Chiama “Milf” una collega su Facebook: licenziamento legittimo

Redazione 20/02/15
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Mentre il governo si appresta a varare i nuovi decreti sul Jobs Act, arriva una notizia che rischia di rovesciare anni di sentenze sull’utilizzo dei social media come giusta causa per il licenziamento.

Il tribunale di Ivrea ha dato ragione all’azienda che ha licenziato un dipendente, reo di aver definito su Facebook una collega con l’epiteto di “Milf”, molto in voga negli ultimi anni soprattutto tra gli utenti del web avvezzi a navigare sui siti per adulti.

In sostanza, il lavoratore chiedeva il reintegro per la mancanza di giusta causa dal licenziamento, ma il giudice ha preferito ascoltare le ragioni della ditta, dal momento che quanto scritto sul social network era “potenzialmente visibile a tutti gli utenti dei social media”.

Solo in seguito alle pressioni dei datori di lavoro, infatti, il dipendente si è convinto a rimuovere il post nei confronti della collega. Ma ciò non è stato sufficiente a convincere l’autorità giudiziaria a disporre il ritorno al proprio posto del lavoratore.

Il giudice ha richiamato gli artt. 81 cpv, 595 c. 1 e 3 cod. penale, affermando che quanto scritto nei confronti dell’azienda e della collega, in particolare, rivestiva un fatto di assoluta gravità, tale per cui il licenziamento appare giustificato da parte del datore di lavoro.

Secondo quanto scritto nell’ordinanza del Tribunale, infatti, il termine “Milf” raffigurerebbe “pornostar al termine della carriera, con evidente caratterizzazione negativa, sia in relazione all’attività del soggetto, sia all’età avanzata in relazione alla professione medesima”

Il lavoratore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.

Ecco il testo dell’ordinanza

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