Il 28 ottobre in Sicilia ci saranno le elezioni regionali, la notizia però non è questa quanto che all’ ultimo conteggio sono 32 gli indagati, imputati e condannati fra i candidati nelle liste dei partiti. La questione morale torna così sugli scudi, nonostante i codici etici approvati da Udc, Pd e Pdl i politici italiani continuano ad avere una doppia vita.

“In Sicilia si vuole aprire un chiosco o un bar serve un certificato antimafia. Per candidarsi no” lo ha dichiarato Gianfranco Fini, il presidente della Camera, che senza troppo tatto è andato però dritto al punto; la conseguenza delle sue dichiarazioni è stato il ritiro dell’appoggio alla candidatura di Franco Mineo del partito Grande Sud di Micciché. Mineo è stato ricandidato nonostante sia sotto processo e pendano sulla sua testa le accuse di essere il prestanome della famiglia Galatolo dell’Acquasanta, così Fabio Granata, esponente di Fli, ha preferito defilarsi nel sostegno a Micciché.

Mineo però non è il solo, ci sono addirittura ex consiglieri che sono pure ex galeotti perché finiti in carcere nell’ ultima porzione di legislatura, non solo, sono tuttora indagati; è il caso di Riccardo Minardo che si ricandida con l’Mpa di Raffaele Lombardo. Minardo è stato rinviato a giudizio per truffa all’Unione Europea e in sua compagnia, per reati sempre di natura finanziaria, abbiamo Fabio Mancuso, mentre sull’ ex autonomista Cateno De Luca pende una inchiesta per abuso d’ufficio, tentata concussione e falso, ma nonostante questo “bel campionario” si è potuto ripresentare alle elezioni.


Fra i nomi in questione, spicca quello di Giuseppe Drago, ex sottosegretario di Berlusconi, che nel 2010, a causa di una sentenza della Cassazione, che ha reso definitiva la condanna a 3 anni per peculato, ha dovuto rinunciare ad un incarico da deputato. Quand’ era presidente della Regione, secondo i giudici, Drago ha usato in modo poco consono fondi riservati per un totale di 123 mila euro; adesso, però, che l’interdizione dalle cariche pubbliche è terminata, il popolare Saverio Romano è stato felice di ospitarlo nella sua lista Pid – Cantiere.

Altro candidato condannato per peculato (d’uso) è Giuseppe Buzzanca, già sindaco di Messina e consigliere regionale (contemporaneamente); la condanna, passata in giudicato, riguardava l’uso improprio dell’auto blu, laddove improprio sta semplicemente per vantaggi personali. I guai però non sono finiti qui poiché sul suo capo penderebbe una accusa piuttosto pesante, disastro colposo nell’ inchiesta sulle responsabilità per i danni dell’alluvione di Giampilieri che causò 39 morti. Discorso analogo vale per Mario Briguglio, sindaco di Scaletta Zanclea, candidato per Grande Sud.

Fra i candidati della “questione morale” è finito sotto inchiesta anche Francesco Cascio, il presidente dell’Assemblea regionale del Pdl: su Cascio, e su altri ex assessori al Territorio, pende una richiesta di rinvio a giudizio per la mancata adozione di misure anti-inquinamento. A Catania in lizza due ex assessori della giunta Scapagnini, Mimmo Rotella e Giuseppe Arena, entrambi condannati in primo grado per falso in bilancio.

Non c’è dubbio che i candidati con pendenze siano tanti, ma è sbagliato generalizzare; se il Pds-Mpa di Raffaele Lombardo è il partito con il maggior numero di “pendenti”, addirittura nove, il Pdl e il Pid-Cantiere popolare seguono a quota quattro. Il centrosinistra sembra meno compromesso anche se Rosario Crocetta, il leader dell’alleanza Pd-Udc, deve fare i conti con qualche grana giudiziaria dei suoi candidati. Ultima quella riguardante una condanna per abuso d’ufficio di Giuseppe Spata, in lista per l’Udc a Palermo.

E anche la sinistra “alternativa” ha dovuto pagare dazio: nelle liste di Italia dei Valori, a Messina, Francesco Pettinato, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nel Comune di Fondachelli Fantina, provincia di Messina. Pettinato, in seguito a sollecitazioni di Di Pietro, ha annunciato che si ritira dalla corsa.

È questa la scena, triste e un po’ troppo italiana, in cui si svolgono le elezioni siciliane, Grillo facilmente ottiene consensi nell’urlare “piazza pulita”, così come Fini a lanciare il suo richiamo istituzionale, nonostante anche Fli debba fare i conti con due indagini: quella per concussione che riguarda Mario Bonomo, capolista a Siracusa, e quella per voto di scambio che invece coinvolge un ex consigliere provinciale di Messina, Nino Reitano. A dimostrazione di quanto sia trasversale il partito degli inquisiti.


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