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Come avviare un business sulla canapa light

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Da quando la cannabis light è stata legalizzata nel nostro Paese (intendo, per tale, quella con un contenuto di THC inferiore allo 0,2%), il business della canapa leggera ha riscontrato un notevole incremento nel nostro Paese, con un’accelerazione piuttosto decisa nella prima parte del 2020. Ma in che modo avviare un business di canapa light, e far diventare la cura delle infiorescenze la propria attività imprenditoriale?

Un business in continua crescita

A titolo di premessa, giova sicuramente sottolineare come quello della canapa light sia un business in fortissima crescita nel mercato italiano. Grazie a una normativa ora più favorevole (e che ha il proprio perno nella legge 242/2016) e ad alcuni chiarimenti giurisprudenziali (avvenuti soprattutto nel 2019), oggi chi ha intenzione di entrare nel mercato della cannabis light lo fa in un contesto sempre più maturo e concorrenziale – con alcuni big di riferimento, come CBDexpress – ma dove non mancano certamente i margini di sviluppo, soprattutto in ambito locale.

Cosa sapere prima di iniziare

Premesse a parte, è ovvio che la prima cosa che bisogna comprendere prima di iniziare ad avviare il proprio business sulla canapa light sia legato alla necessità di avere la consapevolezza di farne una vera e propria impresa. Che, come tale, non può che rispettare tutte le previsioni di legge e le indicazioni ministeriali, piuttosto rigide in tal proposito.

Dunque, l’aspirante imprenditore dovrà prima di tutto regolarizzare la propria posizione nei confronti di fisco, enti previdenziali e assicurativi, Camere di Commercio e, contestualmente, informarsi su quali varietà di canapa seminare. I semi, come oramai noto, devono essere regolarmente iscritti nel Catalogo Europeo delle sementi, dove troveranno spazio solamente le varietà che contengono una quantità di THC inferiore allo 0,2%.

Fatto ciò, bisognerà sempre conservare con particolare attenzione la fattura di acquisto del seme e il cartellino che ne attesti la certificazione, da presentare nel momento di un controllo. Occorrerà altresì fornire giusta comunicazione della propria attività alla più vicina stazione delle Forze dell’ordine.

È evidente che la scelta delle sementi dipenderà dal proprio scopo. Una cosa è, ad esempio, investire in un impianto di produzione di canapa per l’utilizzo industriale delle fibre che si possono ottenere da tale pianta, e una cosa è invece quello di coltivare canapa per sbarcare sul mercato alimentare, e così via. Un chiaro business plan in questa fase iniziale potrà certamente chiarire le idee ed evitare il compimento di passi sbagliati.

Come inquadrare la propria attività: partita IVA e forme di tutela

Chiariti alcuni degli aspetti “tecnici” della propria nuova attività di impresa, cerchiamo di comprendere in che modo poter orientare correttamente tale business sotto il profilo giuridico e fiscale.

In primis, è bene sottolineare come l’attività si qualifica in tutto e per tutto come di tipo “agricolo”. Pertanto, l’imprenditore che desideri avviare un business di coltivazione e vendita di cannabis light dovrà:

  • divenire un agricoltore diretto, rispettando i requisiti di natura soggettiva e oggettiva previsti dalla normativa. Tra i più importanti ricordiamo l’impegno diretto – con il proprio lavoro o quello della propria famiglia – a garantire almeno un terzo del fabbisogno lavorativo aziendale. L’attività deve inoltre essere svolta in maniera professionale, ovvero abituale, e deve altresì essere svolta in maniera prevalente;
  • aprire una partita IVA presso la Camera di Commercio territorialmente competente. Trattandosi di un’attività agricola, bisognerà fare richiesta di apertura di apposita partita IVA agricola, usufruendo in tal modo delle relative agevolazioni fiscali. Si rammenta che a fronte di tali benefici è fondamentale qualificarsi (vedi sopra) come imprenditore agricolo, e dunque manifestare il possesso delle relative competenze professionali, della professionalità e dell’abitudinarietà della propria attività, e la prevalenza reddituale (ovvero, da tale attività l’imprenditore deve poter trarre almeno il 51% dei propri redditi).

In aggiunta a quanto sopra, l’imprenditore agricolo dovrà altresì assolvere i suoi obblighi previdenziali e assicurativi.

Ricordiamo infatti, pur in sintesi, che chiunque eserciti attività agricola ha l’obbligo di iscriversi all’INPS e versare i relativi contributi previdenziali (se l’attività agricola è l’unica attività o quella prevalente, nella gestione lavoratori autonomi agricoli). L’importo dei contributi è calcolato sulla base del reddito agrario.

Rammentiamo altresì che, se non ci si iscrive pur ricorrendo i relativi presupposti, non solamente l’imprenditore dovrà correre ai ripari il prima possibile, ma si vedrà domandare dall’Inps anche il versamento dei contributi arretrati con il limite della prescrizione quinquennale, maggiorati di sanzioni sugli interessi tra il 35% e il 70% dei contributi evasi, in relazione agli anni di evasione.

Infine, è fortemente consigliabile, al fine di tutelare il proprio investimento nel migliore dei modi, sottoscrivere una specifica polizza assicurativa per la propria attività agricola, a tutela di fabbricati, macchinari, attrezzature, serre, prodotti, scorte. Il costo di tale polizza è generalmente piuttosto contenuto, e facilmente “spalmabile” sul proprio fatturato, ma è in grado di conferire una notevole sicurezza e serenità per affrontare il proprio lavoro con la giusta tranquillità.



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