“Dieci anni fa, il 1° gennaio 200.”2, in 12 Stati membri dell’Unione europea sono state introdotte le banconote e le monete in euro: una sfida senza precedenti, portata a termine senza difficoltà. Miliardi di banconote e monete sono entrati in circolazione in pochi giorni. Negli ultimi anni, altri 5 Stati membri hanno adottato la moneta unica, che oggi è utilizzata complessivamente da 17 paesi dell’UE, ossia da 332 milioni di persone. L’euro è divenuto uno dei simboli dell’Europa e le banconote e monete sono ormai parte della nostra vita quotidiana”

Con queste parole il neo Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha ricordato, nel decimo anniversario dalla sua introduzione, l’importanza della moneta unica. Le conseguenze della crisi economica internazionale con cui ci confrontiamo nell’attuale momento storico, infatti, rischiano di minare sempre più non solo il futuro della nostra moneta, ma l’esistenza stessa dell’Europa e la credibilità delle sue istituzioni.

L’euro, in realtà, è comparso sulla scena internazionale nel 1999 con l’Unione monetaria europea, prima del suo debutto ufficiale, avvenuto il 1 gennaio 2002: al momento della sua introduzione sul mercato valutario i tassi di cambio erano flessibili e proprio allora è cominciato un confronto tra dollaro ed euro, con una situazione iniziale in cui il dollaro si stava apprezzando, implicando necessariamente il deprezzamento dell’euro. L’euro, come noto, è una moneta fiduciaria che non ha mai ricevuto la copertura dell’oro ed è garantito solo dalla Banca Centrale Europea: il punto critico di questa impalcatura sta proprio nell’inesistenza di un potere politico, nel senso che non si sarebbe dovuto arrivare all’unione politica dopo l’unione monetaria.


Quindi, pensare oggi di riformulare la strategia ufficiale della BCE non può essere oggetto di improvvisazione. Inoltre, trattandosi, nel caso di specie, di definirne meglio le responsabilità in materia di stabilità finanziaria, tale ripensamento dovrà necessariamente inquadrarsi in un’evoluzione degli organi comunitari e del comportamento dei singoli governi che a tale obiettivo devono presiedere attraverso una severa amministrazione del Patto di Stabilità, lasciando alla BCE un ruolo più specifico, evitando che debba supplire alla loro incapacità d’azione.

Nel 2011 la carenza di leadership economica mondiale è stata evidente e probabilmente continuerà nel 2012, ostacolando l’uscita dal disordine depressivo dell’economia mondiale. Il mondo ha realizzato di essere in una crisi di governance, cioè di incapacità di approntare insieme strumenti adatti a governare le nuove interazioni globali. E l’integrazione europea è cruciale per la governance mondiale.

L’euro racchiude in sé i due elementi costitutivi dell’Europa politica: da un lato, la sovranità nazionale, dall’altro, il rapporto con gli Stati Uniti. Esso realizza la sintesi tra lo spazio e la sua governabilità, architrave e punto di massimo rischio di una costruzione che si vuole proiettata verso un futuro non definibile.

La moneta unica, sebbene appaia ormai da tempo il massimo elemento identitario, deve tuttavia ancora tradursi in linguaggio comune nell’intera area euro.

L’obiettivo deve essere quello di rendere l’euro-zona una regione più forte e coesa. Per gli euro scettici della prima ora, ma non solo, l’euro sarebbe afflitto da una sorta di peccato originale, ossia l’originaria credenza, successivamente rivelatasi infondata, che attraverso la creazione di una moneta unica si sarebbe generata convergenza economica in Europa. In realtà l’unica grande colpa, la più grave, è quella di aver creato una moneta unica senza trarre le dovute conseguenze in termini di integrazione economica e politica.

Fra le ipotesi in discussione in questi ultimi mesi, nel tentativo di arginare gli effetti di una sindrome greca allargata agli altri Stati membri a rischio fallimento, quella che prevede la sostituzione di tutti i titoli nazionali con titoli europei garantiti da tutti gli stati sembra quella potenzialmente più efficace: questa soluzione permetterebbe, infatti, una più rapida uscita dalla crisi grazie a consistenti benefici derivanti non solo da un notevole abbassamento del costo medio dell’indebitamento dell’euro-zona nel suo complesso ma, più in generale, anche da altri vantaggi ricavabili dalla creazione di un unico mercato dei bond europei. Una maggiore stabilità finanziaria dell’area euro, una più efficace trasmissione della politica monetaria della BCE e il rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro: questo dovrebbe essere l’approccio radicale che, tuttavia, non manca di presentare anche legittime perplessità.

