Google viola i diritti d’autore degli editori di giornali e quotidiani belgi sia attraverso il servizio Google Cache che attraverso Google News, il più popolare aggregatore di news al mondo.

E’ questa la sintesi della Sentenza con la quale la Corte d’Appello di Bruxelles, lo scorso cinque maggio, ha, pressoché integralmente, rigettato l’impugnazione proposta da Google avverso la decisione con la quale i giudici di primo grado avevano già accertato l’illiceità dei servizi forniti da Big G perché contrari alla vigente disciplina sul diritto d’autore.

Si tratta di una decisione destinata, evidentemente, a rilanciare un dibattito, in realtà, mai sopito relativo al rapporto conflittuale tra i nuovi media e le nuove tecnologie dell’informazione e gli editori di giornali e periodici ma soprattutto a porre in discussione un modello di business e gestione dell’informazione – quello appunto dell’aggregazione di news – che, anche nel nostro Paese, si è rapidamente diffuso.


Se il principio fissato dai giudici belgi dovesse diffondersi, significherebbe che nessuna piattaforma di aggregazione di news potrebbe continuare ad operare se non previa autorizzazione da parte degli editori.

Ma andiamo con ordine, provando a sfogliare le quarantadue pagine della Sentenza della Corte d’Appello belga.

I Giudici si dicono, innanzitutto, convinti – condividendo, sotto questo profilo, integralmente la posizione degli editori – che attraverso il servizio Google Cache [n.d.r. quello attraverso il quale Google rende disponibile ai propri utenti una copia di tutte le pagine web indicizzate per l’ipotesi nella quale l’originale non risulti accessibile] Google utilizzi, in assenza di autorizzazione, il diritto di riproduzione e quello di diffusione al pubblico che gli editori di giornali e quotidiani vantano su tutti gli articoli pubblicati.

Secondo i Giudici, peraltro, attraverso tale servizio, Google consentirebbe ai propri utenti di accedere agli articoli pubblicati su giornali e periodici anche quando gli editori decidono di porre tali contenuti “sotto chiave”, subordinandone l’accesso al pagamento di un abbonamento e/o di un corrispettivo.

Il servizio, sempre stando a quanto stabilito dai Giudici belgi, non potrebbe beneficiare di alcuna delle esenzioni previste dalla disciplina sul diritto d’autore in relazione alle memorizzazioni temporanee finalizzate alla più efficace comunicazione dei contenuti in ambito telematico sia in quanto Google non procederebbe alla realizzazione della copia di cache su richiesta di un utente e sia perché la permanenza della copia di cache sui server di Big G, avverrebbe, comunque, per un intervallo di tempo ben più lungo rispetto a quello dettato da semplici esigenze tecniche e scelto da Google a propria esclusiva discrezionalità.

Ci sarebbe molto da dire circa il rapporto di fungibilità tra l’accesso, da parte di un utente alla copia di cache di Big G e l’accesso all’originale sulle colonne di un giornale online dal quale, secondo i giudici, deriverebbe il pregiudizio arrecato da Google agli editori ma, a leggere la decisione, vien da pensare che i magistrati belgi siano tra i pochi utenti della Rete che sono soliti leggere il giornale “a scrocco” attraverso le disordinate pagine multicolore di google cache.

Certo a seguire il ragionamento dei giudici belgi, anche Internet Archive che con i suoi oltre 200 milioni di pagine web archiviate è il più grande progetto di archiviazione dei contenuti online del mondo potrebbe, presto, essere condannato a chiudere perché tecnicamente usa diritti di riproduzione e diffusione al pubblico di contenuti coperti da diritto d’autore.

Ma andiamo oltre.

Secondo la Corte d’Appello di Bruxelles, infatti, Big G, violerebbe i diritti d’autore degli editori anche il servizio Google News.

Anche in questo caso Google riprodurrebbe e porrebbe a disposizione degli utenti, in assenza di qualsivoglia autorizzazione da parte degli editori, estratti degli articoli pubblicati sui siti di giornali e periodici online.

La pubblicazione di tali estratti [n.d.r. si tratta del nome della testata di provenienza, del titolo dell’articolo e delle prime tre/quattro righe] sarebbe, peraltro, suscettibile di far comprendere all’utente il contenuto dell’articolo in questione e, quindi, se non di suo interesse, di spingerlo a non cliccare sul link pure disponibile, andando oltre.

Come dire che andrebbe tutelato il diritto dell’editore a vendere pubblicità anche a margine di articoli che non interessano il lettore!

Nessuna delle eccezioni al diritto d’autore utilizzate da Google al fine di dimostrare la legittimità della propria condotta è stata ritenuta dai Giudici meritevole di accoglimento né la Corte d’Appello ha ricollegato qualsivoglia significato alla circostanza che gli editori possono, in qualunque momento, domandare a Google di essere esclusi dai servizi di aggregazione di Google News.

Secondo i Giudici belgi, infatti, la legge nazionale sul diritto d’autore richiederebbe, ai fini dell’esercizio del diritto di riproduzione e messa a disposizione del pubblico, un’autorizzazione espressa con la conseguenza che essa non sarebbe evincibile attraverso il meccanismo dell’opt-out.

La Sentenza, merita, naturalmente ben maggiore approfondimento ma, tuttavia, tra le righe della decisione, può sin d’ora leggersi tutta l’ambiguità della posizione degli editori che non vogliono rinunciare ai contatti che derivano loro dalla presenza su Google News ma, ad un tempo, vorrebbero che Big G si inducesse a divenire il loro maggiore cliente, versando loro cifre a molti zeri per essere autorizzato a proseguire nella fornitura del servizio.

In questa direzione lascia perplessi un passaggio della Sentenza nella quale i Giudici si prendono la briga di rilevare che Google, pur avendo grosse disponibilità finanziarie, si sarebbe, sin qui, rifiutato di riconoscere agli editori un indennizzo per l’utilizzazione delle loro opere.

Si tratta, francamente, di un intervento “a gamba tesa” nell’autonomia negoziale delle parti: non sta al giudice fare i conti in tasca ad una multinazionale né sponsorizzare questo o quel modello di business agognato o meno che sia dagli editori.

Sul punto è urgente che si esca dall’ambiguità: se gli editori si ritengono effettivamente danneggiati dal servizio Google news e da ogni altro analogo servizio di aggregazione, allora, devono chiedere senza ritardo di esserne estromessi.

In caso contrario, il noto principio in virtù del quale ciascuno all’obbligo di fare la sua parte per evitare l’aggravarsi del pregiudizio che rischia di soffrire, precluderà, in futuro, ai Signori dell’editoria di agire per il risarcimento dei danni sofferti.


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