E’ stata pubblicata la relazione semestrale (relativa al primo semestre 2011) della Direzione Nazionale Investigativa Antimafia diretta da Pietro Grasso. A rendere noto il documento, la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Giuseppe Pisanu

E i dati non sono per nulla confortanti. Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita sono più vive e attive che mai. E sono sempre più diffuse. Non solo al Sud, non solo in Italia, ma anche ben oltre i confini nazionali.

La relazione della DIA si apre con il resoconto delle attività investigative sulla mafia siciliana. Nonostante sia stata messa in ginocchio dai tanti arresti e dalle numerose confische, Cosa nostra mostra un’attività criminale che attesta il superamento della cosiddetta fase di “transizione”, dovuta all’arresto dell’ultimo capo corleonese, Bernardo Provenzano e dei suoi successori, come i Lo Piccolo.


Il dato più inquietante emerso nel 2011 sul fronte mafia è il ritorno dell’uso dell’omicidio come strumento per la risoluzione di problemi dell’organizzazione, che la stessa aveva abbandonato per tutto il 2010”. “Dopo l’assoluta assenza di omicidi di tipo mafioso nel 2010 – si legge nella relazione – nell’intero distretto di Palermo, nel 2011 si sono verificati cinque episodi delittuosi riconducibili ad attività mafiose o di tipo mafioso. Per questi gravissimi episodi criminosi le indagini sono ancora in corso, non tutti i delitti possono essere ricondotti all’operato di Cosa nostra, ma certamente possono esserlo con riferimento alla matrice del crimine organizzato anche indirettamente controllato dall’organizzazione mafiosa”. Ma “quello che preme sottolineare è la loro non unicità ed il ricorso ad essi da parte di una entità complessa e adusa alle scelte di sommersione come Cosa nostra, che evidentemente ripropone l’omicidio come uno strumento di governo e di risoluzione dei conflitti relativi all’organizzazione, dopo un periodo nel quale tale strumento era stato volutamente accantonato”.

La DIA evidenzia come sia in atto una nuova fase dell’organizzazione criminale, volta alla ricerca di una nuova leadership e di nuove strategie operative.

Il latitante numero uno e capo indiscusso resta sempre Matteo Messina Denaro, il cui arresto, viene sottolineato, “non può che costituire una priorità assoluta ritenendosi che, nella situazione di difficoltà di Cosa Nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire, anche in termini simbolici, cosi’ importanti in questi luoghi, un danno enorme per l’organizzazione”. Anche perché “a Trapani – scrivono i magistrati – l’organizzazione continua a mantenere un penetrante controllo del territorio e a riscuotere consensi tra l’opinione pubblica”.

Tuttavia, l’organizzazione criminale più forte e pericolosa, per la DIA, è sicuramente la ‘Ndrangheta. E su di essa, i magistrati  dell’antimafia concentrano particolare attenzione.

La descrivono come un  “un’organizzazione criminale presente su tutto il territorio nazionale, globalizzata ed estremamente potente sul piano economico e militare, al punto da poter essere definita presenza istituzionale strutturale nella società calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale”.

Le indagini portate avanti negli ultimi anni hanno denunciato una “presenza massiccia nel territorio che non trova riscontro nelle altre organizzazioni mafiose”. L’organizzazione “si avvale di migliaia di affiliati che costituiscono presenze militari diffuse e capillari ed, al contempo, strumento di acquisizione di consenso, radicamento e controllo sociale”.

Anche il processo di internazionalizzazione dell’organizzazione criminale è sempre più veloce e in continua ascesa, anche grazie alla presenza all’estero di immigrati calabresi “fedeli alla casa madre“. A questi si è tuttavia aggiunta “una strutturale presenza (militare e strategica) di soggetti affiliati a ‘locali’ formati ed operanti stabilmente in Germania, Svizzera, Canada ed Australia che, fermo restando il doveroso ossequio alla ‘casa madre’, agiscono autonomamente secondo i modelli propri dei locali calabresi autoctoni”. Perciò “la ‘Ndrangheta , da fenomeno quasi disconosciuto, può oggi essere considerata una vera e propria “holding mondiale del crimine”.

La DIA guidata da Piero Grasso ha inoltre evidenziato che “gli inquietanti rapporti intrattenuti con rappresentanti delle istituzioni, con politici di alto rango, con imprenditori di rilevanza nazionale (disvelati da numerose indagini dispiegate in varie regioni nel corso del periodo in esame) non sono soltanto frutto esclusivo del clima di intimidazione e della forza intrinseca del consorzio associativo, bensì il risultato di una progettualità strategica di espansione e di occupazione economico-territoriale, che, oramai, si svolge su un piano assolutamente paritario”. Rapporti con istituzioni e imprese “volti ad intercettare flussi di denaro pubblico, opportunità di profitti e, contestualmente, ad innestare nel libero mercato fattori esterni devianti (di nitida derivazione criminale e di inquinamento economico), ma tendenti verso una nuova fase di legittimazione imprenditoriale e sociale idonea a conferire un adeguato grado di ‘mimetismo imprenditoriale’ e ciò allo scopo evidente di eludere le indagini patrimoniali ed assicurare, nel tempo, stabilità economica alle attività imprenditoriali”.

