Come noto, in Italia il diritto d’autore è tutelato e fatto rispettare attraverso un organismo appositamente istituito, ossia la SIAE.

La legge speciale n. 633 del 1941 è nata al fine di salvaguardare il diritto alla paternità e all’integrità dell’opera (opera intesa come creazione immateriale dell’ingegno e che racchiude arti figurative, letteratura, musica, teatro, cinema, etc.), nonché il diritto di pubblicazione ed i consequenziali diritti di riproduzione, esecuzione, rappresentazione, diffusione, distribuzione ed elaborazione dell’opera dell’ingegno.

Orbene, ad occuparsi della gestione e della salvaguardia dell’opera dell’ingegno è un Ente di diritto pubblico (così definito dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 25 del 1968) che, sostanzialmente, ha il compito di impedire l’indebito utilizzo dell’opera coperta da diritto d’autore e riscuotere i relativi compensi.


Ora, che la SIAE svolga questo compito ad effettiva tutela dell’autore dell’opera oppure in qualità di mero agente di riscossione a favore dello Stato e non dell’artista iscritto, è un argomento tutt’ora aperto e fonte di accesi dibattiti nel settore dell’arte e della cultura. Ad ogni modo è innegabile che l’azione inibente della SIAE sia efficace nei confronti di coloro che intendono utilizzare le opere dell’ingegno altrui a proprio favore.

Ma quid juris per le opere dell’ingegno collettive e non coperte dal diritto d’autore? Insomma, che tutela ha la musica popolare?

Considerando chetali opere rappresentano il genius loci del luogo ove vengono eseguite, occorre interrogarsi sugli strumenti di tutela e di valorizzazione da mettere in campo per impedire il progressivo perdersi della loro memoria.

Prima di affrontare, seppur brevemente, il tema della tutela giuridica del patrimonio culturale immateriale (di cui la musica ne rappresenta una cospicua parte) occorre porsi una semplice quanto complessa domanda preliminare: perché?

Perché tutelare le musiche insieme ai racconti, canti, proverbi… e tutto ciò che è connesso alla cultura popolare immateriale? Perché l’Ordinamento dovrebbe prendersi la briga di raccogliere questi elementi che forse non rientrano nemmeno nei crismi della culturalità classicamente intesa?

La prima domanda trova la sua risposta nella realtà attuale. Oggi si assiste a continui flussi turistici e all’emersione del c.d. etnoturismo, un fenomeno in forte espansione che sta supplendo altre tipologie di turismo (artistico, termale, balneare, religioso, ecologico); basta fare un giro nei piccoli borghi del Sud Italia, magari d’estate, e notare la continua espansione di offerte turistiche legate ad eventi di cultura popolare, quali concerti, sagre, feste riscoperte o inventate di sana pianta.

E’ anche notoriamente risaputo che l’Italia «è da sempre meta di visitatori attratti non solo dalla presenza di uno o più beni culturali, ma da quel “continuum” che lega strade, edifici, tradizioni culturali, e storia della singola città e dell’Italia intera. Un “continuum” che ha portato alla definizione dell’Italia quale “museo a cielo aperto” e che svolge un ruolo di attrattore forte per il turista culturale, interessato sia a conoscere le città d’arte, e i loro beni culturali, sia il paesaggio, le tradizioni popolari, l’enogastronomia e ogni altra rappresentazione culturale, come i concerti e le esibizioni artistiche».

Orbene, in questo quadro il patrimonio culturale immateriale sta subendo continui attacchi provenienti proprio da coloro che promuovono il marketing territoriale, risaltando i prodotti culturali più piacevoli e vendibili sul mercato turistico e al contempo penalizzando gli aspetti “poco piacevoli” della cultura popolare di riferimento. Penso, per esempio, alla riscoperta, in Salento, della pizzica-pizzica e del simbolo della taranta, un simbolo legato in passato ad un fenomeno peculiare e oggi ormai scomparso: il tarantismo. La taranta, da simbolo mitico-rituale, è divenuto un marchio ormai presente sui souvenirs di tutte le bancarelle della Puglia.

In tale contesto, intere fette di cultura popolare (canti di lavoro, di protesta, nenie funebri, ma anche le tecniche e i saperi che ruotano intorno all’artigianato) si stanno disgregando sotto gli occhi di tutti.