Il 2011 ha dimostrato come il futuro dell’euro e di una certa idea di Europa dipenda, soprattutto, dalla Germania. I tedeschi dovrebbero essere tra gli europei i più favorevoli alla Unione politica ma sono ostacolati dal mito del marco, dal ricordo di ciò che accadde nel primo dopoguerra e dall’orgoglio per ciò che si riuscì a fare nel secondo dopoguerra. Se i tedeschi riuscissero ad esaminare le condizioni attuali con distacco converrebbero che l’euro, per le discipline che gli hanno imposto, è diverso, se non l’opposto, in quanto privo di governo, del loro amato marco. Si persuaderebbero che il fallimento dell’euro-zona sarebbe interpretata come una guerra voluta dalla Germania e che una moneta corrispondente all’amato marco si avrà solo con un euro gestito da un governo autorevole, quello di una Unione europea potente e coesa.

Siamo, in un certo qual modo, fermi ad un bivio: o si cede all’inerzia, e in tal caso l’Unione Europea farà la fine dell’Unione Sovietica, o si valica la linea d’ombra e si accetta di gettare le basi di una vera democrazia europea con chi ci sta e senza chi non vi è interessato.

In fondo, la crisi che ha investito anche le economie europee va al di là di quella che ha colpito l’euro in quanto moneta: è una crisi di sovranità, di identità culturale, di legittimità delle classi dirigenti. La questione primaria da risolvere ruota proprio intorno alla costruzione di una governance economica e politica dell’Europa. Questo obiettivo, e gli sforzi che ne conseguono per raggiungerlo, è dettato dalla realtà che vede la crisi economica dei paesi europei dominata da un pesante debito pubblico, dalla crescita vicina allo zero e rischia di travolgere le classi dirigenti europee, mentre aumentano, all’interno di questi stessi Paesi, le spinte anti-europeiste e le propensioni all’isolamento.

Il vero problema per l’euro pare la memoria delle valute singole, che fanno ancora auspicare, ad alcuni nostalgici, ritorni al passato. L’ipotesi che un paese possa risolvere i propri problemi abbandonando l’euro e ritornando alla propria moneta nazionale, dimostra solo che si parla sempre più spesso senza la dovuta consapevolezza.

Un esempio su tutti: il debito greco è denominato in euro e sarebbe impossibile convertirlo in dracme senza il consenso dei creditori, tanto più al tasso di cambio, ormai irrilevante, del momento dell’adesione alla moneta unica. Per queste ragioni, l’alternativa dell’uscita dall’euro da parte dei paesi deboli appare difficilmente praticabile in termini di strategia.

Il temuto breakup dell’Ue, dunque, è un’ipotesi altamente remota, ma non impossibile, sia per ragioni politico-istituzionali che per ragioni normative.

Per un paese membro è possibile uscire dall’Ue: l’eventuale uscita è, infatti, regolata dal Trattato dell’Unione europea. L’articolo 50 prevede che “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione…”.

Non è, invece, possibile uscire dall’area euro senza una simultanea uscita dalla Ue.

Tuttavia, anche qualora la strada dell’uscita dall’area euro fosse praticabile, potrebbe non necessariamente risultare anche vantaggiosa: i benefici per lo Stato membro uscente sarebbero molto limitati e, comunque, inferiori ai costi. L’uscita di un paese debole dall’area euro sarebbe associata, infatti, ad una fuga di massa dei correntisti dalle banche e ad un allontanamento degli investitori nazionali ed internazionali dal paese. I mercati, razionalmente, assumerebbero che l’uscita di uno Stato dall’euro determinerebbe l’introduzione di una nuova valuta nazionale, con un valore tra il 30 e il 50% più basso dell’euro. Ciò comporterebbe la ridenominazione di molti dei precedenti contratti di diritto nazionale nella rediviva valuta nazionale, con il rischio che il sistema bancario del paese uscente collassi prima dell’uscita effettiva, con il solo effetto annuncio.

Cosa augurare, quindi, alla nostra moneta comune? Il mio personale auspicio, in un periodo di profonda crisi economica come quella che stiamo attraversando, è che in Europa, sia dai vertici delle istituzioni nazionali e sovranazionali, che da tutti noi singoli cittadini, si propaghi un’autentica ed effettiva consapevolezza dell’identità europea e che l’euro, più volte incriminato in quanto moneta effimera e virtuale, possa mostrare il suo concreto carattere unitario e contribuire alla rinascita e alla crescita dell’Europa oltre i singoli confini ed interessi nazionali.


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