La Dna, tuttavia, ci tiene a precisare anche come, rispetto proprio alla mafia calabrese, si siano registrati anche importanti risultati. Non solo sequestri, confische, e arresti di latitanti ma anche unasorta di risveglio della coscienza civile, ossia “una marcata e consapevole presa di posizione civica che lascia intravedere l’inizio di una strenua lotta culturale ed etica volta al riscatto ed alla progressiva emarginazione del “cancro sociale” che ha attanagliato da decenni la Calabria“.

Per quanto riguarda la Camorra, la DIA sottolinea la sua attuale profonda frammentazione. L’arresto dell’ultimo grande latitante, Michele Zagaria, ha fatto precipitare l’organizzazione criminale in una situazione di riassetto degli equilibri. La grande pressione delle forze investigative e di intelligence ha consentito, però, di mettere a segno numerosi colpi contro i clan: dalle numerose confische, ai sequestri preventivi, agli arresti di latitanti. Tutti importanti successi favoriti anche, come sottolineano i magistrati nella relazione, dal contributo fornito dai collaboratori di giustizia.

Da qui, però il nuovo allarme: “Nelle strategie di espansione criminale che le più strutturate organizzazioni camorristiche perseguono in forza delle risorse finanziarie che riescono a gestire, si registra sempre più frequentemente la presenza di settori del mondo imprenditoriale i quali, in un rapporto di reciproco vantaggio, sono portati a condividere gli obiettivi dei programmi criminosi dei clan camorristici, mettendo a disposizione il proprio know-how, di cui è componente essenziale anche la rete relazionale con professionisti (commercialisti, notai, avvocati, funzionari di istituti di credito, intermediari finanziari, ecc.) o con esponenti politici, nazionali e locali”. “Si tratta di caratteri strategici -prosegue la relazione- che non possono che riguardare i sodalizi che più stabilmente hanno conquistato e conservato una propria egemonia malavitosa innanzitutto a carattere territoriale e che, nell’ambito di una progressiva espansione criminale fondata prevalentemente sul reinvestimento dei profitti, ricercano l’interlocuzione con chi sia in grado di assicurare la moltiplicazione dei profitti medesimi al riparo delle più penetranti investigazioni”.

Il rapporto approfondisce anche il traffico di rifiuti posto in essere dell’organizzazione criminale: “La camorra, in Campania, fa male anche alla salute e provoca, con il business dei rifiuti che inquinano il territorio e arricchiscono le entrate dei clan, l’aumento dei tumori e della presenza di inquinanti come la diossina nel sangue e nel latte materno”.

Alcuni dati di natura epidemiologica dimostrano in tutta la loro gravità gli effetti nefasti provocati da scellerate strategie di distruzione del territorio a fini criminali”. “Insomma è ormai manifesta una camorra – si legge nella relazione – che non solo mortifica le iniziative economiche che lecitamente si cerca di intraprendere in determinati territori a rischio di infiltrazione mafiosa, ma che con il suo agire determina effetti perniciosi per la salute della collettività”.

La relazione passa poi ad analizzare la situazione della più sottovalutata tra le mafie, la Sacra Corona Unita.

I magistrati la descrivono come un’organizzazione in “evoluzione”. “Le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di assoluta attendibilità e ricoprente una posizione apicale nella frangia brindisina della Sacra Corona Unita attestano l’avvenuta introduzione di regole finalizzate a “compartimentare” l’assetto dei gruppi, in modo da renderli più impermeabili alle indagini o alle delazioni. È stata così introdotta la regola “dell’affiliazione solo tra paesani”, adottata dopo le collaborazioni degli anni duemila: per creare dei compartimenti sufficientemente “stagni” l’affiliazione riguardava appartenenti allo stesso gruppo territoriale e anche nella “capriata” dovevano essere indicati esponenti, pur di rilievo, ma “locali”, e comunque non dovevano essere indicati i nomi dei responsabili del gruppo”.

La DIA interviene infine anche sulla riforma della giustizia e sulle numerose novità legislative, soprattutto in tema di processo penale, che hanno ingolfato l’attività parlamentare nell’ultimo anno. Per i magistrati antimafia alcuni strumenti sono ritenuti senza dubbio essenziali. Il primo è rappresentato dalle intercettazioni, indispensabili per “l’accertamento dei delitti di criminalità organizzata, specie in ambienti connotati da forte omertà, senza le quali l’azione repressiva ed anche preventiva risulterebbe sostanzialmente priva di ogni efficacia”.

Il secondo riguarda il 41 bis evidenziato come “imprescindibile”. Per la DIA “deve essere potenziato con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte allo scopo e non certo depotenziato o rispetto al quale si possa addivenire ad una limitazione dei soggetti sottoposti per ragioni diverse dal venir meno della loro capacità di comunicare in maniera efficace con l’organizzazione criminale nella quale continuano ad avere un ruolo di vertice”. “In questo senso -rimarca la relazione della Dna- diviene sempre più necessario individuare nel piano carceri nuove strutture idonee, nate esclusivamente per l’assolvimento della funzione di prevenzione prevista dall’art. 41 bis, e da destinare in via esclusiva a tale scopo”.

Qui il testo integrale della relazione 2011 della Direzione Nazionale Investigativa Antimafia


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2 COMMENTI

  1. la mafia “vive” molto bene nella “democrazia” italiana, molto meno bene in una dittatura come già storicamente dimostrato

  2. […] La relazione semestrale della DIA rende conto delle indagini svolte sul fenomeno mafioso. […]

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