Quando leggiamo storie come queste “La storia (vera) del giudice che sfregiava le macchine degli avvocati“, cosa ci stupisce?  Perché nella nostra testa un giudice non può comportarsi così?

Se a rigare la macchina fosse stata una persona con un altro lavoro probabilmente non ci saremmo stupiti più di tanto. Quello che fa la differenza è il ruolo sociale che noi attribuiamo ad una persona in quanto giudice, quindi, per definizione, persona moralmente pulita e che si occupa di far rispettare la legge.

Ma solo perché indossa una toga allora è così? Il ruolo sociale siamo noi ad attribuirlo, siamo noi a credere che sia così, e l’interessato “sta al gioco”.


Siamo tutti così, più abbiamo un certo ruolo, più siamo bravi e ci impegniamo per mantenerlo, interpretarlo, indossarlo… come una toga! Davanti a chi ci può giudicare, a chi ci può far scendere di stato sociale siamo bravi e buoni, ma appena gli altri che ci guardano tolgono lo sguardo, torniamo ad essere umani e facciamo atti di cui ci possiamo vergognare… come rigare una macchina!

In effetti, quando il giudice è ritornato ad essere “semplicemente uomo”, perché è andato in pensione, allora si è concesso l’atto vandalico.

Ma che sia proprio il peso di mantenere un apparenza così importante e “vincolante” che l’abbia portato a fare un gesto così? A prendersela con chi si occupa anch’esso di legge ma (forse) con un ruolo forse più  leggero – meno ingessato socialmente?

Siamo tutti così, animali sociali che seguono norme (implicite) di comportamento per mantenere un ruolo ed un riconoscimento all’interno del “branco”…


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7 COMMENTI

  1. No, «non siamo tutti così, animali sociali che seguono norme (implicite) di comportamento per mantenere un ruolo ed un riconoscimento all’interno del “branco”…».

    Noi democratici alla Costituzione fedeli «non siamo così». Non stiamo nel branco. E non ci rassegniamo. E ci indigniamo.

  2. «Lettera a un giudice degno d’indossare la toga».
    Caro dott. Scarpinato,
    quando lei entrò in magistratura c’era ancora nel nostro codice penale il cd. delitto d’onore, io avrei potuto uccidere in stato d’ira anche mia sorella scoprendola in qualsiasi luogo nell’atto di consumare un’illegittima relazione carnale, me la sarei cavata con una pena diversa e minore rispetto alla pena prevista per l’omicidio, e altri orrori c’erano, io potevo stuprare una minorenne, poi me la sposavo per non andare in galera, e il matrimonio riparava al mio delitto, lo estingueva. Ci sono voluti sacrifici e lotte e morti per cambiare, sacrifici e lotti e morti della società civile contro la società politica che quelle norme manteneva. E abbiamo dovuto aspettare la legge 5 agosto 1981 n. 442 perché il cd. delitto d’onore fosse abrogato. Quanto tempo abbiamo dovuto aspettare? Tanto: dall’emanazione del codice Rocco, e lei e io non c’eravamo allora.
    Questo per dirle, io di lei più anziano, che alle porte dei lussuosi palazzi del potere politico ed economico menzognero, quando lei busserà in nome dello Stato sognato da Falcone e Borsellino, non sarà solo. Ci saremo con lei pure noi della società civile democratica. E forte busseremo. Per giustizia e non per vendetta busseremo a quelle porte. E non importerà dove saranno e se alte o basse saranno e se saranno presidiate da cavalieri a cavallo o da guardie imponenti più dei Bronzi di Riace. «Giorno verrà».
    E quel giorno ci ricorderemo delle parole di Sepulveda all’indomani della condanna di Pinochet da parte della Camera dei Lords di Londra, era il 25 novembre 1998: «I Lords britannici hanno appena finito di leggere le loro ragioni legali che tolgono l’immunità diplomatica a quella spazzatura chiamata Pinochet […]. Scrivo queste righe perché non so fare altro. Abbraccio mia moglie e tutti e due piangiamo. Piangiamo per la nostra casa saccheggiata dai militari a Santiago, piangiamo per tutti e ciascuno dei nostri fratelli assassinati, piangiamo per quelli che hanno finito i loro giorni nei cimiteri senza nome dell’esilio, piangiamo per quelli che sono tornati sconfitti dagli anni. Piangiamo per la nostra gioventù decimata dal fascismo, piangiamo per il ricordo di mio padre, che vidi per l’ultima volta all’aeroporto di Santiago nel 1977 quando uscii dal carcere per andare in esilio. Piangiamo il pianto liberatorio di quanti non abbiamo mai dimenticato».