Quando un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca. Quando un artigiano appende gli strumenti al chiodo, strozzato dalla concorrenza e dal modello cinese, è come se si dissolvessero nel vento secoli e secoli di conoscenze immateriali.

L’UNESCO, nelle sue Convenzioni, segnatamente la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003 e la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali del 2005, ha messo in rilievo proprio la necessità di salvaguardare il patrimonio culturale locale in quanto la diversità culturale è essenziale per l’umanità come lo è la biodiversità per la natura, chiedendo ai paesi firmatari di catalogare tutti i beni immateriali presenti sul territorio, senza ulteriori “selezioni per qualità”, proprio al fine di archiviare e rendere fruibile la mole sterminata di beni immateriali, alla stregua di un bene culturale classicamente inteso (appare ovvio che quando si ritrova un pezzo d’anfora questo venga studiato e rinchiuso in un museo. Un pezzo d’anfora non racconta molto né gli si può attribuire valore culturale se non è contestualizzato. Allo stesso modo si dovrebbe raccogliere tutto il patrimonio immateriale senza discernere tra “bello” e “brutto”, tra “orecchiabile” e “noioso”, tra “vendibile” e “non vendibile”).

L’Italia ha aderito ad entrambe le Convenzioni e con il D.Lgs. n. 62/2008 ha effettuato una modifica al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, inserendo l’articolo 7/bis, rubricato “espressioni di identità culturale collettiva”, il quale così dispone: Le espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali e sussistano i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10.

Dunque allo stato attuale v’è una normativa che impone di salvaguardare il patrimonio immateriale, sempre che – lo dice la norma – sia ancorato alla materialità e sia corrispondente a quanto stabilito dall’art. 10 del su citato Codice.

Orbene, l‘art. 10, al suo comma 2 stabilisce che le raccolte sono beni culturali ope legis, riconosciuti come tali non all’esito di un procedimento amministrativo di individuazione ma direttamente dalla norma in commento, sulla base del presupposto costituito dalla loro condizione giuridica di raccolte: di insieme di oggetti, cioè, che siano stati acquisiti ed ordinati dagli istituti museali nei modi previsti dal regolamento “per la custodia, conservazione e contabilità del materiale artistico, archeologico, bibliografico e scientifico” di cui al R.D. 26 agosto 1927, n. 1917.

Dunque, v’è una norma che tutela i beni culturali immateriali, ma dice che possono essere tutelati solo se dotati di materialità e se rispettano i requisiti posti dall’art. 10. Quindi, in altre parole, una serie di registrazioni di canti popolari (ossia una raccolta), effettuate da un antropologo e successivamente catalogate in un archivio o in un museo possono a tutti gli effetti considerarsi un bene culturale e, di riflesso, la tutela spetterebbe anche al canto.

Difatti non è azzardato affermare che nel momento in cui la tutela si applicasse ex lege ad un supporto materiale contenente un elemento immateriale, questa si rifletterebbe sul contenuto del supporto, altrimenti sarebbe come affermare che il Codice dei Beni Culturali tutela un palazzo o una chiesa solo nella loro esteriorità e non per il loro significato storico-identitario o storico-culturale.

A questo punto la domanda sorgerebbe spontanea: come tutelare una musica o un canto popolare senza con ciò congelarli, senza, in altre parole, farli divenire un pezzo da museo? La musica popolare è tale perché si evolve con l’evolversi del contesto in cui è inserita e dunque sarebbe impensabile costringere i suoi esecutori ad eseguirla sempre e comunque nello stesso identico modo.

Qui soccorre una definizione teorica che, se sviluppata, potrebbe favorire la tutela delle musiche e dei canti popolari senza con ciò impedirne l’evoluzione. La definizione riguarda il concetto di tutela riflessa, la quale potrebbe così intendersi:

Attività diretta ad esaminare, mediante le competenze relative alle discipline DemoEtnoAntropologiche, le espressività culturali immateriali “viventi” ed adeguarle, ove occorra, a quelle contenute nei supporti materiali cartacei ed audiovisivi, conservati nei luoghi di cultura della Repubblica, aggiornati costantemente al fine di seguirne l’evoluzione; la tutela riflessa dovrà favorire la diffusione della conoscenza, la preservazione della memoria, nonché, limitatamente al patrimonio culturale immateriale DEA complesso, il rispetto del contesto, della funzione e della struttura propria di ciascun elemento culturale. A tal fine, ove occorra, possono prevedersi discipline e attività che abbiano l’effetto di regolare, limitare, inibire, conformare o anche escludere determinati comportamenti dei soggetti che possano compromettere il valore culturale insito nel patrimonio culturale immateriale.

