“E’ iniziato un duro percorso di guerra per l’Italia” così ha detto Mario Monti durante l’assemblea dell’Abi, ha poi  proseguito “siamo all’interno di un tunnel. I primi risultati arriveranno nel 2013. Il mio successore vedrà risultati”. Confermata dunque, almeno in queste dichiarazioni, la volontà del premier di non ricandidarsi e di non voler prolungare il proprio mandato al 2013.

Al momento, però, le sue preoccupazioni sembrano altre; la priorità è infatti intraprendere “una guerra contro i diffusi pregiudizi sull’Italia, contro le ciniche sottovalutazioni di noi stessi, una guerra contro le eredità, cioè il grande debito pubblico, contro gli effetti inerziali di decisioni del passato e contro vizi strutturali della nostra economia“. Il professore ha le idee chiare e pensa di aver intrapreso una strada che ci porti lontano da quel G20 di Cannes, che lui stesso, ha indicato come uno dei momenti più bassi della politica estera italiana ” (Berlusconi) fu sottoposto a una pressione sgradevolissima per lui e per il paese, prossima all’umiliazione“, in quello che era soprattutto “un tentativo di far cedere all’Italia parte della sua sovranità”. Secondo il premier l’Italia è pronta a condividere la sua sovranità, lo è per inclinazione naturale e storica, ma non lo è a farlo in modo secco, forzato e senza averne il controllo.

Durante quel G20 ci fu un palese tentativo di intromissione da parte di forze politiche straniere nel quadro politico nostrano, resistere è stato un bene anche perché oggi ci permette di essere più padroni del nostro destino sul piano internazionale, non abbiamo né la storia, né il background culturale per fare la “colonia”. L’attenzione di Monti si è poi rivolta al decreto legge della spending review e come ogni buon padre ha difeso la propria creatura “l’Italia deve proseguire nell’azione intrapresa sul duplice fronte della finanza pubblica e delle riforme strutturali” ma come un genitore troppo premuroso ha attribuito colpe ad altri sostenendo: “Esercizi profondi di concertazione in passato” con le parti sociali “hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli e nipoti non trovano facilmente lavoro”.


Queste dichiarazioni sono spiaciute molto alla segretaria nazionale della Cigl, Susanna Camusso, che ha duramente replicato  “Credo che non sappia di cosa sta parlando. Vorrei ricordargli che l’ultima concertazione nel nostro Paese è quella del 1993. Un accordo che salvò il Paese dalla bancarotta, con una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal suo Governo”, più mite Raffaele Bonanni, segretario di Cisl, che ha osservato “I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale”.

In seguito Bonanni si è speso anche in un invito a moderare i toni, invito che ha colto Aldo Tropea, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Andis (Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici), cui abbiamo sottoposto qualche domanda sui tagli della spending review all’istruzione. Tropea, a differenza del  collega della Flc – Cigl Pantaleo, è stato più moderato e tiepido nelle sue dichiarazioni che,  in definitiva, non bocciano l’operato del governo ma propongono una più stretta collaborazione fra quadri politici e cittadini.

 

Come si coniuga il Tfa, quindi l’ accesso per chi lo supererà alle graduatorie, rispetto ai tagli previsti della spending review che puntano a ridurre le supplenze e a cristallizzare gli organici    odierni, puntando addirittura sulla riconversione di insegnanti in amministrativi e tecnici?

Premesso che in realtà i veri tagli agli organici della scuola sono stati operati dal governo Berlusconi, mentre quelli previsti dalla spending review non hanno a nostro avviso una rilevanza così significativa, occorre dire che si tratta di due questioni tra loro diverse. I tagli lineari degli organici, nella scuola come in tutte le pubbliche amministrazioni, sono ingiusti e inefficaci perché non colpiscono le situazioni di spreco e non rimediano all’attuale mancanza di equità e di trasparenze nell’assegnazione delle risorse finanziarie ed umane. Valga per tutti l’esempio delle differenze enormi esistenti nel modo di attuare il cosiddetto dimensionamento tra le diverse regioni: ci sono zone in cui le autonomie scolastiche hanno un numero medio di novecento studenti, altre in cui si arriva a stento ai cinquecento.
L’avvio del TFA è comunque urgente ed auspicabile poiché crea le condizioni di un accesso alla scuola anche per i giovani. Nei prossimi anni, malgrado la riforma pensionistica,  ci sarà un massiccio turn over di insegnanti, specie nelle diiscipline tecnico-scientifiche ed è necessario che siano riaperti  canali di assunzione diversi dalle sanatorie “ope legis”

Il taglio di oltre il 50% degli insegnanti all’estero che ripercussioni può avere sull’immagine internazionale del nostro paese?

