L’estate e i diritti degli animali abbandonati: Quello sei Tu (Tat tvam Asi)

Angela Bruno 07/06/11
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La Corte di Cassazione, decisione n.18892, depositata lo scorso 13 maggio, ha rigettato il ricorso proposto dal proprietario di un cane, il quale, per difendersi dalla condanna per abbandono di animali, ha sostenuto di averlo smarrito durante una battuta di caccia.

La Corte, ritenendo inverosimile la tesi dello smarrimento – dato che il cane era provvisto di microchip e il proprietario non ne aveva denunciato la scomparsa- ha precisato che “sia pure con connotati diversi,il concetto penalistico dell’abbandono è ripreso anche dall’art.591 c.p. in tema di abbandono di persone incapaci” e che “per abbandono va inteso non solo il mero distacco, ma anche l’omesso adempimento da parte dell’agente dei propri doveri di custodia e cura e la consapevolezza di lasciare il soggetto passivo in una situazione di incapacità di provvedere a sé stesso”.

In particolare, secondo la Cassazione, ”il concetto di abbandono, come delineato dall’art.727 c.p., non implica affatto l’incrudelimento verso l’animale o l’inflizione di sofferenze gratuite, ma molto più semplicemente quella trascuratezza o disinteresse che rappresentano una delle variabili in aggiunta al distacco volontario vero e proprio”.

Si avverte un significativo segnale verso i diritti animali, quali il diritto di vivere in libertà e di non soffrire, e un certo sforzo nel volere estendere ad altre specie animali alcuni diritti fondamentali dell’uomo. Ma ancora non ci siamo.

Senza voler considerare la risibilità della pena (mille euro), che la dice lunga rispetto al valore attribuito al bene da tutelare, penso che il cammino per il riconoscimento dei diritti animali sia ancora lungo, anche perché bisogna scegliere quale strada percorrere. Io ne conosco una e una ne indico.

“Tat tvam Asi” (Quello sei Tu): con questa bellissima frase i sacri testi indiani indicano tutti gli esseri viventi. Si tratta della “grande parola“, che esprime l’unione di tutti i viventi fra loro e con la natura intera.

Arthur Schopenhauer fa di questa espressione il pilastro della sua etica, riconoscendo in essa quella verità essenziale che descrive ne “II mondo come volontà e rappresentazione“.

Egli pensa che la Volontà di Vivere muova il mondo e si manifesti ad ogni livello di esistenza: è la dimensione interiore di tutti gli organismi , il motivo che li conduce a lottare per la vita. Una lotta cruenta per l’affermazione di una volontà su di un’altra, che comporta sofferenza per chi soccombe. Se “gli animali in tutti gli aspetti principali ed essenziali sono esattamente la stessa cosa che noi”, questo è dovuto alla comune origine metafisica di tutti i viventi. Detto principio metafisico si traduce, per Schopenhauer, in un imperativo morale, in una vera e propria guida etica.

In “Parerga e Paralipomena“, Schopenhauer racconta che gli indù e i buddhisti, in qualsiasi momento, pronunciano la frase Tat tvam Asi nei riguardi di ogni animale, per tenere sempre presente l’identità dell’essenza intima fra noi e loro e la natura tutta. La preghiera più bella, dice, è quella pronunciata a conclusione degli antichi spettacoli teatrali indiani: “Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore“.

Una tale saggezza è sconosciuta ai più. Gli animali, non solo sono considerati dei veri e propri oggetti, sottoposti al dominio dell’uomo, ma subiscono dallo stesso umiliazioni, sopraffazioni, abbandoni e maltrattamenti. Questa scarsa considerazione, purtroppo, trova radici sia nel Cristianesimo, religione che considera gli animali quali strumenti nelle mani dell’uomo (cfr., libro della Genesi), sia nella filosofia di Cartesio e dei suoi seguaci, secondo cui gli animali, essendo privi di un’anima razionale immortale, sono dei puri automi, incapaci di provare qualsiasi sentimento o dolore.
In sintesi è questa la recente storia che accomuna l’occidente.

All’lnghilterra però, va attribuito il merito di aver per prima riconosciuto dei diritti agli animali, dando un buon esempio al resto d’Europa e all’America. Ma il pensiero buono è e resta quello di Schopenhauer il quale critica tutti quelli, associazioni comprese, che avvallano l’idea di animale quale oggetto indiretto di diritti, alla stesso modo di Kant secondo cui gli animali andrebbero rispettati, non già perché degni di diritto, ma perché maltrattarli “smorzerebbe nell’uomo quel senso di compassione necessario nei rapporti morali con altri uomini“.

Ne “II fondamento della morale” Schopenhauer definisce questo pensiero “abominevole e rivoltante“, siccome priva gli animali di qualsiasi dignità, ritenendo l’uomo unico soggetto meritevole di considerazione morale e giuridica.

Egli sostiene: se è vero che la capacità di identificarsi con altri viventi nasce dal sentimento di compassione, tuttavia “non pietà, ma giustizia si deve all’animale“, poiché “l’animale è in sostanza identico all’essere umano“.

Bisogna essere ciechi in tutti i sensi oppure del tutto cloroformizzati dal foetor judaicus, per non riconoscere che l’animale, nelle cose essenziali e principali, è assolutamente la stessa cosa che siamo noi, e che la differenza sta soltanto nelle cose accidentali, nell’intelletto, ma non nella sostanza, che è la volontà”.

Ne “La Volontà della Natura“, Schopenhauer afferma “l’uomo è l’unico animale che fa soffrire gli altri al solo scopo di farli soffrire. Gli altri animali fanno ciò unicamente per soddisfare la loro fame o nel furore della lotta”. Perciò, “verrebbe da dire che gli uomini sono i diavoli sulla terra e le bestie le anime torturate“.

A proposito di tortura Schopenhauer non usa mezzi termini: “E’ giunta l’ora di porre fine in Europa alla concezione ebraica della natura, almeno riguardo agli animali, e di riconoscere, risparmiare e rispettare in quanto tale l’eterna essenza, che, come in noi, vive anche in tutti gli animali”.

Tutti i maltrattamenti che sono costretti a subire gli animali dovrebbero essere proibiti mediante la forza della legge, “e la polizia dovrebbe svolgere la parte assegnata al sentimento di umanità“.

Giunti a tal punto, un omaggio particolare va al cane, l’animale considerato da lui “più nobile, estremamente intelligente e di sentimenti fini“. Il cane, uno degli animali più sensibili al dolore, è anche quello più maltrattato. Spesso conduce una vita “di lento martirio e si trasforma così in bestia selvaggia […] incapace di affezionarsi; diventa così un essere che trema sempre e striscia dinnanzi a quel diavolo che è l’uomo! Preferirei essere derubato, piuttosto che avere dinnanzi ai miei occhi un simile strazio, se ne dovessi essere la causa”.

L’uomo, afferma Schopenhauer, è l’animale cattivo per eccellenza; perciò, è comprensibile il fatto che “molti di noi trovano assai migliore l’amicizia dei quadrupedi: ed invero, dove si potrebbe trovar sollievo dalle infinite finzioni, falsità e malizie degli uomini se non vi fossero i cani nei cui occhi leali si può guardare senza diffidenza?”. Egli è stato coerente. Ha avuto quel raro desiderio dei “fiori dell’eccezione”, amando profondamente Brahma: il barboncino chiamato Atma (“l’anima del mondo“).

A tale proposito, è sufficiente ricordare il suo noto aforisma: “Chi non ha mai posseduto un cane non sa cosa significhi essere amati”.