E’ appena il caso di specificare che il patrimonio culturale immateriale DEA (acronimo di DemoEtnoAntropologico) complesso è quello in cui vi sono più elementi immateriali legati tra loro. Classico esempio è la rota o ronda, ossia il cerchio di suonatori al cui interno si esegue il ballo popolare. Qui vi sono più elementi immateriali: musica, canto, gestualità, balli, tra loro legati.

A conclusione di questo scritto appare utile ribadire la necessità di salvaguardare, da un lato, il vasto patrimonio culturale immateriale di cui ancora disponiamo, prima che si perda nell’oblio della memoria, attraverso la predisposizione di archivi e musei, e dall’altro la musica popolare viva, ancora attiva sul territorio, in modo da favorire esecuzioni musicali consapevoli, nell’ottica di una naturale evoluzione della musica. Del resto, ripetendo le parole di Roberta Tucci, (…) a chi verrebbe in mente di inserirsi, con il proprio strumento musicale o con la propria voce o con il proprio corpo, in un contesto culturale “ufficiale”, quale può essere un concerto (di un’orchestra, di una banda, di un gruppo rock), o uno spettacolo di danza e di teatro? Perché, invece, gli spazi della cultura “popolare” possono venire tranquillamente occupati, senza neanche chiedere il permesso? e perché la musica d’autore è ipertutelata mentre quella popolare può essere liberamente sfruttata, anche a costo di snaturarla, senza che alcuno possa intervenire per proteggerla?


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7 COMMENTI

  1. […] E’ ormai risaputo che l’UNESCO, con la Convenzione sopra citata, ha aperto le porte alla tutela nazionale ed internazionale del patrimonio culturale immateriale DemoEtnoAntropologico (d’ora in avanti “DEA”). […]

