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Cassazione, è razzismo inviare lettere discriminatorie, anche se private

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19265 del 21 maggio scorso, ha sancito il principio secondo il quale scatta l’aggravante delle finalità di discriminazione a chi minaccia il personale dell’ente per odio razziale, anche se lo fa in una missiva privata non destinata a terzi.

La Suprema Corte, confermando l’orientamento giurisprudenziale che nel tempo è andato consolidandosi, non ha escluso l’aggravante della finalità di discriminazione osservando che “per la configurazione dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (D.l. 122/1993, articolo 3, conv. in L. 205/1993), non è necessario che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno e a suscitare il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, giacché ciò varrebbe a escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui razione lesiva si svolga in assenza di terze persone. La circostanza aggravante è configurabile, inoltre, quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, a un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell’agente”.

Sulla base di queste motivazioni i giudici supremi hanno ritenuto inammissibile il ricorso proposto da un uomo contro la sentenza di condanna della Corte d’Appello di Trieste per i reati di procurato allarme per l’Autorità e minacce aggravate da motivi di odio etnico, in danno dell’Istituto Giuliano di storia, cultura e documentazione. L’imputato aveva inserito infatti in una lettera inviata all’ente, polvere bianca con riferimento alla sostanza tossica dell’antrace e delle frasi contenenti riferimenti di odio razziale ed etnico.

Qui il testo integrale della sentenza della Cassazione

 

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