Giornata nettamente “europea” per la Camera dei Deputati. Con 368 voti a favore, 65 contrari (quelli di Lega Nord ed Italia dei Valori) e 65 astenuti, l’aula di Montecitorio ha dato il via libera finale per la ratifica del Fiscal Compact, il Trattato sulla stabilità (noto anche come Patto di bilancio) per cui, il 12 luglio, era già arrivato il sì del Senato. Contestualmente, la Camera ha anche approvato in via definitiva il disegno di legge di ratifica per la revisione del trattato europeo, con la previsione della possibilità di ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) da parte dei Paesi dell’Eurozona. Questa ulteriore misura è passata con 380 voti a favore, 59 contrari (Lega Nord) e 36 astenuti (Italia dei Valori). Le ricadute positive dell’approvazione del Trattato sulla stabilità sono state sottolineate anche dal Premier Mario Monti.

Il Fiscal Compact è stato sottoscritto il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 Paesi dell’Unione europea (tutti tranne Gran Bretagna e Repubblica Ceca). L’entrata in vigore è prevista per il 1° gennaio 2013, se entro tale data almeno 12 Stati appartenenti all’area euro (e non, più estensivamente, alla Ue) lo avranno ratificato. Ad oggi, presso il Segretariato generale dell’Ue, sono state depositate le firme di 4 Paesi dell’Unione (non tutti aderenti alla moneta unica): Grecia (la prima in ordine cronologico), Slovenia, Lettonia e Portogallo. Presto seguiranno Austria, Danimarca, Germania, Irlanda, Lituania, Romania, Polonia e, dopo l’approvazione alla Camera, Italia.

Si tratta di un accordo di diritto internazionale, posto fuori dall’ambito giuridico del Trattato di Lisbona e, pertanto, non (ancora) rientrante nel diritto comunitario. L’accordo si coordina con le norme del cosiddetto “Six-Pack”, evoluzione del Patto di stabilità e crescita per rendere più unitaria, rapida ed efficace la governance economica dell’Unione (che in passato, per la verità, non ha dato grande prova di sé, mancando di una “cabina di regia” unica).


Il Fiscal Compact prevede una serie di “regole d’oro” che ruotano attorno al principio dell’equilibrio di bilancio. In particolare, questi i principali punti contenuti nei 16 articoli del Trattato:

1)    Il deficit strutturale di ogni Paese non deve superare lo 0,5% del PIL (l’1% nel caso in cui il debito pubblico sia inferiore al 60%).

2)    Gli Stati con debito pubblico superiore al 60% del PIL hanno tempo 20 anni per rientrare al di sotto di tale soglia, ad un ritmo pari ad un ventesimo della quota eccedente per ogni anno.

3)    Ogni Stato deve garantire correzioni automatiche quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati, con precise scadenze.

4)    Il rapporto deficit/PIL deve essere mantenuto sempre al di sotto del 3%, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; sanzioni semi-automatiche scatteranno in caso di mancato rispetto del vincolo.

5)    È previsto l’impegno ad inserire le “regole d’oro” nella Costituzione (o comunque nella legislazione nazionale), con verifica da parte della Corte europea di giustizia, a Lussemburgo.

6)    I 17 Paesi dell’Eurozona si impegnano a riunirsi almeno 2 volte all’anno in periodici vertici.

 

In Italia il principio del pareggio di bilancio in Costituzione è già stato introdotto con la Legge costituzionale n. 1/2012 , entrata in vigore l’8 maggio scorso.

Ma quale sarà il costo dell’applicazione di tali norme che – nell’orizzonte di una sempre maggiore integrazione economica dei Paesi Ue – pongono fortissimi limiti alla sovranità economica dei singoli Stati? La medicina, indubbiamente, è molto forte per l’Italia.