  2. Alessandro, mi trovi perfettamente d’accordo sulla necessità di approntare una nuova normativa in materia di tutela del patrimonio immateriale. L’attuale Codice soffre di un eccessivo ancoraggio alla materialità che non tiene conto della vasta produzione etnografica oggi, per fortuna, riconosciuta a livello internazionale.
    Nella situazione attuale, dunque, che vede una vacatio legis da parte dello Stato in materia e, spesso, una normativa dettagliata ed efficace da parte di alcune Regioni (penso, per esempio, all’ottima L.R. Liguria n. 32/1990) occorre considerare la particolare situazione in cui versa la materia del patrimonio culturale demoetnoantropologico: riconosciuta nei suoi aspetti materiali dal Codice, ma privo di disciplina nei suoi aspetti immateriali; a rigor di logica si dovrebbe arguire che chiunque si occupi della tutela diretta nei confronti di un bene culturale debba occuparsi anche della sua tutela indiretta, pertanto la tutela dello Stato si rifletterebbe, accedendo a tale impostazione, sul patrimonio immateriale “vivente”. Un orientamento del genere, coerente sul piano concettuale, incontra però diversi limiti di carattere normativo, nonché meramente logico. Anzitutto implicherebbe l’idea che lo Stato debba appropriarsi di una funzione non disciplinata in alcun atto normativo: il fondamento giuridico della tutela riflessa risiede proprio nel riconoscimento del valore culturale dei supporti contenenti beni immateriali tutt’ora operanti nel tessuto sociale di riferimento, infatti riconoscere ad esempio che un determinato rito, riprodotto e conservato nei supporti audiovisivi, dimostra interesse culturale, pone giocoforza i pubblici poteri nella posizione di tutelare il rito ancora vivo nel territorio, sulla base delle Convenzioni UNESCO ratificate dall’Ordinamento italiano, ma chi debba occuparsi di ciò non è stabilito in alcun atto normativo; il limite logico risiede invece nella semplice constatazione che ad occuparsi delle peculiarità locali siano i livelli di governo più vicini ai cittadini, dunque, dal punto di vista della potestà normativa, le Regioni, che difatti nel corso degli anni hanno emanato una sostanziosa produzione normativa in materia di tutela e valorizzazione delle peculiarità locali.
    Dunque è su questo punto che la tua pregevole (quanto fondata, limitatamente ad un conferimento tout court allo Stato della potestà in materia di tutela dei beni culturali) tesi trova un ostacolo.
    Anche La Corte costituzionale, con la sentenza 232/2005 (in relazione al giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 40 e 50, comma 8, lettera c) della legge della Regione Veneto 23 aprile 2004, n. 11 (Norme per il governo del territorio), è dell’avviso per cui «la legge regionale non stabilisce nuovi criteri di identificazione dei beni culturali ai fini del regime proprio di questi nell’ambito dell’ordinamento statale, bensì prevede che nella disciplina del governo del territorio – e quindi per quanto concerne le peculiarità di questa – si tenga conto non soltanto dei beni culturali identificati secondo la normativa statale, ma eventualmente anche di altri, purché però essi si trovino a far parte di un territorio avente una propria conformazione e una propria storia» e, in relazione ad essi, possono essere previste misure di «tutela non sostitutive di quelle statali, bensì diverse ed aggiuntive». Un orientamento del genere è ben sostenibile dopo l’introduzione dell’art. 7/bis del Codice, in quanto il riferimento alla materialità implica la tutela statale nei confronti dei beni demoetnoantropologici materiali, mentre il combinato disposto degli artt. 117 comma 3, in riferimento alla materia del governo del territorio con l’art. 114, comma 2, che si riferisce all’autonomia statutaria, attribuisce alle Regioni la facoltà di determinare nei propri statuti specifiche finalità, tra le quali, com’è noto, sono presenti quelle di salvaguardia delle peculiarità locali (quasi tutti gli statuti regionali ne fanno riferimento). Dunque allo stato attuale e in base alle normative regionali che disciplinano specificatamente la funzione di tutela del patrimonio immateriale demoetnoantropologico, la tutela riflessa spetterebbe alle Regioni dal punto di vista normativo, e agli Enti Locali dal punto di vista operativo, ovviamente senza dimenticare che l’operato dei pubblici poteri oggi si muove sulla scorta del principio di cooperazione, il quale, nello specifico della tutela riflessa, è ancor più necessario, in virtù del profondo legame esistente tra il patrimonio immateriale vivente ed i beni culturali che lo riproducono. Il principio di cooperazione, dunque, si pone come un filo che lega l’operato degli enti di governo, senza il quale si avrebbero interventi normativi statali e regionali schizofrenici, i quali – come si potrebbe evidenziare in relazione allo stato attuale – disciplinano la materia del patrimonio DEA in modo disarticolato, attribuendo rilevanza o ad alcuni aspetti della cultura popolare o nei modi e con le forme che non si dimostrano incisive dal punto di vista della tutela (pensa, per esempio, ad alcune regioni, come il Piemonte o il Veneto, che tutelano solo gli aspetti linguistici della cultura di riferimento) o, ancora, fornendo nei propri atti normativi soluzioni definitorie certamente innovative e sotto certi punti di vista, coraggiose, ma prive di una visione generale del problema. In questo senso, come ben dici, occorrerebbe una nuova normativa, senza trascurare che, allo stato attuale, sarebbe possibile, da parte dell’intero Ordinamento, accedere alla tutela riflessa senza così snaturare la ratio del Codice, proprio in virtù, ripeto, del riparto di competenze tra Stato e regioni (ed Enti locali che, meglio di chiunque altro, possono approntare strumenti amministrativi di tutela).
    Infine tengo a rispondere alla tua prima domanda: se gli eugubini decidessero di non celebrare più il rito dei ceri di Gubbio, perché, a parer della scienza antropologica, tale rito non riflette più la loro identità, secondo una naturale evoluzione della società, allora quel rito non avrebbe più senso, quindi sarebbe opportuno tutelarne solo la memoria senza approntare strumenti di tutela del rito “vivo”. Del resto ho fatto l’esempio del tarantismo non a caso: finito il “male” del tarantismo, è restata solo la musica, come elemento di memoria e come elemento che, oggi, assume un nuovo e diverso significato, che trova la sua ragion d’essere nella dimensione dello stare insieme. A questo punto sarebbe inopportuno quanto bizzarro tutelare il rito del “ballo della tarantata”, ma non sarebbe inopportuno mantenerne la memoria, attraverso la predisposizione di archivi e materiali audiovisivi fruibili e ben spiegati. In questo senso vedo con molto entusiasmo l’esperienza di alcuni eco-musei nati in diverse zone d’Italia, che, paradossalmente, non esistono o si ritrovano sporadicamente nel Meridione, proprio in quella zona dove il patrimonio etnografico è massicciamente presente. Pensa un po’…

