La Corte costituzionale, con la sentenza n. 33 del 2 febbraio, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99) nella parte in cui non prevede che la Regione interessata, anteriormente all’intesa con la Conferenza unificata, esprima il proprio parere in ordine al rilascio dell’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari”.

Dopo aver dichiarato ammissibile la richiesta di referendum, la Consulta è tornata, su sollecitazione delle regioni Toscana, Emilia Romagna e Puglia, sulla questione nucleare, stabilendo che, laddove si intenda costruire un impianto, sarà necessario un parere obbligatorio, seppure non vincolante, della regione interessata.

Più nello specifico, secondo la Corte, il solo meccanismo concertativo adottato dal legislatore delegato – consistente nella previsione di un’intesa con la regione nella fase anteriore della certificazione dei siti – non basta a garantire il principio di leale collaborazione fra Stato e regioni.


La Regione deve essere, piuttosto, messa nelle condizioni di esprimere la propria definitiva posizione, attraverso la formulazione di un parere che intervenga nella fase del rilascio dell’autorizzazione.

Cosa cambia?

Probabilmente nulla, almeno da un punto di vista tecnico.

Trattandosi di parere non vincolante non sarà in grado di impedire la realizzazione dell’impianto.

Dalla Consulta però, è arrivato un segnale significativo che afferma il diritto delle regioni a partecipare al processo decisionale, specie nel caso in cui lo stesso abbia ad oggetto opere che hanno forti ricadute sull’ambiente.

Si legge in motivazione: “la Regione interessata deve essere adeguatamente coinvolta nel procedimento. Un adeguato meccanismo di rappresentazione del punto di vista della Regione interessata, che ragionevolmente bilanci le esigenze di buon andamento dell’azione amministrativa e gli interessi locali puntualmente incisi, è costituito dal parere obbligatorio, seppur non vincolante, della Regione stessa. Attraverso tale consultazione mirata, la Regione è messa nelle condizioni di esprimere la propria definitiva posizione, distinta nella sua specificità da quelle che verranno assunte, in sede di Conferenza unificata, dagli altri enti territoriali”.

Ebbene, recependo quanto statuito dalla Corte costituzionale, il Consiglio dei Ministri, il 18 febbraio scorso, ha adottato uno schema di decreto legislativo correttivo del d.lgs. n. 31 del 2010, che, per l’appunto, prevede l’obbligatoria acquisizione del parere.

Ciò nonostante, la corsa agli insediamenti non rallenta e, come da programma, i primi lavori nei cantieri potranno iniziare nel 2013 e la produzione di energia elettro-nucleare nel 2020.

Obiettivo: realizzare, entro il 2020, quattro centrali di terza generazione in grado di coprire almeno il 10% dei consumi di energia, vale a dire 6000 megawatt.

Ma le Regioni cosa pensano del ritorno al nucleare in Italia?

Ancor prima della pubblicazione del d.lgs. n. 31 del 2010, la maggior parte dei governatori regionali, all’epoca candidati presidenti di regione, hanno detto “no” al nucleare sul loro territorio.

Dieci regioni (Lazio, Umbria, Basilicata, Toscana, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Liguria ed Emilia Romagna), nel 2009, hanno mostrato la loro contrarietà al ritorno al nucleare sollevando questioni di legittimità costituzionale (ritenute, poi, in parte inammissibili e in parte infondate dalla Corte Costituzionale), relativamente ad alcune disposizioni, in particolare all’art. 25, contenute nella c.d. legge sviluppo (legge 23 luglio 2009, n. 99).

Dal canto suo, la Sicilia grida a gran voce “no” al nucleare. L’Assemblea regionale siciliana, lo scorso anno, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno contro la costruzione di una centrale nucleare. Il governatore Lombardo, in occasione di quella seduta, ebbe a dire: “ci batteremo perché in Sicilia non si parli più nemmeno lontanamente di nucleare”. In coerenza, l’assessore per l’economia, Gaetano Armao, a conclusione delle riunioni della Conferenza unificata e della Conferenza Stato-Regioni, tenutesi lo scorso 20 gennaio a Roma, ha confermato il suo orientamento negativo in merito allo schema di delibera CIPE (approvata dall’Anci) relativa alla “definizione delle tipologie degli impianti per la produzione di energia elettrica nucleare che possono essere realizzati nel territorio nazionale”

La stessa delibera è stata bocciata da altre sette regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Umbria, Puglia, Liguria).

Quattro regioni italiane (Veneto, Lombardia, Piemonte e Campania), invece, hanno espresso parere favorevole.

Anche la Sardegna si è schierata contro. Ugo Cappellacci assicura che “nessuna centrale nucleare verrà costruita nell’Isola: se vorranno farlo, dovranno passare sul mio corpo”.  Nel frattempo, il Presidente della Regione ha fissato il 15 maggio la data del referendum consultivo. Molto semplice il quesito proposto: Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?”.

Insomma, la sindrome Nimby (Not in my back yard, “non nel mio cortile”) sembra colpire un folto numero di regioni e dimostra essere bipartisan.

