Questa legislatura, cominciata tra gli strali di un’elezione senza maggioranze, con l’exploit che portò alla ribalta, nell’ormai lontano 2013, la nuova aria del MoVimento 5 Stelle, si sta di fatto chiudendo nella mestizia e nell’afflizione. Forse in linea con l’aria sofferente del premier Paolo Gentiloni, il Parlamento si ha dato l’ok a una Legge di Bilancio che, nelle intenzioni di stesura, avrebbe dovuto garantire bonus e sostegno a diverse categorie in vista delle urne, ma che, in realtà, porterà in dote assai meno sostanza di quanto inizialmente promesso.

Lo si può notare, ad esempio, sul dietrofront in materia di bonus bebè, che alla fine verrà confermato ma solo per una annualità ai neogenitori del 2018. E quando una classe politica affronta la principale emergenza del Paese – dati Istat, 100mila nascite in meno in otto anni – con questi strumenti e questa convinzione, allora si può interpretare lo sconforto di un elettorato che si appresta a battere il record di affluenza per le elezioni politiche.

Sul tema aveva mostrato in passato una qualche sensibilità il Pd renziano, promotore del bonus all’epoca del governo del segretario. Ma i democratici hanno passato il Natale impigliati tra gli spini della questione Banca Etruria, colpevolmente riportata in auge dallo stesso partito in preda a un reflusso di tafazzismo, vizio che tanto ha nuociuto alle cause elettorali del centrosinistra negli ultimi vent’anni. E le premesse ci sono tutte perché la storia, in primavera, finisca per ripetersi, con buona pace di chi intravedeva cinque anni or sono l’inizio della mai nata Terza Repubblica.

Tra le riforme annunciate e poi rientrate nella legge di bilancio, c’è anche il mancato calo del canone Rai, che resterà di 90 euro ancorati alla bolletta dell’energia elettrica: zero sconti per il 2018, la tassa rimane invariata. Confermate negli ultimissimi giorni, invece, le assunzioni nella scuola, anche se si prevede la solita girandola tra nomine e di sostituzioni, per una stabilizzazione che per tantissimi precari resta ancora un miraggio.

Ma perché, pur a ridosso di un voto che potrebbe segnare i prossimi cinque anni – anche se gli osservatori sono pronti a scommettere che la prossima legislatura sarà molto breve – la legge di stabilità in via di approvazione non presenterà novità rilevanti in fatto di fisco o di welfare? La risposta è una sola: clausola di salvaguardia.

Se, infatti, l’Iva non aumenterà dal 22% al 25% con l’inizio del nuovo anno, lo si deve allo sforzo inserito proprio nella Manovra, il principale in termini di risorse stanziate, che impegna i fondi pubblici per più di 15 miliardi di euro e, si badi bene, per il solo rinvio dell’incremento a dicembre dell’anno prossimo. Insomma, si sono fatti quasi i salti mortali per rimandare una stangata che, tra dodici mesi, passerà in maniera più indolore non essendoci appuntamenti elettorali all’orizzonte.

In realtà, fare programmi troppo a lungo termine potrebbe rivelarsi un boomerang per le forze politiche. I sondaggi sono piuttosto incerti: la querelle di Banca Etruria ha certificato la caduta libera del Pd, che ora veleggia poco sopra il 20%, la metà di quanto raccolto alle europee di tre anni fa in piena luna di miele renziana. La rincorsa di Berlusconi, accelerata con l’affermazione alle regionali siciliane, pare in stallo e il M5S consolida la propria posizione come primo partito, ma senza i numeri necessari a governare in autonomia.

Portata a destinazione la Legge di Bilancio 2018, la palla passa al presidente della Repubblica Mattarella per l’iter di scioglimento delle Camere. Si entrerà allora nel vivo di una campagna elettorale che di fatto sta già animando il dibattito politico, sterile con non mai di contenuti e proposte concrete. E, a ben vedere, è proprio questo l’aspetto più avvilente: una politica che non solo non sa più dare risposte, ma spesso non conosce neanche le domande.

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