Nelle ultime ore, non si parla d’altro: l’iPhone 5 è finalmente sbarcato in Italia. Telegiornali e siti internet trasmettono a ripetizione le immagini di folle che hanno preso d’assalto i centri commerciali, per il rilascio, la scorsa mezzanotte, del gioiellino tecnologico più atteso da quando, lo scorso 12 settembre, l’amministratore delegato di Apple Tim Cook ha presentato al mondo il nuovo smartphone della “mela morsicata”.

Da allora, il successo del dispositivo è stato entusiasmante: gli Apple store di tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone sono stati letteralmente accerchiati per giorni interi da clienti in fila, ansiosi di mettere le mani sul prezioso telefonino. Addirittura, in Australia si è raggiunto il paradosso di  pagare per trovare posto nelle liste d’attesa dei negozi.

Scene mai viste nella storia del commercio mondiale che fanno saltare sulla sedia se appena si allarga la visuale alla situazione economica generale. Con l’economia globale in crisi, soprattutto negli stessi Paesi dove l’iPhone viene venduto come e più del pane, in tanti hanno allargato le braccia con costernazione, soprattutto in virtù del fatto che il tanto bramato iPhone 5 tutto è fuorché un prodotto accessibile: in Italia, viaggia tra i 700 e i 900 euro, a seconda della memoria propria del modello prescelto.


Ma che cosa rende questo telefonino così irresistibile? Perché, nonostante le incertezze dell’economia, la disoccupazione dilagante, soprattutto tra i giovani, che sono poi i maggiori acquirenti del “melafonino“, una fetta così ampia della popolazione non intende rinunciare a questo costosissimo oggetto pur di spremere le proprie finanze?

Innanzitutto, va detto che le compagnie telefoniche hanno prontamente studiato, con tempistiche cadenzate, tariffe ad hoc per agevolare l’acquisto, con esborsi mensili nel novero di varie decine di euro. Sicuramente un peso più sopportabile, che comunque non mancherà di farsi sentire nei portafogli di tanti maniaci dell’iPhone.

Ma, a ben vedere, la questione va ben oltre le dinamiche di economia domestica che investono ciascuno di noi. Davvero, con l’iPhone, milioni di persone cercano di comprare soltanto un telefonino, per quanto evoluto e ottimizzato nella prestazioni questo possa essere? Naturalmente no, e cerchiamo di capire perché.

Come primo focus, non va sottovalutata la potenza enorme nell’azienda produttrice, a oggi la compagnia più redditizia del mondo, con azioni vendute letteralmente a peso d’oro nel mercato di Wall Street. Secondo le ultime analisi, addirittura, Apple vanterebbe un capitale superiore a quello di un Paese benestante come la Svizzera: dati che, nella società della globalizzazione economica, rendono l’azienda di Cupertino un gigante davvero insuperabile.

Anche per questo, l’annuncio di ogni nuovo prodotto è sempre un evento, perché l’azienda può vantare una copertura mediatica incomparabile a quella di nessun altro competitor a livello mondiale. Eppure, c’è dell’altro.

A livello di strategie aziendali, Apple è infatti riuscita a ritagliarsi un ruolo che oltrepassa il valore meramente finanziario: quello di vera fucina mondiale dell‘innovazione, la finestra aperta al futuro, per mezzo di dispositivi che hanno nella loro stessa ragion d’essere la forte personalizzazione. Fin dal lancio del primo iPod, con la nascita delle playlist, ogni macchinario di casa Apple si è distinto per la fortissima simbiosi con il suo possessore.

In un certo senso, Apple è riuscita a prevenire l’uragano dei social network e così si spiega anche la sua tempestività nel seguire l’onda generata dai fenomeni Facebook e Twitter, innestando nella cultura e nel mercato proprio gli iPhone come i telefoni votati per eccellenza alla condivisione. Addirittura, poi, con il lancio dell’iPad la casa americana è riuscita a creare dal nulla un mercato inesistente, quello dei tablet, che oggi la vede, naturalmente, dominante.

Con Apple, i proprietari di telefonini, pc e tavolette si sentono possessori non solo di un oggetto, ma di un brand che è anche una narrazione, una filosofia o, se preferite, una religione. Già, perché anche la stessa figura di Steve Jobs ha assunto, già prima della sua prematura scomparsa, un’aura profetica, quelal dell’ultimo, grande self-made man americano che ha lottato contro mille avversità, imponendo al mondo la sua visione del futuro.

Il discorso all’università di Stanford con il mantra “Stay hungry, stay foolish” (siate affamati, siate folli), non è altro che il manifesto di un profeta dei nostri tempi, che ha impresso al mondo la visione positiva del suo marchio, legato fortemente alla sua figura. Con i dispositivi Apple, infatti, i consumatori non si sentono parte integrante di una concezione  della società, aderendo a un certo tipo di valori, presenti sia nelle macchine che nelle parole del vate. Una “conversione” che si esplica proprio nel rito collettivo del consumo.

Questa adesione, soddisfa anche nei gruppi sociali la spinta alla differenziazione, attraverso cui una classe prende coscienza di sé e si distingue dalle altre: se hai l’iPhone sei nel circolo, se l’hai per primo, addirittura, sei nell’élite.

Ecco, allora che tornano d’attualità le parole di Georg Simmel, grande sociologo tedesco, quando notava, nei suoi studi sulla moda che l’impeto al consumo corrisponde a due bisogni coesistenti: quello di distinguersi, e quello di conformarsi. Apple è tra le poche realtà mondiali che riescono ad assolvere entrambe queste necessità e l’iPhone altro non è che la sua più compiuta manifestazione, o, per dirla con Baudrillard, il suo simulacro. Una molla per il riscatto e, al contempo, una reliquia, venerabile e desiderabile, per i consumatori, più che fidelizzati, fedeli.

 


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