Ma, ad indorare la pillola ci ha pensato l’art. 23 del d.lgs. n. 31 del 2010, che disciplina la corresponsione di benefici a favore degli enti locali, delle persone residenti e delle imprese operanti nel territorio interessato dalla costruzione dell’impianto.

In particolare, le agevolazioni a favore di questi ultimi due consisteranno nella riduzione della spesa energetica, della TARSU, delle addizionali IRPEF, IRES e ICI.

E gli enti locali come reagiranno a queste lusinghe ?


CONDIVIDI
Articolo precedenteAvvocati, ridotti i crediti formativi obbligatori
Articolo successivoVessatorie le clausole contrattuali sul network management?

7 COMMENTI

  1. Moratoria sul nucleare, il Governo vara il decreto legge e fissa i referendum per il 12/13 aprile

    […] ulteriori approfondimenti, si rinvia agli articoli pubblicati qui e […]

  2. Il dibattito “nucleare sì -nucleare no” (io sono favorevole, come alternativa agli idrocarburi per la produzione “di BASE” e non per produzioni dovute a picchi locali o temporali), richiede una riflessione che va molto più a monte.
    DI chi è l’onore e l’onere di una decisione strategica, sia essa in campo energetico, sia esso in campo di politica industriale?
    Non ci sono troppi attori? Una politica strategica é compito del governo centrale … punto e basta. Basta confondere sondaggi su sondaggi e referendum che poco hanno di reale e molto di politico nella nauseante contrapposizione che attanaglia il paese da troppo tempo…
    Deve decidere il terrritorio? Ma allora perchè l’aut aut ad un wind farm al largo delle nostre coste ? Che danni creava?
    Allora perchè una delle migliori realtà tecnologiche dell’isola, la Moncada energy, deve costruire il più potente dei suoi impianti in Albania, salvo portare qui l’energia con cavodotto sottomarino?! Dov’è una strategia energetica?
    Quando passeremmo dal Nimby a pensare veramente al futuro? Energia vuol dire tecnica, senza centrali di 3° generazione nn ci saranno tecnici italiani per quelle di 4°, ne inventeremo mai nulla
    Vogliamo parlare di LCA? I fluidi termovettori dei pannelli, che pure danno fastidio alle anime belle, saranno mica acqua di fonte? Mi sa di no…
    Vogliamo parlare di progress? La prima wind farm off shore fu fatta tra Jutland e Svezia nel 2005, noi abbiamo il Mediterraneo, ma i sindaci della costa, su cui sorvoliamo, sono dei signorno.
    SIgnorno le wind farm, signorno il nucleare, signorno i rigassificatori…
    Signori, se la tecnica non conosce a fondo lo sporco, non riuscirà mai a creare energia pulita nostra!
    Quando sarà industrializzato il progetto Archimede?
    Domanda delle cento pistole: affidereste decisioni strategiche di questo livello ai vostri politici locali?
    Michele Zapparrata

  3. La tragedia del Giappone, almeno a parole, ha suggerito al Governo una pausa di riflessione. Riflessione su cosa? Forse sul fatto che esiste già il principio,di rango costituzionale, che pretende un passo indietro anche di fronte ai rischi potenziali? Forse sul fatto che l’Italia è a forte rischio sismico? Forse sul fatto che i nostri governati non sono stati in grado di realizzare grandi opere pubbliche senza che l’illegalità ci abbia messo il naso? L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Sarebbe ora di farla finita e di non prendere in giro i cittadini,trattandoli, peraltro, per babbei.

  4. Anche se non ci fosse stato la tragedia giapponese vorrei ricordare un dato:
    5.800 Mw di energia fotovoltaica istallata nel solo 2010 mentre il nucleare ne dovrebbe istallare 6000 Mw nel 2020 ! Forse!
    Se al fotovoltaico aggiungiamo l’ Eolico, il Geotermico, le biomasse e il risparmio energetico quanta energia rinnovabile si potrebbe produrre? Quanti posti di lavoro? Quanta ricerca? Quanti milioni di euro di investimento esteri in Italia?
    L’ultimo decreto legislativo penalizza fortemente il futuro del fotovoltaico e dell’eolico per agevolare il nucleare. Altri disoccupati certi.

  5. La tragedia del Giappone non può non far riflettere. La paura che i reattori possano da un momento all’altro aggravare il disastro atterrisce tutto il mondo. Ammesso che di aggravamento non si possa parlare già adesso. Si sa quali sono gli effetti delle radiazioni sul corpo umano. Uno dei presupposti necessari perché un impianto nucleare possa essere costruito è quello che poggi su un’area non soggetta ad eventi sismici. Ed i politici italiani questo lo sanno bene. L’augurio è che ci sia l’inversione di rotta. Ora.

  6. Andrebbe ricordato il principio di Ippocrate “primum non nocere”, per dargli la dignità che merita. Il dramma giapponese ha fatto sorgere il sospetto che l’uomo non sia in grado di prevenire nemmeno i pericoli oggettivi. Ma allora si può, ragionevolmente, credere che abbia pensato di occuparsi di quelli potenziali? Verità è che il principio di precauzione sembra essere lontano mille miglia dalla testa di chi ci governa.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here