La trasmissione “bersaglio mobile” su La7 di ieri sera, 26 luglio, è stata molto istruttiva. Il “gotha” giornalistico ed economico, in particolare Alesina e Mentana, hanno detto con estrema chiarezza: l’eliminazione delle province non risana certo il bilancio dell’Italia, non risolve i problemi dello spread e dell’euro, ma è un’azione simbolica da attuare, per dare ai cittadini un segnale contro i costi della politica.

Poiché a parlare non erano persone qualunque, ma soggetti in diretto contatto con le istituzioni e i decisori, non v’è il minimo dubbio che le cose stiano esattamente così. Il Governo e il Parlamento sono del tutto consapevoli che l’accorpamento e la sottrazione di competenze alle province non ha alcuna utilità sul piano economico e finanziario; è solo una “coperta di Linus”, un contentino ai giornalisti che sulle intemerate contro la “casta” costruiscono la loro popolarità, nonché uno “scalpo” da offrire al popolo, da mostrare per far vedere che si lotta contro “gli sprechi”, anche se in effetti non si cava un centesimo dal buco.

La questione, così come la parte di trasmissione dedicata alle province, ha veramente del grottesco o, se si vuole, del tragicomico. In questa fase la “spending review” veniva e viene osannata come lo strumento per ridurre le spese dello Stato e risanare i conti senza aumentare, finalmente, la pressione fiscale.


Dovrebbe essere, la spending review, una cosa molto, ma molto seria. E per attuarla non sarebbe stato necessario alcun supercommissario: una lettura attenta a referti e relazioni della Corte dei conti avrebbe consentito agevolmente di capire dove e come agire.

Invece, come troppo spesso accade in Italia, la spending review ha finito per essere solo un nome, dietro il quale mascherare un’altra cosa: nel caso di specie la solita manovra correttiva dei conti estiva, intrisa di tagli lineari o, comunque, per nulla coerenti con una revisione della spesa basata su analisi delle priorità. Arricchita, però, in questo caso dal “simbolo”, l’accorpamento delle province.

Troppo in pochi sanno e molti omettono (artatamente) che proprio di un simbolo e nulla più è l’accorpamento delle province. La prova? La tabella redatta dalla Ragioneria Generale dello Stato, illustrativa dei risparmi discendenti dal d.l. 95/2012. Leggiamola bene: la riga relativa all’accorpamento delle province non esiste nemmeno. Perché? Perché da tale idea non deriva nemmeno un centesimo di Euro, né nemmeno una frazione di Dracma, di risparmio. Nulla.

Ora, i simboli sono importanti. Di solito, nelle leggi, si parla di simboli quando ci si riferisce alla bandiera, all’esercito, alla Costituzione. Insomma, si tratta dei simboli in modo serio, come serie dovrebbero essere le leggi. Che non sono romanzi di appendice, né sottocapitoli di libri-best seller delle star giornalistiche alla Stella e Rizzo.

E’, oggettivamente, disarmante che un Governo e un Parlamento di un Paese così in difficoltà possano aver fatto argomento quasi centrale e, comunque, costante delle azioni virtuose per riprendersi dalla crisi la questione delle province. Soprattutto perché, come dimostrato dagli organi tecnici, non se ne guadagna nulla.

Ma, l’altra gravissima omissione dei corifei della necessità di agire sulle province è ancora più grave: oltre a non produrre nemmeno un cent di risparmio, essa sarà costosissima. Pensiamo: ci saranno da trasferire 56.000 dipendenti ad altri enti, da passare milioni di contratti (tra utenze, appalti, servizi), da trasferire immobili (in prevalenza scuole), insomma da aprire una quantità immane di negozi giuridici. Lo Stato non è capace, nonostante gli intenti, di fondere l’Agenzia delle entrate con quella del territorio, che fanno parte della medesima branca amministrativa. Sogna, però, il Governo a caccia di simboli, di poter trasferire con un solo tratto di penna il 90% delle competenze delle province ai comuni. Quali? Ce ne sono 8100. I capoluoghi? Quelli con un certo numero di abitanti? Nessuno lo sa. Nessun criterio serio ed efficace può essere evidenziato.

Il rischio, anzi la certezza, è che i comuni si troveranno sul groppone nuove incombenze, senza nemmeno adeguati finanziamenti per portare avanti i servizi. Infatti, il “simbolo” viene realizzato mentre ai comuni si sottraggono tra 2012 e 2013 ulteriori 2,5 miliardi e alle province 1,5 miliardi: impossibile, dunque, che le funzioni trasferite dalle province ai comuni si “portino in eredità” il quantitativo di denaro sufficiente per renderle in maniera decorosa.

