Se il 2012, che peraltro ha maturato solamente sette mesi,  non sarà ricordato per la fine del mondo prevista dal calendario Maya, certamente sarà ricordato per la grave crisi finanziaria che attraversa trasversalmente tutti i Paesi occidentali. Difficile comprendere, con la necessaria puntualità, i fattori scatenanti, come difficile è ipotizzarne la conclusione. Certo è che tutti i sistemi ed i sottosistemi della società sono interessati da un tumultuoso cambiamento, tale da mettere in discussione i tradizionali rapporti tra Stato e cittadini.

Le moderne democrazie sono cresciute con gli insegnamenti degli alfieri dello Stato moderno, da Hobbes a Rousseau, da Marx a Locke, da Voltaire a Montesquieu, da Kant a Hegel, tutti mirati a configurare il necessitato rapporto individuo-Stato come un “contratto sociale” in cui ogni individuo cede una parte delle proprie quote di sovranità (rectius, libertà) ad un organo terzo deputato a promuovere la volontà generale ovvero a perseguire l’interesse pubblico.

Trattasi di un contratto dinamico ed aperto alle trasformazioni sociali, in grado di adeguare e graduare costantemente gli impegni negoziali ivi contenuti. Il sistema, così concepito, ha permesso nel tempo di introdurre nuovi interlocutori sia interni che esterni al tradizionale ed unico livello istituzionale rappresentato dallo Stato. La cessione di quote di sovranità verso l’alto a favore dell’Unione Europea e verso il basso a favore delle Autonomie locali, contribuendo, non poco, a “sfilacciare” lo Stato-Nazione, ha però costretto l’altra parte del “contratto sociale” (i cittadini) a cambiare di volta in volta i propri interlocutori a danno della crescente necessità, nella società dell’informazione e della conoscenza, di semplificare ed accelerare ogni forma di interazione. Così, allo Stato si è sostituito un sistema poliarchico e policentrico in cui i poteri decisionali risultano parcellizzati tra diversi livelli istituzionali sia verticali che orizzontali.


E poiché ogni centro decisionale, al quale il generoso legislatore ha affidato la cura di uno specifico interesse pubblico nel tentativo di migliorare le caratteristiche del Welfare State, grava sulla spesa pubblica, il risultato di un progressivo e costante indebitamento non dovrebbe meravigliare nessuno. A meno di dover sostenere che Stato-apparato e Stato-comunità non sono facce della stessa medaglia, i cittadini sono sempre stati consapevoli del mutamento istituzionale in senso policentrico. Del resto, anche sul piano più propriamente partecipativo, i cittadini sono stati chiamati in più occasioni a co-decidere direttamente anche attraverso l’uso referendario.

Oggi, in cui la crisi finanziaria, ha assunto connotati di gravità globale seconda solo alla crisi del ’29, ogni Paese è chiamato a fare autocritica del rispettivo indebitamento pubblico e ad attivare con urgenza piani mensili (e non pluriennali come si faceva finta di fare un tempo) di rientro della spesa pubblica complessiva. Corollario di questo nuovo, e per certi versi traumatico, impegno collettivo è che bisognerà riuscire a mantenere gli impegni assunti e sottoscritti nel più volte citato “contratto sociale” riducendo il più possibile le occasioni di spesa pubblica.

“Indietro tutta” quindi, è questo il leit motiv che anima le nuove azioni di politica pubblica di ogni livello istituzionale (Stato, Regioni ed Autonomie locali) di cui quasi tutte le forze politiche sembrano inesorabilmente contagiate.

La difficoltà, in disparte ogni considerazione sulle etichette utilizzate per l’occasione (“Salva-Italia”, “Spending Review” ecc..), sta nell’individuare ciò che nel mare della spesa pubblica si configura uno spreco e ciò che invece è strettamente connesso a garantire i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale.

I tentativi, soprattutto attribuibili al governo Monti, fin qui posti in essere si presentano “a macchia di leopardo” nel senso che numerose sono le misure caratterizzate da forte improvvisazione (la vicenda degli esodati è nota a tutti).

Su questo fronte, anche in considerazione del principio di coordinamento della finanza pubblica, recentemente rafforzato dalla previsione costituzionale del pareggio in bilancio, anche le Regioni a Statuto differenziato comela Sicilia sono chiamate a dare il proprio contributo. In tale contesto, la specialità, da troppi anni ormai mal utilizzata dal legislatore siciliano, potrebbe rappresentare ancora una volta un’occasione per non essere travolti dall’improvvisazione e dalla sola ricerca disperata di risparmi alla spesa pubblica.

Ma, per far questo, occorrerebbe una classe politica che, a prescindere dall’esperienza del dimissionario Governatore Lombardo, non sembra proprio essere all’altezza del compito. Ancora oggi numerosi sono i parlamentari regionali che sconoscono le prerogative dello Statuto siciliano. Tanti altri non discriminano tra norme statali immediatamente applicabili nell’ordinamento regionale e norme statali che necessitano di essere puntualmente recepite. Altri ancora pensano invece di poter continuare a legiferare indipendentemente dai vincoli di natura finanziaria sottesi agli impegni assunti dallo Stato con l’Unione Europea. Le numerose impugnative del Commissario dello Stato sono la prova provata di quanto sia inadeguata la squadra dei 90 inquilini ancora in carica all’Assemblea Regionale Siciliana.

La vicenda delle Province e delle Città Metropolitane è emblematica. Il legislatore siciliano preferisce infatti programmare uno svuotamento delle funzioni fondamentali delle Province Regionali, che notoriamente risultano governate da rappresentanti democraticamente eletti, a vantaggio di enti-parassiti, che ancora oggi continuano ad alimentare l’articolazione pubblica regionale (autorità d’ambito per la gestione delle risorse idriche e dei rifiuti, Consorzi di Bonifica, Istituti Autonomi Case Popolari ecc..) e della stessa Amministrazione Regionale che, in tempi di federalismo, continua ad accentrare funzioni amministrative sottratte al territorio. Infatti, le funzioni amministrative delle Aziende Provinciali per l’incremento turistico e delle Aziende Autonome di soggiorno e turismo non sono state trasferite alle Province ma a nuovi Uffici regionali. Le funzioni delle Aree di Sviluppo Industriale non sono state recentemente trasferite alle Province, ma a nuovi Uffici regionali. Stessa sorte è programmata per i Consorzi di bonifica e per gli Istituti Autonomi Case Popolari.

Appare evidente che in Sicilia, l’ipotesi del commissariamento, ancorchè di difficile applicazione giuridica, non è affatto peregrina, atteso che l’esecuzione dinamica del “contratto sociale” è seriamente ostacolata da una non precisata forma di autolesionismo in cui la corsa non è a fare meglio e di più ma, paradossalmente, a fare poco e male. In questo quadro di responsabilità collettiva non sembra possibile discernere tra società politica e società civile, anche in considerazione che per avere una buon “contratto sociale” occorre avere una buona classe politica, ma per avere una buona classe politica occorre necessariamente avere una buona società civile che sia in grado di accrescere autonomamente il capitale sociale di cui dispone promuovendo forme di autogoverno di beni e servizi collettivi.

In Sicilia, soprattutto in questo momento, è più che mai necessario introdurre il mito di Sisifo, secondo cui “ognuno porti con gioia la propria pietra”, con la variante che per creare una coscienza collettiva l’azione di Sisifo non può più essere lasciata alla sensibilità dei pochi ma deve diventare un obbligo morale e civile prima ancora che politico.

 

 


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