L’obiettivo di ricondurre il debito pubblico sotto il 60% nell’arco di 20 anni significa, per il nostro Paese, il cui debito è pari al 120%, una riduzione pari al 3% ogni anno (60% / 20 anni). Stiamo parlando di manovre comprese tra i 40 ed i 50 miliardi l’anno, cifre importantissime che potrebbero aumentare nel caso in cui fossimo in recessione (e ci siamo…), con il PIL che cade e la conseguente riduzione della ricchezza.

Un simile traguardo è, francamente, irraggiungibile per mezzo di sole manovre di rigore dei conti, e l’unica alternativa praticabile è quella di avviare massicce dismissioni del patrimonio pubblico. Tuttavia, anche tale strada è pericolosa poiché, nell’attuale situazione di emergenza, il rischio per lo Stato italiano è quello di disfarsi dei “gioelli di famiglia” (le partecipazioni in grandi aziende pubbliche con bilanci in attivo quali Eni, Enel, Finmeccanica, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, Terna, ecc.) nel peggiore dei modi: svendendoli!

Per evitare che il Patto di bilancio diventi “una camicia di forza economica”, come sostenuto autorevolmente da cinque Premi Nobel dell’economia (riconducibili prevalentemente alla scuola di pensiero di Keynes) è indispensabile accompagnare il Fiscal Compact con un “Growth Compact”, cioè con strategie di rilancio e sviluppo che non rendano vani gli sforzi dei singoli Stati nel risanamento delle finanze pubbliche. In questo senso va, fortunatamente, il Piano europeo per la crescita e l’occupazione da 120-130 miliardi di euro su cui si è raggiunta l’intesa al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Ora bisogna attuarlo con rapidità.

Sono inoltre allo studio misure di compromesso per ammorbidire il Fiscal Compact, valutando parametri nei quali l’Italia si trova in migliori condizioni di altri Paesi che pure hanno debiti pubblici inferiori al nostro. Tra le principali “attenuanti” per il nostro Paese figurano il basso livello dell’indebitamento privato delle famiglie e la spesa pensionistica (considerata, con le regole attualmente in vigore dopo la Riforma Fornero contenuta del “Salva Italia”, tra le più sostenibili d’Europa).

Quindi, il capitolo sul Meccanismo europeo di stabilità.

Il Mes contribuirà a salvaguardare la stabilità dell’Eurozona ed è uno dei punti su cui il Governo Monti ha insistito maggiormente in sede europea per ridurre la “volatilità” finanziaria nel breve e brevissimo termine e calmierare livelli degli spread che rischiano di finire fuori controllo.

La principale modifica, approvata oggi anche dalla Camera dei Deputati, riguarda l’articolo 136 del Trattato di Lisbona del 2007 così come approvata dal Parlamento europeo di Strasburgo il 23 marzo 2011, per cui “gli Stati membri la cui moneta é l’euro possono istituire un Meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del Meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.

Si tratta, a ben vedere, di qualcosa di più profondo, permanente e strutturale dello “scudo anti-spread” oggi agli onori delle cronache. Ma su questo punto le resistenze (tedesche, finlandesi ed olandesi in primis) sono ancora molto forti. L’Eurogruppo dei Ministri dell’economia e delle finanze previsto per il 20 luglio a Bruxelles segnerà un’ulteriore round di questa difficile partita europea.


4 COMMENTI

  1. […] una serie di impegni presi in sede europea ed internazionale da rispettare, a cominciare dal Fiscal Compact. E, con Monti o senza, la strada del “montismo” appare comunque già tracciata per i prossimi […]

  2. […] e la Carta fondamentale della Germania. Contemporaneamente, arriva anche l’avallo per il Fiscal Compact. Il sì conferma le previsioni della vigilia, che davano un via libera della Corte quasi per certo. […]

  3. […] debito ci sono, inoltre, gli impegni europei che abbiamo sottoscritto, ultimo in ordine di tempo il Fiscal Compact, che l’Italia ha trasformato in legge dello Stato lo scorso 20 luglio, e che vincola i 27 Paesi […]

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