  3. Caro Giovanni, apprezzo il tuo sforzo di “difendere” l’idea della tutela riflessa, ma credo che tu ometta due aspetti significativi. L’esempio dei ceri di gubbio è voluto, perchè quella manifestazione non ha senso se non svolta il 15 maggio, così come il Palio di siena non avrebbe senso se non svolta il 2 luglio o il 16 agosto per motivi che tu ovviamente sai e non starò qui a ripetere. Quindi la falla del tuo dicorso è che non consideri il carattere INDIVIDUO del bene culturale – anche immateriale – perciò no non sarebbe possibile spostare in un’altra data o in un altro luogo quelal festa. E allora ti ripeto: che cosa accadrebbe di quel rito se gli eugubini decidessero di non celebrarlo più, di non conservarlo più, di non ripeterlo più? La “forza” di una normativa sui beni culturali è proprio nella tutela degli stessi, tutela che non sarebbe garantita in alcun modo se non si “mirasse” alla materialità di ciò che si tutela. E questo è il secondo aspetto che si ricava con evidenza in ogni parola del tuo pur apprezzabile ragionamento, senza materialità, senza supporto “concreto” non è possibile nessuna forma di tutela, in questo ordinamento giuridico. Guarda che io sto affrontando il problema dal punto di vista “positivo” : ad oggi l’unica forma di tutela possibile è quella di cui all’art. 7-bis (una modifica dovuta, visto che tali accordi sono state proposti da noi in sede internazionale e siamo stati gli ultimi a ratificarli…) che, ripeto, è una disposizione contraddittoria e di puro compromesso. Altro discorso è la tutela sul piano internazionale, ma non è questo il contesto. Secondo il mio modesto parere, migliore soluzione è quella, ripeto, de jure condendo con un testo normativo ad hoc che disciplini in maniera specifica l’attività culturale e, se si vuole, la immaterialità. Il Codice attuale non ha la ratio adeguata per una tutela immateriale, tanto è vero che gli strumenti di conservazione non sono applicabili a nessuna imamterialità, ma solo a materialità, alla res per capirci…Non ti vorrei rinviare ai miei scritti in materia, ma se hai tempo e voglia mi farebbe piacere coninuare il confronto sul tema.