    La Nazione, che lei non a torto cita e che crudeltà e viltà ha subíto, non si difende con la Nazionale ai Giochi Olimpici. E però, caro dott. Scarpinato, penso che dovremo anche bussare alle porte di non lussuosi palazzi, alle porte delle carceri, palazzi spesso fatiscenti, palazzi spesso buoni per sequestrare e torturare, palazzi spesso buoni per morirvi a causa di mancanze di cure o di frettolose diagnosi, palazzi spesso buoni per il suicidio di detenuti e guardie, era il 5 maggio 1972, lei aveva venti anni, fu a Pisa, Franco Serantini fu pestato a sangue dai celerini venuti da Roma, partecipava a una manifestazione antifascista, lo portarono al Don Bosco, il carcere di Pisa, abitavo allora a pochi passi dal Don Bosco, lo interrogò il giudice, disse che si sentiva male, non gli credette il giudice, e continuò a interrogarlo, morì il 7 maggio ore 9.45, venne poi Stajano a casa mia per raccogliere materiale sull’anarchico «sovversivo», un bel libro di documentata denuncia, e sta agli atti documentato il recente e avvilente episodio di un detenuto quarantenne a Regina Coeli, condanna a cinque anni di reclusione, un anno il residuo di pena da scontare, venti esami sostenuti al Dams di Roma Tre, chiede poche ore di permesso per discutere la sua tesi di laurea, l’avrebbe accompagnato il Garante dei detenuti, niente, il giudice di sorveglianza gli nega il permesso adducendo un motivo procedurale, il laureando deve prima attendere l’esito di un giudizio, ha impugnato il rigetto di un precedente permesso lo scorso gennaio, e il Garante dei detenuti, «Per una settimana la magistratura di sorveglianza, ha tenuto tutti in attesa: la famiglia, il detenuto, il nostro ufficio, la direzione del carcere, l’Università. Poi, a poche ore dalla discussione, ha deciso di respingere la richiesta di permesso facendo sfumare tutto», e tutto è sfumato, e oggi, caro dott. Scarpinato, ricorre il primo anniversario da quando fu lanciato il messaggio della «prepotente urgenza», e veda, caro dott. Scarpinato, la società civile democratica è indignata per le condizioni delle nostre carceri, non siamo più ai tempi di Silvio Pellico, e forse siamo ancora ai tempi del mio maestro di Economia politica Antonio Pesenti, «Dalla cattedra al bugliolo», al bugliolo ancora siamo in molte carceri, bussiamo alle porte delle carceri, caro dott. Scarpinato, per fortuna sua e nostra lei non è un magistrato che si auto celebra, caro dott. Scarpinato, lei alla giustizia tiene e non chiama eroi chi per la giustizia ha combattuto e combatte, e lei sa che la giustizia vive di vita perigliosa e combattente, e sa che nelle carceri si consumano a volte ingiustizie, l’ingiusta detenzione si consuma, l’ingiusto trattamento dei detenuti si consuma, meglio che vinca la giustizia anziché la Vezzali o la Pellegrini, e con stima ed empatia.

  3. Dagli elementi relativi al fatto si deduce fondamentalmente che il “vandalo” era un anziano (i magistrati vanno in pensione a 75 anni) e l’unica osservazione che al riguardo credo possa farsi è che l’arteriosclerosi e le altre patologie per lo più senili non risparmiano soggetti sol perché portatori di un passato nella Mgistratura…. francamente mi sembra tutto forviante ed esagerato, a partire dalla notizia sino ai commenti successivi. L’Etica e la Giustizia sono argomenti troppo seri x essere così “trattati”.

  4. Se mi è permesso: nella testa di quelli che frequentano i tribunali, o perché difensori o perché attori o convenuti o perché imputati, un giudice può comportarsi peggio di così.

  5. «Dedicato alla memoria di un umile: al papà di Paolé».

    e a me mi prelevarono uomini con l’abito da carabiniere

    e avevo diciotto anni allora

    e a me quegli uomini con l’abito da carabiniere mi portarono in caserma

    e calci e pugni a me mi dettero

    e ai genitali anche

    e a me mi puntarono le loro pistole alla tempia destra

    e a me mi dissero di firmare che ero stato io ad assaltare quella caserma e firmai disperato

    e quegli uomini con l’abito da carabiniere non erano umili

    e il giorno dopo io ci andai da un uomo con l’abito di magistrato

    e ci dissi che avevo confessato sotto tortura

    e lui non mi ci credette

    e lui non era umile

    e mi ci spedì da un altro uomo in abito da magistrato che mi condannò

    e io ci andai da altri uomini in abito da magistrato

    e niente

    e mi condannarono tutti

    e loro non erano umili

    e mi ci beccai l’ergastolo con una sentenza definitiva del 1990

    e in cella mi ci fecero stare 21 anni e 2 mesi e 15 giorni

    e mi ci tolsero dalla cella nel febbraio di quest’anno

    e un uomo in abito da carabiniere aveva ammesso che la confessione mia di me a me mi era stata estorta con la tortura

    e dalla cella mi ci tolsero uomini in abito da magistrato

    e mi dissero che potevo chiedere un buon risarcimento per ingiusta detenzione

    e io a loro ci dissi che i soldi non mi ci sarebbero serviti a restituirmi la mia gioventù

    e ora tengo una cinquantina d’anni

    e non mi ricordo con precisione

    e una moglie e un figlio tengo

    e un mestiere tengo tra calce e mattoni

    e se non sbaglio abito in Toscana

    e se non sbaglio mi chiamo come mi chiamano all’anagrafe e i giornali

    e pure io ci ho l’abito

    ed è quello di muratore

    e io sono un umile

  6. «L’ambulante di Modena e l’art. 290 cp».

