Adesso, anche a Milano è stato istituito un apposito registro per le unioni civili (altrimenti dette “unioni di fatto“). Dopo mesi di discussione, è stato infatti approvato il regolamento che riconosce i diritti di convivenza di due persone non legate da parentela né da vincolo matrimoniale. E’ vero che, in Italia, quello milanese non è il primo documento regolamentare di questo genere: arriva, infatti, dopo gli analoghi di altre 85 città, tra cui le stesse Napoli e Torino.

A Milano, però, la vicenda ha acquisito un valore simbolico particolarmente forte. Innanzitutto, perché trattavasi di uno dei principali punti programmatici della giunta di Giuliano Pisapia; secondariamente perché, durante il dibattito milanese, si è portata molto vivacemente alla luce la questione dei diritti delle coppie omosessuali.

Dopo l’estenuante dibattito consiliare, dunque, si è finalmente istituito, presso il Comune del capoluogo lombardo, l’autonomo registro delle unioni civili. Si noti, però, come esso risulti legislativamente riferito all’articolo 4 del Dpr 223 del 1989, il quale viene a porgli dei ben precisi limiti, parlando unicamente di famiglia anagrafica. In altre parole: i vantaggi dei conviventi restano, secondo il regolamento in oggetto, ben circoscritti, riguardando soltanto i settori di competenza dell’amministrazione comunale. Niente a che vedere, quindi, coi veri e propri diritti che la legge italiana lega al matrimonio. Trattasi, a mo’ d’esempio: della possibilità di successione nell’abitazione delle case popolari; della possibilità di partecipazione a bandi comunali per il supporto anti-crisi ed anti- disoccupazione; del diritto di accesso ad alcuni servizi sociali, nonchè del diritto alla reciproca assistenza tra conviventi (escluso, ovviamente, quello relativo al settore sanitario, la cui regolamentazione spetta, anziché al Comune, alla Regione).


In verità, nel regolamento in questione vengono elencati anche altri ambiti: si parla dei diritti delle coppie di fatto nel settore delle politiche giovanili e dello sport; dei diritti nel settore della formazione e della scuola; dei diritti di partecipazione ai trasporti. Il tutto, ovviamente, per la prevenzione di qualsivoglia discriminazione, in tali settori, dei soggetti della nuova famiglia anagrafica. Ma, ritengo che si tratti, in tali casi, di esempi del tutto teorici ( ed oserei dire assolutamente demagogici! ), dato che di fatto non esiste, nel nostro Paese, una discriminazione, nei settori su elencati, tra chi è sposato e chi convive. La questione della casa resta quindi, nel regolamento del Comune milanese, l’unica più facilmente riconoscibile ed importante.

Il registro delle unioni civili diverrà effettivamente operativo, nel capoluogo lombardo, il prossimo settembre, dopo l’ansia della lunghissima discussione ( durata mesi ) del suo regolamento istitutivo. Per quest’ultimo, l’approvazione finale è giunta con 29 voti a favore, 7 contrari e 4 astenuti.

Nelle ultime due settimane, molti sono stati, comunque, gli emendamenti ed i correttivi. Il principale è consistito sicuramente nell’eliminazione della definizione di “famiglia anagrafica”, opportunamente sostituita dal concetto di “unione civile”, allo scopo di evitare le critiche sollevate dal mondo ecclesiastico, che della famiglia ha un’accezione più tradizionale.


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