  4. Grazie a tutti per i commenti. Ringrazio in particolare Alessandro perché con il suo contributo ha messo in luce alcune criticità in riferimento alla tutela dei beni immateriali.
    In effetti ad una prima sommaria lettura il concetto di “tutela riflessa” non troverebbe diritto di cittadinanza nel nostro Ordinamento. Tuttavia, ad un’analisi più approfondita delle norme del Codice dei Beni Culturali ed in particolare secondo il combinato disposto degli artt. 7/bis e 10.2 del Codice, la tutela riflessa sembra essere la strada più naturale per tutelare i beni culturali “vivi” sul territorio di riferimento.
    Difatti se è vero com’è vero che l’Italia ha aderito ad entrambe le Convenzioni e ha inserito una norma all’interno del Corpus normativo del Codice, è anche vero che tale norma dispiegherà i suoi effetti solo se gli elementi “identitari” di una certa cultura sono sorretti da elementi materiali. Questo è il primo passaggio. La scienza antropologica, ormai da decenni, se non da quasi un secolo, ha raccolto enormi quantitativi di materiali audiovisivi, che oggi fanno parte di raccolte private o museali, in alcune realtà illuminate e attente alla tutela del patrimonio etnografico (penso, per esempio, al Trentino Alto Adige). Questi materiali, se raccolti in un “luogo di cultura della Repubblica”, secondo i dettami del Codice, possono essere considerati “beni culturali”. Da qui si arriva al secondo passaggio: come tutelare i beni culturali “vivi”. Gli strumenti giuridici a disposizione possono essere numerosi, e non “teorici”, come tu sostieni, dato che il concetto di tutela riflessa fa riferimento (e questo riferimento è espresso…) a due condizioni: la preservazione della memoria e la diffusione della conoscenza.
    In relazione alla preservazione della memoria, una tutela concreta sta proprio nel conservare e catalogare gli immensi archivi audiovisivi oggi in possesso degli etnoantropologi che, ti assicuro, non hanno alcun interesse a tenerli per sé, ma non hanno assolutamente la possibilità di diffonderli perché manca, ad esempio, una normativa unica nazionale in tema di catalogazione (a cui suppliscono dei criteri del tutto soggettivi che ogni istituto, università, singolo studioso, pone in essere al fine di catalogare le proprie raccolte).
    In relazione alla diffusione della conoscenza, urge, ad esempio, la digitalizzazione degli archivi, in modo che chiunque possa accedervi. Un timido intervento in questo senso viene dalla Puglia, con la costituzione dell’archivio sonoro. Puoi darci un’occhiata…
    Passando ai beni “complessi”, la tutela riflessa si può concepire solo se si rispettano tre condizioni:
    Rispetto del contesto: F. Lemme, nella sua opera “La tutela internazionale dei beni culturali e ambientali” (Manuale dei beni culturali) scrive: separare il bene culturale dalla sua terra d’origine significherebbe condannarlo a vivere un’infelice vita erratica, priva dei suoi significati più profondi. Ecco, in questo senso, una qualsiasi attività di promozione del territorio, svolta al di fuori del suo contesto d’origine, può considerarsi un’attività culturale, non un bene immateriale. La distinzione è importante, e non mi dilungo perché credo tu la conosca perfettamente.
    Rispetto della funzione: qui si pone un interrogativo: qual è la funzione di un certo bene culturale? Allora, per fare il tuo stesso esempio, se la festa dei ceri di Gubbio si svolgesse, che ne so, il 30 giugno anziché il 15 maggio, per motivi turistici, per chissà quale ordinanza comunale o perché qualche privato decide di organizzare una “festa della birra” nello stesso giorno, quella festa sarebbe un bene culturale immateriale? Perderebbe di colpo il suo rapporto con la storia, il suo valore identitario e culturale verrebbe ridotto ad una mera manifestazione folklorica, slegata dal suo significato originario. Insomma, diventerebbe anch’essa un’attività culturale, ma non potrebbe considerarsi un “bene” culturale. Chi impedisce, quindi, a qualcuno, di spostare la festa?
    Un altro esempio riguarda l’esperienza salentina. Il tarantismo, come molti sapranno, era un fenomeno legato ad una sorta di “malattia” (inserisco il termine tra virgolette perché era qualcosa di diverso di una malattia fisica o psichica), curabile solo con la musica. Con lo scomparire del fenomeno, è rimasta la musica, certo, ma la musica del tarantismo che oggi molti gruppi di riproposta eseguono sui palchi può considerarsi una testimonianza del passato, ma non è un bene culturale “vivo”, perché ha perso (oppure “modificato”, ma lascio alla scienza antropologica la valutazione di questo fenomeno) la sua funzione. Come ha scritto V. Santoro, “il tarantismo – che, non dimentichiamolo, significava dolore e sofferenza – è cessato con la fine della cultura contadina che lo aveva generato, fine decretata dai grandi sconvolgimenti economici e sociali degli ultimi quarant’anni. Oggi ci rimane la musica, e forse anche la voglia di ballare e divertirci in una dimensione comunitaria”. Dunque la tutela riflessa troverebbe applicazione limitatamente alla diffusione della conoscenza e alla preservazione della memoria, in quanto mancherebbe una condizione necessaria: la funzione.
    Rispetto della struttura: ogni bene immateriale complesso presenta una struttura tipica, talvolta immutabile all’interno della quale gli atteggiamenti mutevoli non ne compromettono la buona riuscita. Penso all’esempio della “ronda”, dove un virtuosismo con l’armonica a bocca non compromette il ballo o la musica. Ma se intorno al luogo ove tradizionalmente si pone la ronda venisse collocato, che ne so, un rivenditore di crepes con lo stereo a palla, il suono dell’armonica (notoriamente debole, soprattutto in una ronda popolata da molti strumenti a percussione), si sentirebbe? E se la “ronda”, inserita in un rito complesso, come può essere una funzione religiosa, venisse svolta durante la funzione? Sarebbe una mancanza di rispetto non sanzionabile ex lege, ma solo biasimabile. Quindi chi impedirebbe a me e al mio gruppo di amici, di suonare durante la messa che precede la festa? Chi mi impedirebbe di recare disturbo e di “capovolgere” le fasi del rito? E pensa che tutto ciò avviene oggi, in Salento, durante la festa di S. Rocco a Torrepaduli, dove ormai gli anziani esecutori sono scomparsi, perché non si riconoscono più nel rito, con buona pace di quelli che magari possono imparare qualcosa da loro.
    Quindi, tornando alla tua critica in riferimento agli aspetti pratici della tutela riflessa, questa sarebbe uno strumento (spero) in grado di fornire agli organizzatori degli eventi popolari “storici” una linea guida sulla logistica (vietando, per esempio, amplificazioni nei pressi del luogo ove si svolge il rito) e sul comportamento da tenere in caso di esecuzioni scorrette o che compromettono il rito (a tal proposito, penso all’esperienza delle rote calabresi e campane, dove esiste la figura del “capo rota”, ossia di quel soggetto che decide chi entra e chi esce nel ballo, chi suona e chi no. Allora perché nelle realtà dove non esiste tale figura chiunque può permettersi di entrare a piacimento, magari da ubriaco, e compromettere l’esecuzione del rito, del ballo o semplicemente musicale? Perché permettere che gli anziani si ritirino dalle feste che hanno contribuito a realizzare, perdendo così un patrimonio fatto di conoscenze, canti, musiche, tecniche e rispetto per la natura? Perché lasciare che un patrimonio si perda nella giungla di eventi di impatto turistico che, magari, sono inventati di sana pianta solo al fine di attirare visitatori? Ecco, ti lascio con quest’ultima riflessione: Michele Ainis, nel suo Manuale dei beni cultuali, faceva riferimento a Theodor Adorno, il quale faceva l’esempio degli opuscoli distribuiti ai turisti dalle agenzie di viaggio sulle principali feste artistiche, cadenzate in modo da evitare sovrapposizioni tra l’una e l’altra festa; e aggiungeva che però le feste vanno celebrate come cadono, che non si possono spostare per una ragione economica o amministrativa, perché altrimenti perderanno la loro qualità di festa, di rito irripetibile. Ecco un’altro uso possibile della tutela riflessa. Tra la festa della birra, inventata da qualche anno per attrarre turisti, del tutto slegata dal territorio e che non c’entra niente né con i prodotti tipici né con la cultura di riferimento, ed una sagra storica, che promuove un certo prodotto tipico, magari in via d’estinzione, che cade nella stessa data, se permetti, preferirei tutelare la seconda. E se in virtù della tutela riflessa s’impedisse l’organizzazione della festa della birra, beh, non ne sarei rammaricato…

