Il 10 ottobre scorso la Commissione europea, su iniziativa del Vice Presidente con delega all’Industria Antonio Tajani, ha adottato la nuova strategia di politica industriale (COM(2012) 582). La comunicazione riprende e aggiorna la comunicazione “Una politica industriale integrata per l’era della globalizzazione” (COM(2010) 614) adottata dalla Commissione nell’ottobre del 2010 nel quadro della strategia Europa 2020.

Il forte impatto della crisi economica su vari Stati membri, ha reso evidente che misure di sostegno alla crescita sono necessarie per rafforzare la ripresa, stare al passo dei principali concorrenti e procedere nella direzione degli obiettivi di Europa 2020.

La produzione manifatturiera è inferiore del 10% a quella di prima della crisi e, cinque punti sotto rispetto agli anni 90. Dall’inizio della crisi in Europa si sono persi tre milioni di posti nell’industria, con mille miliardi di Pil bruciati. A ciò si deve aggiungere la scarsa fiducia dei consumatori e delle imprese, l’elevato rischio chiusura di molti stabilimenti e, a causa del perdurare della difficoltà del settore bancario, il difficile accesso al credito. Tra il 2008 e il 2011, inoltre, gli investimenti sono diminuiti di 2,5 punti percentuali del Pil. I prezzi dell’energia per l’industria, infine, sono aumentati del 27% in termini reali tra il 2005 e l’inizio del 2012, un aumento superiore a quello che si è registrato nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare negli Stati Uniti.


La comunicazione, quindi, intende rispondere agli enormi problemi cui deve far fronte l’industria europea attraverso una serie di azioni destinate a favorire la ripresa nel breve e medio termine e a garantire la competitività e la sostenibilità a lungo termine dell’industria europea.

Nel corso della presentazione della Comunicazione, Tajani ha dichiarato: “La nostra industria non può continuare ad abbandonare l’Europa. Le cifre in nostro possesso sono chiarissime: l’industria europea può produrre crescita e occupazione”. Le linee guida dell’esecutivo comunitario quindi contengono “le condizioni per un’industria sostenibile nel futuro dell’Europa, per uno sviluppo degli investimenti necessari nelle nuove tecnologie e per ripristinare un clima di fiducia e di spirito imprenditoriale. Lavorando insieme e ripristinando la fiducia, reinsedieremo l’industria in Europa”.

Investimenti nell’innovazione, soprattutto quella relativa all’energia sostenibile e pulita, rafforzamento dell’imprenditorialità nel mercato unico digitale, sostegno per i prestiti all’economia reale e promozione della collaborazione tra datori di lavoro, dipendenti e autorità competenti – questi, in sintesi i pilastri della ricetta della Commissione Ue.

È necessario invertire la tendenza al declino del ruolo dell’industria in Europa. Solo in questo modo è possibile una crescita sostenibile, la creazione di posti di lavoro di elevato valore e la risoluzione dei problemi sociali. L’obiettivo della Commissione è di passare, entro il 2020, dall’attuale 15,6% di Pil legato al manifatturiero al 20%.

Un progetto ambizioso ma sostenuto da solide basi: l’Europa è un leader mondiale in molti settori strategici, come l’automobile, l’aeronautica, l’ingegneria, lo spazio, l’industria chimica e quella farmaceutica.

Sul punto Tajani è esplicito: “L’emorragia d’imprese e lavoro è avvenuta anche per colpa di mancate scelte ed errori legati all’illusione di un’economia che poteva basarsi su finanza e servizi”. La realtà è che senza industria si perdono servizi, export, lavoro e capacità d’innovare. Per ogni posto nel manifatturiero se ne creano due nei servizi, l’industria rappresenta i 4/5 delle esportazioni europee e l’80% degli investimenti del settore privato di ricerca e sviluppo provengono dal settore manifatturiero.

