Avevamo chiesto (?) ai tecnici di aiutarci a riconquistare i mercati, e loro, i Cyrano apartitici, ci dettano la serenata: diventare competitivi. La competizione, si sa, esige dei vincitori e degli sconfitti. Se la gara consiste nel fare tutto, presto, e bene, allora chi tarda a laurearsi ha evidentemente perso. O, come ha fatto giovanilisticamente notare Martone, è uno sfigato.

È questo il senso delle parole del viceministro, né più né meno. E, piaccia o no, ha ragione: il meccanismo su cui si regge la tanto gentil e onesta economia globale ha bisogno di ingranaggi che girano presto e bene. Se si vuole concupirla, bisogna studiare presto e bene, e poi lavorare presto e bene. Chi non lo fa, è fuori dal meccanismo.

Tra tutti i vati possibili di questa autoevidente verità tecnica, a noi è sicuramente toccato in sorte il più sgraziato: il buon Martone è riuscito a trasformare uno sprone alla competitività in salsa liberal-meritocratica in un insulto gratuito a chi, magari, alla gara del “farlo prima e meglio” non vuole o non può partecipare: amanti della cultura (i tecnici leggano: settore turismo) in sé e per sé e prescelti da destini malevoli.


Ai veri destinatari delle parole di Martone –a quelli che sì, volevano proprio competere, e hanno perso – non è sembrato vero di potersi far scudo dei disagi oggettivi di queste persone per poter nascondere –ancora una volta – le loro sconfitte. E così, chi mascherandosi da defensor cruscae (“che linguaggio poco istituzionale!”) chi da paladino dei buoni sentimenti (“che insensibilità!”), tutti i veri sfigati hanno dato addosso al viceministro, reo di aver ricordato loro che all’università non è sufficiente essere entrati per essere fighi. Quello è il Billionaire.


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3 COMMENTI

  1. @ sciunna
    sono d’accordo con te su una cosa: il nesso tra l’ottenere la laurea in ritardo e la possibilità di trovare lavoro è meglio coglibile con l’intuizione piuttosto che con una dimostrazione scientifica. Fa parte di quelle verità sulle quali si sarebbe pronti a scommettere senza riuscire a spiegare bene perchè.

    Questo speciale statuto cognitivo del “presto=bene” si spiega facilmente se si pensa al ruolo che la competizione ha nelle società occidentali. La competizione è la premessa nascosta di ogni ragionamento che sfocia in un giudizio di valore. A parità di risultati, viene considerato più bravo chi quel risultato l’ha ottenuto prima. Che farlo presto sia meglio del farlo tardi è una specie di postulato: non è qualcosa da dimostrare ma un assunto da usare nel giustificare il modo in cui impieghiamo il tempo.

    Questo è banalmente vero nella vita quotidiana di tutte le superpotenze economiche, sia di sangue nobile (USA, Gran Bretagna, Germania) sia neofite (Cina, India). L’Italia fa parte di questo pantheon quasi per caso, quasi controvoglia. Ecco perché quando qualcuno che ha lo sguardo rivolto alla competizione così come la si gioca al di là delle Alpi ci viene a consigliare di sgobbare come indiani, cinesi e americani, salta sempre lo sdegno. Senza riuscire a spiegare bene perché.

    Il motivo è che non tutti, in Italia, hanno la stoffa o la volontà di competere con indiani, cinesi e americani, e con i loro stessi metodi. Non credo sia un male. Sicuramente, però, la cosa diventa necessaria nel momento in cui si sceglie di condurre determinati stili di vita. Quindi, ribadendo con altre parole ciò che ho scritto sull’articolo, direi che o si prende come un vanto il fatto di essere stati definiti negativamente da chi sostiene quello stile di vita (cioè ci si chiama fuori dal modello competitivistico) o, se si è scelto di aderire a quel modello, si accetta che qualche saputello
    ci venga a sbattere in faccia che abbiamo perso.

  2. Esiste una letteratura sugli effettivi svantaggi di un ritardo negli studi?
    Ovvero viene riconosciuto un reale impatto sulle probabilità di trovare lavoro oppure sul livello del salario percepito?
    Onestamente non credo che in Italia, soprattutto in realtà provinciali, la laurea conseguita in ritardo costituisca un limite per l’accesso al mercato del lavoro, e non mi stupisco, di conseguenza, dell’impopolare seguito alle dichiarazioni di Martone.
    Lo ‘sfigati’ di Martone equivale al ‘bamboccioni’ del rimpianto Padoa Schioppa, quindi è evidente che passata una decade nulla è cambiato.
    La verità è che gli studenti eccellenti nel nostro bel paese ci sono, e anche numerosi, ed è vero pure che il nostro paese ha il più alto tasso di brain drain europeo.
    Regalare ai proprio concorrenti i propri vantaggi competitivi (il capitale intellettuale) e cercare di competere con un team di ‘sfigati’ non è certo la strategia più furba.

  3. Un Dell’Utri per ogni studente e per ogni cittadino, come il signor Martone che nella vita portava a pisciare i cani per mantenersi (certo, chi è che non si mantiene così?) esi esce dalla crisi: nessuno è sfigato, tranquilli, solo mafiosi.

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