  5. Una nozione di tutela riflessa come quella qui proposta non trova alcun fondamento nell’attuale ordinamento positivo. La soluzione non è tanto offrire formule definitorie su di un’attività teorica, quanto raffrontare l’esame delle norme con la realtà fattuale. Ad oggi il codice dei beni culturali prevede solo una tutela riflessa del patrimonio immateriale secondo la stretta previsione di cui all’art. 7-bis. D’altra parte, visto che dobbiamo confrontarci con le norme, dato il nostro mestiere, vorrei sapere con quali strumenti giuridici potrebbe essere applicata la forma di tutela proposta e soprattutto con quale utilità per il patrimonio immateriale. Vero è che, vista l’attuale normativa, l’unica forma di tutela del patrimonio immateriale, a livello nazionale, è rappresentata da una contraddittoria tutela del materiale in conformità alle condizioni richieste dal Codice dei beni culturali. Altra cosa sarebbe propsettare un intervento de jure condendo di un Codice delle attività culturali, con strumenti propri e adeguati, tali tuttavia da garantire una tutela dell’immateriale effettiva e non teorica, come quella prospettata in questo commento, di cui non riesco a vedere i riflessi concreti. Per fare un esempio, sempre che non si voglia aderire ad una nozione teorica settoriale di tutela dell’immateriale, che credo sarebbe un non senso, una volta riconosciuta la tutela riflessa ai ceri di gubbio, questo cosa comporterebbe? L’obbligo per gli eugubini di ripetere annualmente il rito? Nel caso della rota o ronda, la tutela riflessa che effetti concreti avrebbe con gli strumenti giuridici che abbiamo oggi a disposizione? La sua conservazione? In che modo? E se ciò che viene “fotografato” in questo momento come rota si modificasse nel tempo, cosa si finirebbe per tutelare?

  6. Ottima analisi, complimenti. La cultura spesso la fanno gli anonimi che mettono l’anima del popolo, della gente vera con autentiche radici da difendere e tramandare.

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