La Comunicazione è accompagnata da due relazioni contenenti i diversi livelli di competitività degli Stati membri dell’Unione: il Rapporto sulla Competitività Europea (MEMO/12/761) che analizza le principali tendenze della globalizzazione negli ultimi 15 anni, i costi e i benefici che ne sono derivati e le sfide future che le imprese europee devono fronteggiare; il Nuovo quadro di valutazione sull’efficienza dell’industria degli Stati membri (MEMO/12/760) che prende in considerazione 5 settori chiave (produttività, esportazioni, innovazione e sostenibilità, contesto e infrastrutture delle imprese, finanziamenti e investimenti).

Il dato più preoccupante che emerge dai rapporti comunitari riguarda le divergenze di competitività tra gli Stati, raggruppabili in tre gruppi.

Nel primo gruppo dei paesi più competitivi, con Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio e Francia, vi sono complessivamente performance positive, con alcune eccellenze in Germania e nei paesi scandinavi.

Il secondo gruppo, con competitività media, comprende Italia, Estonia, Slovenia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro e Lussemburgo: a fianco di limitate eccellenze, prevalgono risultati sotto la media. Il terzo gruppo dei Paesi che hanno ancora un sostanziale gap da recuperare include Bulgaria, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Lettonia.

Queste forti disparità, secondo la Commissione, mettono a repentaglio la coesione dell’Ue e minano la fiducia dei mercati nell’euro, per questo è necessario intervenire subito.

La “pagella” dell’Italia non è sicuramente esaltante. Pur rimanendo il secondo Paese manifatturiero d’Europa (dopo la Germania), ha alcuni indicatori molto penalizzanti per chi fa industria.

L’Italia è dotata di un settore manifatturiero di dimensioni relativamente ampie (nel 2011 esso contribuiva per il 15,9 % al valore aggiunto del paese, contro una media UE del 15,5 %) e può vantare elevati indici di specializzazione in diversi settori. Tuttavia, su 30 indicatori analizzati dalla Commissione l’Italia è al di sopra della media solo per 7.

La crisi economica si sta ripercuotendo con gravi effetti negativi sull’industria italiana, e allo stesso tempo le risorse pubbliche scarseggiano. Sin dalla fine degli anni Novanta l’Italia lamenta un declino della concorrenzialità dovuto sia a fattori relativi ai costi, sia a fattori da essi indipendenti. Solo 3 Paesi Ue hanno un contesto peggiore dell’Italia per fare impresa.

L’Italia ha il più elevato numero di imprese di tutta l’Unione. Con 3,8 milioni di Pmi, l’Italia ne conta quasi il doppio della Germania. Per divenire competitors globali più significati, si dovrebbero tuttavia eliminare gli ancora numerosi ostacoli che ne frenano la crescita e sfruttare meglio le reti di impresa. queste piccole imprese potrebbero divenire concorrenti più significativi nell’economia globale se venissero eliminati gli ostacoli che ne frenano ancora la crescita e si facesse più ampio ricorso alle esistenti strutture per lo sviluppo di poli e reti.

L’Italia si colloca nel gruppo degli innovatori moderati con prestazioni inferiori alla media UE (con 5 su 10, due punti in meno di Germania e paesi scandinavi). Risultano relativamente bassi gli investimenti in R&S (soprattutto quelli del settore privato), così come gli investimenti in capitali di rischio, le richieste di brevetti e le esportazioni di servizi ad alta intensità di conoscenze.

L’accesso ai finanziamenti rappresenta un grave problema. Le condizioni creditizie per le imprese, soprattutto per le Pmi, sono estremamente rigide. La situazione è, inoltre, peggiorata durante lo scorso anno e per per la prima metà del 2012 le banche segnalano una brusca diminuzione delle richieste di credito avanzate dalle imprese.

Solo il 30% del Pil è legato all’export rispetto al 50% tedesco. L’Italia offre un mix di prodotti per l’esportazione analogo a quello di alcune economie emergenti l’Italia risultando relativamente più esposta all’intensificarsi della concorrenza globale.

