Si è svolta ieri la Giornata nazionale di mobilitazione contro la cancellazione delle Province.

In tutta Italia i 107 consigli provinciali si sono riuniti in seduta straordinaria aperta al pubblico, per spiegare alle comunità, ai rappresentanti dell’economia e del sindacato, dei Comuni e delle Regioni, dei partiti politici, delle associazioni di categoria, dei gruppi di volontariato e dei cittadini tutti, il proprio dissenso contro il provvedimento adottato lo scorso dicembre dal Governo Monti. Quest’ultimo prevede infatti che entro il 31 dicembre 2012 le funzioni delle Province passino ai Comuni e alle Regioni e che entro il 31 marzo 2013 le giunte e i consigli in carica decadino.

Al termine della seduta, tutti i consigli provinciali hanno approvato l‘ordine del giorno unitarioNo all’Italia senza le Province”, redatto dall’Upi, in cui si dà mandato alle proprie Regioni di promuovere il ricorso alla Corte Costituzionale e di chiedere al Governo e al Parlamento una riforma organica delle istituzioni.


Per conseguire questi obiettivi – si legge nell’ordine del giorno – occorre l’approvazione urgente di un una norma, che superi l’ipotesi del commissariamento delle Province che dovrebbero andare al voto nella primavera del 2012 e che consenta di prorogare la scadenza degli organi democraticamente eletti fino all’approvazione di una riforma organica delle Province, e l’immediata approvazione della Carta delle Autonomie, inspiegabilmente bloccata al Senato, per definire “chi fa che cosa” ed eliminare i costi e le disfunzioni prodotti dalle duplicazioni delle funzioni e per razionalizzare l’intero sistema istituzionale locale“.

Le Province italiane dunque non ci stanno e si attivano per scongiurare la loro stessa abolizione, in quanto Enti, sostengono, vicini al territorio e determinanti per settori importanti quali la scuola, la viabilita’, la tutela ambientale, le politiche del lavoro e la sicurezza tramite le Polizia Provinciale.

Si va così in Corte Costituzionale, per fare dichiarare l’incostituzionalità delle disposizioni contenute nell’art. 23, commi 14-21, del decreto legge 201/2011, che, secondo i consiglieri provinciali “violano i principi costituzionali di autonomia e democrazia e sono in contrasto con la forma di Stato prevista dal titolo V, parte II, della Costituzione”. Le Province, affermano i loro difensori, nel 2010 hanno assorbito il 4,5% della spesa corrente, contro il 72,7% delle Regioni e il 22,8% dei Comuni. Pertanto è impossibile toglierle da mezzo, e controbattono alle accuse di istituzioni spendaccione e non propriamente utili per le sorti del territorio.

Inoltre, i consigli provinciali richiedono al Governo e al Parlamento, di approvare una riforma organica delle istituzioni di governo di vasta area che sia basata sulle seguenti priorità: intervento immediato di razionalizzazione delle Province attraverso la riduzione del numero delle amministrazioni (mantenendo comunque saldo il principio democratico della rappresentanza dei territori, con organi di governo eletti dai cittadini e non nominati dai partiti); ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni delle Province, in modo da lasciare in capo alle Province esclusivamente le funzioni di area vasta; eliminazione di tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che svolgono impropriamente funzioni che possono essere esercitate dalle istituzioni democraticamente elette previste dalla Costituzione; istituzione delle Città metropolitane come enti per il governo integrato delle aree metropolitane; destinazione dei risparmi conseguiti con il riordino degli enti di area vasta ad un fondo speciale per il rilancio degli investimenti degli enti locali.

Secondo i dati dell’Unione Province Italiane, è vero che il costo dei 1774 amministratori provinciali si ridurra’ di 34 milioni di euro, ma è altrettanto vero non si tiene conto né dell’impatto del trasferimento del patrimonio e delle competenze, né dell’aggravio del passaggio del personale dipendente alle Regioni. Secondo gli amministratori provinciali, il Governo ha definito e varato norme che impattano direttamente su istituzioni che sono previste come elementi costitutivi della Repubblica dalla Costituzione senza prevedere, anzi volutamente escludendo, qualunque forma di confronto e preventiva condivisione con i rappresentanti delle Province.