Si tratta di una vera dèbacle amministrativa, un delirio giuridico alla ricerca del “simbolo” da offrire ad un popolo veramente considerato obnubilato e incapace di giudizio critico, anche grazie al prezioso lavoro di lavaggio del cervello del giornalismo superficialmente intento a denunciare la casta, senza mai saper scendere nei dettagli degli sprechi e delle regole amministrative.


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4 COMMENTI

  1. Non le province dovrebbero essere diminuite, ma i consigli di amministrazione degli ospizi,
    Nella provincia di cremona dove abito ci sono 27 ospizi, ciascuno con un suo consiglio di amministrazione di nomina politica, ognuno di questi enti e troppo piccolo per essere efficiente, tutte le competenze dell assistenza sociale andrebbero trasferite alla provincia che continuerebbe ad esistere con un significato di rendere efficiente l assistenza sociale e anche rimpiazzare i consorzi di comuni

  2. […] l’ipotesi di una possibilità di abolire le prefetture, in concomitanza al riordino dell Province, aveva spiegato Filippo Patroni Griffi, la mancanza del commissario governativo nelle città […]

  3. sono d’accordo… invece di ridurre i numeri.. riduciamo gli stipendi ai politici… i parlamentari predono (ultimi dati letti sui giornali) circa 20.000 E al mese… se tagliamo lì possiamo non fare la spendig rewiew!!

  4. Siamo proprio sicuri che la modifica/soppressione/accorpamento delle Province approntata dal Governo contribuisca in maniera significativa a risolvere la crisi economica dell’Italia e non piuttosto a complicarla ed aggravarla con la creazione di veri e propri “mostri” giuridici e istituzionali? Difatti se questo progetto di riordino istituzionale che riguarda le Province italiane dovesse essere approvato dal Parlamento, oltre ad alimentare tra le comunità interessate antiche rivalità campanilistiche mai sopite nel tempo e nuove tensioni sociali tra quelle popolazioni, di cui non abbiamo proprio bisogno in questo particolare momento, assisteremo anche al pasticcio e agli inevitabili disagi, chissà per quanto tempo, dovuti al trasferimento obbligato di sedi ed uffici periferici provinciali e statali da un territorio all’altro con migliaia di lavoratori, che nelle Province da accorpare attualmente ci lavorano, costretti a mobilità coatte o, peggio ancora, a essere licenziati pur di placare l’antico livore delle lobby e dei potentati politico-economici “metropolitani” ed il conseguente furore iconoclastico dei tanti “scienziati” (politici, giornalisti, opinione pubblica e perfino della Banca Centrale Europea) dell’ultima ora nei confronti delle Province.
    Province italiane che sono storiche e antiche proprio come l’unità d’Italia e che rappresentano un importante volano di sviluppo e di crescita economica per territori di medio- piccole dimensioni, nonché specchio delle diverse identità territoriali e culturali del nostro Paese, ma che stavano però diventando estremamente ingombranti e scomode al decollo definitivo delle Città metropolitane (Milano, Roma, Napoli, Bari, Bologna, Firenze, Venezia, Torino, Genova e Reggio Calabria) “paralizzate”, soprattutto dal punto di vista finanziario, fin dalla loro istituzione (almeno sulla carta) cioè fin tempi della legge 142 del 1990 a causa delle spinte centrifughe dei loro Comuni “satelliti” più o meno grandi verso le Province limitrofe. Città metropolitane che già da allora hanno intrapreso, in maniera prima subdola e poi via via sempre più aggressiva e demagogica, un’accanita e pervicace crociata demolitrice nei confronti di tutte le Province servendosi dei potenti “vassalli” di turno, sino alle decisioni di oggi che solo un Governo tecnico (con appoggio politico, s’ intende) poteva prendere per spianare la strada al loro definitivo decollo.
    Piuttosto un suggerimento mi permetto di dare per risollevare “seriamente” la situazione economica del nostro Paese: l’Articolo 50 dello Statuto Albertino (1848) stabiliva che DEPUTATI e SENATORI non avessero diritto nè ad alcuna retribuzione nè tanto meno ad una indennità. Bene, senza arrivare a tanto, basterebbe alleggerire il “grasso” stipendio di parlamenteri e consiglieri regionali equiparandolo a quello di un professore di liceo statale italiano con 35 anni di anzianità (circa 2000 euro al mese!) .
    Così si risolverebbe davvero nel volger di pochi anni il deficit economico (e strettamente connesso anche quello morale) dell’Italia; altro che modifica/soppressione/accorpamento delle Province italiane! Convinto più che mai che la credibilità internazionale del nostro Paese, che non abbiamo ancora nonostante il professor Monti, dipende soprattutto da questo tipo di manovre e provvedimenti.

    Prof. Vincenzo Piccialli
    Trani

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