In Italia il settore dei servizi è caratterizzato da una normativa complessa e soffocante e da un’insufficiente apertura alla concorrenza. Questa situazione, aggravata dalle carenze del mercato, provoca un innalzamento dei prezzi dell’energia a danno dei consumatori (l’elettricità costa il doppio che in Francia).

Altri elementi sfavorevoli sono la produttività del lavoro, su una scala di 100, l’Italia, infatti, si ferma a 48, contro i 67 della Germania e la qualità delle infrastrutture decisamente sotto la media europea.

Ma i due “handicap” più gravi sono i tempi di pagamento della pubblica amministrazione e la pressione fiscale.

Siamo gli ultimi in Europa per i tempi di pagamento della Pa. A questo si aggiunge una prestazione complessiva dell’amministrazione pubblica italiana deficitaria. Sia il tempo necessario (1210 giorni) per risolvere le controversie commerciali in via giudiziaria, che il costo della procedura (29,9 % della somma richiesta), sono fonte di preoccupazione, insieme a un problema più generale della lentezza del sistema giudiziario italiano, che danneggia le prestazioni del paese dal punto di vista della concorrenza e la capacità di attrarre nuovi investimenti esteri.

Il sistema fiscale italiano è estremamente oneroso per le imprese e grava pesantemente sul lavoro. La pressione fiscale è 20 punti superiore a quella tedesca e ben al di sopra la media Ue. Ancora una volta, il problema principale è il tempo, dal momento che, secondo le stime europee, sono necessarie in media 285 ore all’anno per soddisfare gli obblighi fiscali più importanti, rispetto alle 187 ore necessarie, per esempio, in Spagna. Il sistema fiscale è poi fortemente instabile, in quanto viene costantemente modificato.

Tornando alla Comunicazione, in particolare, la Commissione propone un partenariato tra l’UE, i suoi Stati membri e l’industria capace di favorire gli investimenti in nuove tecnologie e di dare all’Europa un vantaggio competitivo nella nuova rivoluzione industriale. Tale partenariato deve costruirsi su aree ben individuate. La Commissione, in particolare, identifica quattro pilastri principali, all’interno dei quali prevede una serie di azioni da attuare

I. FACILITARE GLI INVESTIMENTI NELLE NUOVE TECNOLOGIE E NELL’INNOVAZIONE

La Commissione considera le politiche di R&S una priorità. Tuttavia, benché la ricerca europea abbia ottenuto eccellenti risultati non si è sempre dimostrata capace di tradurre la sua preminenza sul piano scientifico in un vantaggio industriale. Per la prima volta la Commissione identifica sei aree ad alta potenzialità, con ricadute trasversali su tutti i settori, in cui adottare azioni a breve termine in cooperazione con l’industria e gli Stati membri:

i mercati per le tecnologie di produzione avanzate per la produzione pulita

i mercati per le tecnologie chiave abilitanti,

i mercati dei prodotti bio-based

politica industriale sostenibile, settore delle costruzioni e materie prime

veicoli puliti

le reti intelligenti.

Entro la fine del 2012 saranno create task force per definire le tabelle di marcia per ognuna delle sei linee d’azione.

Alcune previsioni fatte dalla Commissione:

Ci si aspetta una forte crescita dei mercati per le tecnologie di produzione pulite in un mercato mondiale quasi raddoppiato da circa 380 miliardi di euro nel 2007 a 765 miliardi di euro nel 2020.

Il mercato mondiale delle “tecnologie chiave” (microelettronica e nanoelettronica, materiali avanzati, biotecnologia industriale, fotonica, nanotecnologie e sistemi di fabbricazione avanzata), dovrebbe crescere di oltre il 50%, passando entro il 2015 da 646 miliardi di euro a più 1000 miliardi di euro,

La crescita del volume dei bioprodotti chimici (bioplastiche, biolubrificanti, biosolventi, biosurfattanti e materie prime chimiche) nell’UE fino al 2020 è stimata del 5,3% all’anno e dovrebbe creare un mercato del valore di 40 miliardi di euro e oltre 90000 posti di lavoro nella sola industria biochimica.