    Era il 6 novembre 2009. E don Verzè, di cui non intendo qui raccontare le vicende giudiziarie, alcune conclusesi con condanne definitive per reati non certo bagatellari, così dichiarò al Corriere della Sera, p. 12, intervistato da Aldo Cazzullo: «La giustizia in Italia sembra una spada di Damocle pendente sulla testa di chiunque». E a conforto citò un suo grande amico: «È quel che mi dice Berlusconi».

    Il giudizio generalizzante di don Verzè e del suo grande amico, inconsistente perché generalizzante, va riformulato per dargli consistenza giuridica e sottrarlo alla nebulosa della chiacchiera politichese: «La spada di Damocle della giustizia pende sulla testa di chi, individuo in carne e ossa e tendini e sangue, vilipende». Se così non fosse, il codice penale sarebbe un libro romanzato di romanzate storie che mai si sono realizzate e mai si realizzano e mai si realizzeranno. Il codice penale è invece un libro «per tutti e per nessuno», vale a dire «per alcuni», per quelli che delinquono e nel momento in cui delinquono.

    All’inizio di maggio 2011, dopo gli insulti a mezzo televisioni e giornali italiani ed esteri di Berlusconi sulla magistratura, «cancro da estirpare» e «associazione a delinquere», nacque su face book un gruppo che invitava a presentare esposti alle procure. L’invito fu raccolto, «taking rights seriously», da un ambulante 47enne, Paolo Vaccari, che presentò un esposto alla procura di Modena. E senza indugio, il pm Enrico Stefani iscrisse Berlusconi nel registro degli indagati presso il tribunale di Modena, proprio ipotizzando a suo carico il delitto previsto e punito dall’art. 290 cp e trasmettendo gli atti alla procura di Monza, il distretto giudiziario dove si trova Arcore.

    Paolo Vaccari: «L’ho fatto perché la legge dovrebbe essere uguale per tutti come recita la Costituzione. Se un cittadino come me avesse detto le stesse cose che ha detto Berlusconi, non l’avrebbe passata liscia. Non sono un eroe, solo un italiano stanco di vedere il presidente del Consiglio che vilipende costantemente la magistratura per salvarsi dai processi. Non ho paura, ma voglio chiarire che non odio il premier né sono tesserato a partiti di sinistra che ho smesso di votare da quando non c’è più Enrico Berlinguer. Nelle prossime settimane andrò a seguire il primo congresso di Democrazia atea, che propone di abolire i Patti lateranensi e pone al primo punto il rispetto della Costituzione».

    Sia chiaro: se si offende un singolo magistrato, o è ingiuria o è diffamazione o è oltraggio in udienza. Ma non è vilipendio dell’ordine giudiziario.

    Sia chiaro: l’ingiuria e la diffamazione e l’oltraggio in udienza prevedono pene alla reclusione, mentre il vilipendio, anche il vilipendio al presidente della Repubblica per il quale furono indagati Beppe Grillo e Di Pietro e Belpietro, altro non prevede che una multina, che mi ricorda le multe per violazione del codice della strada.
    Il giudizio generalizzante di don Verzè e del suo grande amico sulla spada di Damocle l’ho già dimenticato, il mestiere di giurista praticando e senza livore e con spirito critico cercando di praticarlo e i casi di mala giustizia cercando di documentare e gli sbagli dei magistrati cercando di documentare e una seria legge sulla responsabilità civile dei magistrati cercando d’invocare. Il livore non fa onore. Fa onore, semmai, il rigore.

    Perciò ricordo alla ministra Severino e al governo Monti la lezione di diritto costituzionale che a tutti ci ha impartito l’ambulante di Modena.

  7. togliete un severo capo ufficio dalla sua scrivania e dalla sontuosa poltrona sua, e lo vedrete come un omiciattolo

    così Jung, qui citato a mente

    il ruolo è la maschera

    non è il Sein né il Dasein

    è la Scheinung

    nel tempo che un grande filosofo definì tempo dell’apparenza, si vale non per ciò che si è ma per ciò che si appare

    valgono le convenzioni e non le convinzioni

    vale l’habitus, da cui abitudine

    valgono i mores, da cui morale

    e non l’etica vale

    nemmeno nella forma weberiana di etica della responsabilità

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