Ieri c’era aria di rottura, o di conflitto se preferite, le dichiarazioni di Bersani, che aveva affermato che nell’assemblea nazionale di domani si sarebbero   discusse le nuove regole mediante le quali gestire le primarie del Partito Democratico, non erano piaciute a Matteo Renzi, sindaco di Firenze  e suo avversario, che si era lamentato di questa decisione improvvisa. L’alterco è durato però solo qualche ora, in serata infatti si è registrato il dietrofront di Renzi che si è assestato su posizioni più accomodanti ed ha dato il suo assenso al doppio turno e all’albo degli iscritti.

Resta un nodo da sciogliere, invece, la questione delle regole che limitano la partecipazione, il sindaco di Firenze contesta che sia necessario andarsi a «pre-iscrivere» in un luogo diverso da dove poi si voterà. Per Matteo il rottamatore, che non smette del tutto la sua vena polemica nei riguardi del quartier generale, la pre-iscrizione è solo «il tentativo del gruppo dirigente di portare truppe cammellate». Questa querelle, tuttavia, corre il serio rischio di rimanere alle chiacchere perché la vera questione a cui ruota intorno tutto è il quorum dell’assemblea nazionale del partito.

Il quorum dell’assemblea nazionale, infatti, è fondamentale perché Renzi, come Vendola del resto, possano partecipare alle primarie, metà più uno dei presenti, sono stimati in circa 500, dovrà votare a favore del cambiamento dello statuto, modifica che appunto consentirebbe ai due aspiranti candidati di partecipare alla corsa di candidato premier. E’ evidente che allo stato attuale dei fatti, basterà un manipolo di contrari, qualche assenza e il sogno del giovane sindaco di Firenze rischia di infrangersi ancora prima di decollare.


Dunque la situazione è molto più complicata di quel che sembra, perché Renzi in primis si trova in una posizione scomoda, teoricamente preferirebbe che lo statuto non cambiasse ma qualora non cambiasse non gli darebbe la possibilità di concorrere per la candidatura a premier, un dilemma anche più complesso dell’essere o non essere sheakspeariano. In tutto questo i due litiganti sono diventati tre, perché oltre alle candidature ufficiali di Bersani, quella sostenuta dal partito, di Renzi, sostenuto dai giovani, è di qualche giorno fa la notizia che anche Vendola, presidente della regione Puglia, si è candidato alle primarie del PD.

A giorni, probabilmente, il numero di candidati è destinato a crescere anche se non tutti potranno vantare un appeal politico come questi tre che dovrebbero remare tutti nella stessa direzione e invece si ritrovano a farsi una guerra fredda logorante. Non bastassero poi le tensioni interne, ci si è messo Casini a buttare benzina sul fuoco dichiarando che “stimo Bersani, lo sanno tutti, ha avuto grande coraggio a dare vita al Governo Monti. Ma inorridisco all’idea che il futuro possa essere consegnato ad una alleanza tra Bersani, persona ragionevolissima, e Vendola, politicamente non adatto a governare il Paese. Produrrebbe un pessimo risultato”.

La risposta dell’attuale segretario del PD non si è fatta attendere “Io capisco che Casini debba fare il suo mestiere – ha detto Bersani a YouDem -, ma certe parole sono un po’ forti: inorridire… In un contesto di centrosinistra, noi abbiamo portato l’Europa nell’euro, mentre Pier Ferdinando inorridiva assieme a Berlusconi in quel momento lì. Penso che in Europa se lo ricordino. Credo possano essere rassicurati sulla barra saldamente europeista – ha aggiunto –ma rigorosa e riformatrice che vogliamo tenere”.


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  1. […] stesso Vendola ha fatto poi discutere lo slogan per la campagna politica “Il massacro della Diaz o […]

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