Nuovi investimenti nell’efficienza energetica degli edifici residenziali e pubblici e delle infrastrutture hanno un forte potenziale di crescita e dovrebbero rappresentare circa 25-35 miliardi di euro all’anno entro il 2020.

II. ACCESSO AL MERCATO

La Commissione si concentrerà su alcuni temi specifici per i quali si può ottenere rapidamente un miglioramento significativo:

Migliorare il mercato interno delle merci. Esso costituisce il 75% del commercio intra-Ue e possiede un enorme potenziale non sfruttato di stimolo della competitività e della crescita. È caratterizzato dal rifiuto degli Stati membri di applicare il riconoscimento reciproco e dalle incoerenze tra 27 diversi sistemi di regole fiscali. Un uso più ampio della standardizzazione, aiuterebbe le imprese dell’Ue ad avere più successo a livello internazionale.

Promuovere l’imprenditorialità nel mercato unico digitale. Si prevede una crescita del 10% annuo fino al 2016. Il 75% del valore aggiunto creato da Internet risiede nelle industrie tradizionali: per ogni posto di lavoro perso a causa di Internet, 2,6 nuovi posti di lavoro sono stati creati.

Tutelare e promuovere i diritti di proprietà intellettuale (ad esempio attraverso lo sviluppo del brevetto unitario). Nuovi servizi di assistenza tecnica diventeranno, inoltre, operativi nel 2013 per sostenere le PMI.

Promuovere ulteriormente l’internazionalizzazione delle Pmi, raggiungendo il 25% (dal 13%) nel medio termine. Le esportazioni sono state di gran lunga la componente più dinamica dell’economia dell’UE negli ultimi anni.

Effettuare i controlli di idoneità della normativa europea relativa all’alluminio e alla raffinazione del petrolio iniziando prima della fine del 2012.

Migliorare l’accesso alle materie prime: sviluppare ulteriormente la “diplomazia delle materie prime” e promuovere la cooperazione internazionale in materia di regolamentazione e di convergenza, in particolare nei confronti dei paesi vicini, al fine di accompagnare la creazione di mercati per nuovi prodotti e tecnologie.

III. ACCESSO AI FINANZIAMENTI E AI MERCATI DEI CAPITALI

La ripresa e la crescita futura dell’industria europea dipendono dalla disponibilità di capitali per effettuare gli investimenti necessari per adottare nuove tecnologie e nuove attrezzature che permettano di accrescere la nostra competitività. Attualmente, l’accesso ai mercati dei capitali e al credito costituisce un problema rilevante per le imprese europee.

migliorare l’erogazione di prestiti all’economia reale attraverso un migliore impiego e indirizzo delle risorse pubbliche, inclusa la capacità di prestito che deriverà dall’aumento di 10 miliardi di euro nel capitale della BEI e dei benefici che possono derivare dal nuovo orientamento dei fondi strutturali

sbloccare fondi privati attraverso l’eliminazione degli ostacoli che ancora rimangono per i fondi di venture capital e la semplificazione delle operazioni transfrontaliere da parte delle pmi.

IV. IL RUOLO CRUCIALE DEL CAPITALE UMANO E DELLE COMPETENZE

Gli Stati membri devono mettere l’accento sulle politiche di creazione di posti di lavoro, in particolare sfruttando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dall’economia verde e per combattere la disoccupazione giovanile. La trasformazione dell’economia in questa direzione aumenterà la competitività e fornirà importanti fonti di creazione di posti di lavoro, indispensabile per raggiungere entro il 2020 l’obiettivo di un tasso di occupazione del 75% grazie a 17,6 milioni di nuovi posti di lavoro.

attrezzare la forza lavoro alle trasformazioni industriali, in particolare attraverso una migliore anticipazione delle competenze necessarie

la Commissione promuoverà la cooperazione tra datori di lavoro, lavoratori e autorità competenti attraverso la creazione di Consigli settoriali europei sulle competenze e Alleanze delle abilità settoriali.


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