La “fase due” della Spending Review (link a https://www.leggioggi.it/tags/spending-review/), la cui partenza è prevista per settembre, passa anche attraverso la relazione preparata da Giuliano Amato sulla riforma della politica. Argomento sensibilissimo, quello contro la “casta”, tanto più in tempi di grande sfiducia dei cittadini verso le istituzioni ed, in particolare, i partiti politici.

Amato, nel dossier presentato al Presidente del Consiglio Monti, parte dal presupposto che “una qualche forma di finanziamento pubblico della politica esiste in ogni democrazia”. Questo principio è una garanzia posta contro una deriva censitaria della politica, tale per cui “ogni cittadino possa accedere al processo politico, in condizioni di parità”. Si tratta di una premessa importante, che andrebbe sempre ricordata a chi, preso da furore ideologico, vorrebbe abolire ogni genere di contributo pubblico, passando in tal modo da una situazione di eccesso (quella attuale, in cui la politica gode effettivamente di privilegi manifesti e moralmente insostenibili di fronte alla stragrande maggioranza dei cittadini colpiti dalla crisi) ad un’altra opposta, ma non meno sbagliata. Stati Uniti a parte, dove i finanziamenti privati al mondo della politica sono la regola , in tutti i Paesi europei esiste un sistema misto di finanziamenti, dove pubblico e privato si integrano tra loro.

Le risorse pubbliche che, in Italia, lo Stato garantisce alla politica sono di tre tipi: 1) i rimborsi elettorali, disciplinati dalla legge n. 515/1993; 2) il finanziamento diretto, “in genere destinato a partiti e a gruppi parlamentari”; 3) il finanziamento indiretto, che si traduce in una serie di agevolazioni, dai contributi all’editoria di partito a tariffe di favore per i trasporti, gli affitti, i servizi postali, ecc.


I dieci punti del “rapporto Amato”, che riassumono le conclusioni dell’ex Presidente del Consiglio, mirano ad una riforma complessiva del mondo della politica, dove la riduzione dei suoi costi di funzionamento a sgravio delle finanze dello Stato è solo un tassello, per quanto fondamentale.

1)    L’obiettivo primario, posto a fondamento dell’intero processo di riforma, è il varo di “una legge che disciplini e regoli i partiti politici”, volta ad assicurare che ogni contribuzione, sia pubblica che privata, sia agganciata “a garanzie minime di democrazia interna dei partiti”, in base a quanto stabilito dall’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

2)    Riduzione dei rimborsi elettorali, “in ragione di tetti di spesa da determinare con rigore per le campagne elettorali, anche ove i rimborsi siano poi parametrati ai voti”.

3)    Il finanziamento diretto a partiti e gruppi parlamentari “è ammissibile solo in ragione percentuale a quanto ottenuto dai partiti con erogazioni liberali”. Queste ultime, dunque, diventerebbero la base per il successivo stanziamento proporzionale di soldi pubblici.

4)    Consentire i finanziamenti privati sia da persone fisiche che da persone giuridiche, “entro limiti quantitativi e in regime di massima trasparenza”. Ciò al fine di ridurre, per quanto possibile, un’eccessiva influenza sulla politica – che deve avere una sua autonomia – da parte di potentati economico-finanziari o anche di semplici categorie. E una tale influenza, comunque, deve essere “alla luce del sole”.

5)    Consentire ed incentivare l’uso di spazi pubblici per lo svolgimento delle attività politiche (riunioni, circoli, conferenze, seminari, ecc.), sempre con lo scopo di “ridurre il finanziamento diretto”.

6)    Cessazione automatica di ogni forma di contribuzione con lo scioglimento del partito (il recente “caso Margherita” insegna).

7)    La Corte dei Conti diventa l’organo preposto al controllo sui rendiconti e la gestione finanziaria dei partiti.

8)    Va evitato “il formarsi a beneficio dei partiti di significative liquidità”. Il rischio è quello che prendano derive pericolose o, comunque, illecite.

9)    Regolamentazione delle lobbies.

10) Trasparenza anche online: apertura di un sito Internet “che renda obbligatoriamente trasparenti e conoscibili i donatori e i finanziatori per ciascun partito e per i candidati ad ogni livello”.

Una legge che prevedesse simili interventi sarebbe, a suo modo, una piccola rivoluzione: in Italia, infatti, i partiti politici sono ad oggi semplici associazioni di fatto sottratte ad ogni genere di vincolo e controllo sul proprio funzionamento e sui loro bilanci, salvo loro regolamentazioni interne. Situazione che ha consentito il ripetersi, nel corso del tempo, di scandali che hanno compromesso in maniera clamorosa la fiducia dei cittadini nei confronti dei loro rappresentanti, creando un grave vulnus per un sano funzionamento della democrazia nel nostro Paese.

Non illudiamoci: forme di corruzione politica e periodici “corto circuiti” tra rappresentati e rappresentanti presso le istituzioni sono presenti anche nelle democrazie più avanzate. Ma questa banale constatazione non esime dalla responsabilità della nostra classe dirigente di migliorare uno status quo francamente insostenibile.


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