodo a molti. In un anno di Governo dei tecnici, i partiti non sono ancora stati capaci (o, meglio, non ne hanno avuto la volontà) di riformare l’attuale sistema, che consentirebbe loro di preparare con calma le alleanze e ci “regalerebbe” per i prossimi 5 anni di legislatura ancora un Parlamento di nominati dalle segreterie. Con la conseguenza di alleanze magari anche vaste ma deboli e rissose, inadatte a governare e con una credibilità minata alle radici da una ormai lunghissima serie di scandali che non sembra accennare ad interrompersi.

Napolitano, con il suo stop all’Election Day anticipato di febbraio, di fatto invita i partiti a porre fine ai continui rimpalli finalizzati a lasciare che tutto resti com’è, assumendosi la responsabilità di riformare l’attuale legge elettorale e garantendo, in tal modo, ai cittadini la possibilità di tornare in qualche misura a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento ed al Paese una migliore governabilità.


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1 COOMENTO

  1. Gentile dott. Giambi,

    mi permetta alcune considerazioni linguistiche e politiche e anche in punto di diritto.

    La nota diramata dal Quirinale: «A proposito di certe indiscrezioni di stampa, negli ambienti del Quirinale non si coglie il senso del parlare a vuoto di elezioni anticipate non essendone presentate le condizioni e non emergendo motivazioni plausibili».

    Non so chi scriva le note del Quirinale. Né chi questa ha scritto.

    Se si dice che c’è un «parlare a vuoto», la logica non consente poi di dire che di un «parlare a vuoto», che è un parlare senza senso, «non si coglie il senso».

    Le «indiscrezioni di stampa»: l’«indiscrezione» è la «non discrezione», e «discrezione» viene dal verbo latino «discerno», che significa «distinguere».

    Le «indiscrezioni di stampa» sarebbero dunque notizie che si danno «senza distinguere»?

    In effetti, la stampa ha «distinto» e ha informato che la proposta del voto anticipato fu lanciata dall’Udc nella persona di Casini tra lo scetticismo del Pd e il possibilismo del Pdl.

    A rigore, la censura del Qurinale andava fatta non alle «indiscrezioni di stampa» ma all’Udc e al Pdl. E l’averla fatta alle «indiscrezioni di stampa», specie in un clima di veleni contro la stampa e contro l’art. 21 della Costituzione, mi lascia perplesso.

    E va bene, si affermi pure che la nota diramata oggi dal Quirinale ha qualche svista linguistica ininfluente sul concetto espresso. Solo che un problema resta: c’è il tempo per una nuova legge elettorale che non sia il «porcellum»?

    E infine: se il Quirinale taceva era lo stesso, mica le Camere possono auto sciogliersi, e non possono auto sciogliersi neppure in caso di crisi parlamentare o extra parlamentare del governo.

    Distinti saluti,

    Domenico Corradini H. Broussard

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