Naturalmente molto negativo, poiché cade proprio in un periodo in cui era finalmente in corso un processo molto positivo come quello della nuova diffusione  dello studio dell’italiano. Tuttavia occorre dire che il prestigio delle scuole italiane all’estero non dipende solo o tanto dal numero degli insegnanti, ma anche dalla capacità delle scuole di attrarre i giovani anche la cerchia dei figli dei cittadini italiani che si trovano a lavorare all’estero. I dati negativi delle rilevazioni OCSE-PISA hanno prodotto danni anche maggiori e non farebbe male una maggiore trasparenza nei criteri di assegnazione dei comandi all’estero e nel loro trattamento economico.
Perché la ricerca è sempre l’agnello sacrificale quando si tratta di   tagli e gestione dei costi? E’ davvero così inevitabile passare per i tagli sugli investimenti di coloro che dovrebbero essere il motore culturale propulsivo dell’università italiana?

La domanda, così come e’ formulata, non puo’ che avere una risposta negativa:
e’ ovvio che proprio nei periodi di crisi un paese come l’italia, privo di materie prime e appartenente al mondo industriale avanzato, non può non considerare il capitale umano come l’elemento centrale dello sviluppo. Occorre però sottolineare che è vero anche il contrario: non basta  chiedere più fondi, occorre finalizzarli ad un cambiamento profondo della qualità della scuola, di cui fa parte, per esempio, una serie valutazione dei risultati e delle prestazioni. In altri termini, in tempi come questi occorre dimostrare la produttività di un investimento nel momento stesso in cui lo chiedi, anche perché oggi quel che dai da una parte lo togli da un’altra. E quanti sono non solo i politici, ma che i cittadini “normali” che considerano l’istruzione più importante – altrettanto importante – della sanità, della previdenza, dei trasporti, dell’occupazione? La battaglia per ottenere i fondi necessari per questo è indissolubilmente legata a quella per la qualità e per l’efficienza.

Le nuove misure per la contribuzione universitaria sono davvero “un omicidio premeditato dell’ università italiana”? Secondo lei sarebbe possibile un’altra soluzione per creare nuovi introiti per gli atenei?

L’università non rappresenta il nostro reciproco campo di competenza, ma la Conferenza dei Rettori ha più volte denunciato la situazione di grave difficoltà finanziari in cui versa il mondo accademico. Abbiamo tuttavia l’impressione che anche qui bisognerebbe operare le necessarie distinzioni tra sedi e facoltà che sembrano essere fabbriche di disoccupati ed altre in cui invece la ricerca e’ viva e vitale. Anche qui, insomma, si tratta di valutare i risultati della ricerca, che è il compito specifico dell’Università, di rivedere radicalmente i criteri di reclutamento dei docenti, ancor oggi in mano ai “baroni”  e rendere reciprocamente conveniente la collaborazione tra le imprese e le facolta’ che svolgono ricerca scientifica e tecnologica, per esempio detassando significativamente gli utili societari così impiegati. Anche in questo settore, insomma, lo Stato deve fare la sua parte nella definizione e nel controllo degli ordinamenti, nel garantire equità delle risorse, e assunzione dei migliori, ma deve poi essere l’intera società civile a farsi carico dello sviluppo culturale e scientifico.

Potendo scegliere cosa andrebbe urgentemente risanato nella scuola e nell’università italiana, quali sono le decisioni da prendere per non mettere in ginocchio il sistema culturale italiano?

Non si può rispondere a questa domanda in poche parole così come in generale non esistono soluzioni semplici alla situazione complessa in cui il nostro paese si è venuto a trovare, per responsabilità proprie e per meriti altrui. Certo era più semplice la vita quando i 4/5 dell’umanità non erano competitivi e l’occidente industrializzato di poteva permettere standard infinitamente superiori a quelli altrui. Vorremmo però far presente che il sistema culturale italiano è già in gran parte in ginocchio in quanto al tempo stesso ingiusto socialmente e poco efficace.
Pensiamo dunque in primo luogo che occorrerebbe credere realmente nell’autonomia della gestione da parte delle singole istituzioni scolastiche, procedendo a serie valutazioni del servizio e delle prestazioni, al riconoscimento dei merito e degli operatori e alla sanzione delle inadempienze ( naturalmente, ci riferiamo a risultati rigorosamente riferiti al contesto socio economico in cui si è collocati).
In un simile quadro crediamo che non sarebbe impossibile trovare nei cittadini le necessarie alleanze perché si trovino le risorse per migliorare il livello generale dei risultati e per rifinalizzare a questo obiettivo i risparmi che è ancora possibile operare, per esempio attraverso la definizione centralizzata del miglior prezzo possibile delle forniture didattiche e scientifiche.


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