Referendum sul nucleare, serve ancora?

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Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”.

È quanto si legge nell’emendamento n. 5800 all’art. 5 del decreto legge 31 marzo 2011, n. 34 (decreto legge “omnibus), approvato con 133 sì dal Senato lo scorso 20 aprile.

L’emendamento continua, abrogando fedelmente tutte le disposizioni sottoposte al quesito referendario e concedendo il termine di dodici mesi al Governo per l`emanazione di una strategia energetica nazionale.

A distanza di meno di un mese dal provvedimento che sospendeva per un anno l’efficacia  degli articoli  da  3  a 24, 30, comma 2, 31 e 32 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, il governo interviene sul testo con un emendamento che, superandolo, abroga tutte le disposizioni del quesito riguardante il nucleare.

Ma perché? Posto che alle urne dovremo recarci comunque, perché non dire la nostra anche sul nucleare?

Non va dimenticato che il 12 e il 13 giugno gli elettori saranno chiamati ad esprimersi anche sulla privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento.

Paolo Romani, ministro dello sviluppo economico, intervenendo nell’aula del Senato, spiega così: “I cittadini sarebbero stati chiamati a scegliere tra poche settimane fra un programma di fatto superato o una rinuncia definitiva sull’onda dell’emozione, assolutamente legittima, dopo l’incidente di Fukushima, senza però avere sufficienti elementi di chiarezza”. “Abbiamo rivisto l’impostazione sul nucleare data nel 2009 – aggiunge – e rinviamo una decisione così importante ad un chiarimento complessivo in sede Europea”.

A sentire le parole del ministro, quindi, chiamare al voto i cittadini sul tema del nucleare, a pochi giorni dal disastro di Fukushima, avrebbe avuto come risultato la rinuncia netta al programma di costruzione di centrali nucleari in Italia. Meglio disporre di strumenti adeguati, prima di prendere qualsiasi decisione. L’abrogazione della normativa che concerne il programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale degli impianti nucleari ha, evidentemente, come scopo quello di decretare l’uscita del nucleare dal referendum.
L’art. 39 della legge 25 maggio 1970, n. 352 (Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del Popolo), è chiaro sul punto: “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”.

La strada per la cancellazione del quesito referendario, di certo, è ancora lunga e non è detto che porterà ad una dichiarazione di quel genere. L’emendamento, infatti, dovrà prima essere convertito in legge e poi sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione.

Solo se la Cassazione riterrà l’emendamento in linea con lo spirito delle richieste dei promotori del referendum, potrà procedersi alla cancellazione.

Sembrerebbe filare tutto liscio, in fondo quasi tutta l’Italia è d’accordo nel mettere da parte l’idea della costruzione delle centrali.

Eppure, secondo l’opposizione, l’emendamento camuffa almeno due verità.

La prima è che non si tratta di un addio; sul nucleare, infatti, si ritornerà una volta conclusesi le elezioni.

La seconda è che, tolto il nucleare, il referendum perderà attrattiva. È indubbio, infatti, che, tra tutti, il quesito sul nucleare è quello  che più anima gli italiani. Il rischio è che non si raggiunga il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto e che la consultazione non venga ritenuta valida. Per evitare questo, l’opposizione si è impegnata a portare avanti, almeno fino a quando la Cassazione si sarà pronunciata, una campagna di informazione su tutti e quattro i quesiti, con la consapevolezza che il referendum è l’unico strumento in grado di evitare che sulle questioni oggetto di suffragio si legiferi una volta conclusa la bufera elettorale.

Sempreché la tornata referendaria non si riduca al solo sì o no all’abrogazione della legge sul legittimo impedimento. In un’intervista su Radio Anch’io, approfondimento del GR di Rai-Radio1, infatti, il ministro Romani ha prospettato un intervento ad hoc anche relativamente alla consultazione relativa alla privatizzazione dell’acqua. “Il referendum divide in due … E ho l’impressione che anche su questo tema sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo”, ha detto.