È una norma che non tiene minimamente conto dell’aumento della spesa pubblica, pari ad almeno il 25% in più, che si avrebbe dal passaggio del personale delle Province (56.000 unità) alle Regioni o dal trasferimento di competenze di area vasta ai Comuni”, ha spiegato il presidente dell’Upi Castiglione. “Il decreto – ha proseguito – non considera l’impatto che il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle Province (12 miliardi di euro secondo gli ultimi dati del Siope) avrà sui bilanci e sull’organizzazione delle Regioni e dei Comuni già oggi gravati dalle difficili condizioni di sostenibilità del loro Patto di Stabilità. Inoltre – osserva Castiglione – non considera la difficoltà a computare e trasferire il patrimonio e il demanio delle Province: 125.000 chilometri di strade, oltre 5.000 edifici scolastici, 550 centri per l’impiego, sedi, edifici storici, partecipazioni azionarie, dotazioni strumentali. La norma avrà effetti devastanti sulle economie locali – prosegue – poiché produrrà il blocco totale degli investimenti programmati e in corso delle Province, perché i mutui contratti dalle Province, nei casi in cui questo fosse possibile, dovrebbero essere spostati alle Regioni o alle altre amministrazioni locali, con il serio rischio di interrompere la gestione delle attività e dei connessi importantissimi flussi di spesa. La norma infine – ha concluso il presidente Castiglione – impone una modifica della normativa tributaria, poiché le entrate tributarie, patrimoniali e proprie delle Province dovranno passare in quota parte a Regioni e Comuni per garantire il finanziamento delle funzioni, proprio nel momento in cui si stanno verificando le condizioni per il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard nelle Province attraverso l’attuazione delle norme sul federalismo fiscale“.

Qui il testo integrale dell’ordine del giorno unitario “No all’Italia senza le Province”.

Qui il documento redatto dall’Upi con i vizi di inconstituzionalità del decreto 201/2011

 


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3 COMMENTI

  1. […] 31 gennaio scorso si sono svolti in tutta Italia Consigli Provinciali aperti, con la partecipazione dei rappresentanti politici e delle categorie economiche, sindacali e […]

  2. In italia esistono regioni di una certa dimensione. Mi pare impraticabile che il Presidente di Regione presieda 5-6 consigli provinciali composti da Sindaci.
    Ma è tanto difficile abolire enti intermedi che non sono previsti dalla costituzione (ATO, enti parchi, comunità montane) e dare le loro competenze alle Province dove vi sono politici votati dalla gente e non nominati dai partiti?
    Eliminando gettoni ed indennità degli enti intermedi risparmiamo ben più che buttare alle ortiche l’Ente provincia che è tutt’altro che inutile.
    Ma forse noi italiani amiamo farci fregare dalla casta che vede nella creazione di molti enti intermedi in luogo di una sola provincia possibilità di spartire potere e prebende ben maggiori di quanto non riesca a fare oggi in libere elezioni che possono anche dare delle sorprese e che consentono al cittadino di votare chi gli pare e non di subire un nominato.
    Svegliamoci.

  3. E’ certamente necessario un ente intermedio tra Comuni e Regioni: ma altrettanto necessaria mi sembra una revisione del numero e dell’estensione delle province, e anche la previsione dell’obbligo di accorpamento per i comuni troppo piccoli per popolazione o estensione.
    Quanto al modo per risparmiare spese di giunta, rammento una vecchia proposta che prevedeva che il consiglio provinciale fosse costituito dai sindaci dei comuni della provincia e presieduto dal presidente della regione; le riunioni di questo consiglio, ovviamente, non davano luogo ad alcuna indennità aggiuntiva.
    Questa soluzione permetterebbe anche un dialogo più continuo dei sindaci fra loro e con il presidente della regione, e potrebbe ridurre o eliminare il continuo scaricabarile tra queste autorità fatto di ‘non sapevo’, non mi è stata sottoposta la questione’ e simili.

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