Lo scorso 20 aprile la Camera dei Deputati ha approvato le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” (disegni di legge NN. 2801 e connessi), a cui ci si riferisce comunemente con l’espressione “Ddl testamento biologico”. L’intenzione è quella di disciplinare il consenso informato del paziente ai trattamenti sanitari e agli accertamenti diagnostici, e parallelamente di introdurre nell’ordinamento l’istituto delle disposizioni anticipate di trattamento (le cosiddette DAT) in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, nonché lo strumento della pianificazione condivisa delle cure.

La Corte Costituzionale ha evidenziato più volte la presenza di un vuoto legislativo a livello statale negli ambiti sopracitati e il Ddl attualmente in discussione al Senato vorrebbe porsi come risolutivo.

Gli obiettivi fondamentali del provvedimento sono la valorizzazione del rapporto di fiducia tra medico e paziente, la tutela della dignità umana nella fase finale della vita e la garanzia del diritto all’autodeterminazione di ogni individuo. È proprio su questi obiettivi che si è aperto un dibattito che non ha solo una dimensione politica ma anche e soprattutto pubblica, poiché si vanno a toccare valori e principi etici che possono essere interpretati in modo diametralmente opposto.

Da un lato c’è la corrente di pensiero che chiede che la medicina possa essere governata non dalla legge naturale, che prevede la malattia come manifestazione della vita, ma da quella legge morale, riconosciuta dalla Costituzione, che sancisce il diritto di ciascuno di decidere per se stesso. Sono i sostenitori del Ddl, che anzi ritengono il testo sia stato snaturato in sede di discussione alla Camera per accogliere le osservazioni di cattolici e moderati.

In prima linea troviamo l’Associazione intitolata a Luca Coscioni, che fu presidente dei Radicali italiani e che, affetto da SLA e morto nel 2006, è diventato il simbolo del diritto a un fine vita senza accanimento terapeutico. Il testo del Ddl nasce proprio da una proposta di legge depositata dall’Associazione Coscioni più di tre anni fa e da quel momento si sono susseguite molteplici iniziative a sostegno della stessa – l’ultima è dello scorso 8 aprile, quando medici, operatori sanitari e notai si sono resi disponibili in 18 piazze d’Italia non solo per dare informazioni ma anche per autenticare gratuitamente il testamento biologico dei privati cittadini.

Dall’altro c’è chi evidenzia alcune criticità nel testo così com’è stato licenziato e chiede al Senato di intervenire per scioglierne i nodi – in particolare, di valorizzare l’alleanza terapeutica medico-paziente; di tutelare maggiormente i minori e gli incapaci; di escludere l’alimentazione e l’idratazione artificiali dai trattamenti sanitari e di considerarle come cure basilari; di dare carattere non vincolante ma solo operativo ai DAT; di preservare l’obiezione di coscienza di medici e personale sanitario come un diritto.

Queste richieste campeggiavano anche, tra le altre, sugli striscioni della settima edizione della Marcia per la Vita, che lo scorso 20 maggio ha riunito a Roma 25mila persone: un popolo che vuole difendere il valore assoluto della vita e tutti coloro che, deboli e indifesi, non possono reagire e vengono scartati dalla nostra società.

Lo stesso pensiero è stato alla base dell’intervento dello scorso 9 maggio presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato da parte della Comunità Papa Giovanni XXIII, rappresentata da due dei suoi membri: Luca Russo, autore del libro L’Eutanasia di Dio e papà di una delle 300 casa famiglia dove si accolgono bambini e persone gravemente disabili, e Antonella Perricelli, avvocato dell’ufficio legale della Comunità. “Condividiamo la nostra vita ogni giorno con persone con disabilità gravi e gravissime – hanno detto – e per questo riteniamo di poter contribuire ragionevolmente con le nostre osservazioni alla formulazione di una legge che persegua il bene di ciascuno e di tutti, rispettando la dignità delle persone più fragili e favorendo la crescita della nostra società civile in umanità e solidarietà”.

Sul tema è intervenuto anche Giovanni Ramonda, responsabile della Comunità fondata da don Oreste Benzi: “Questa proposta di legge affronta temi complessi e delicati come la vita e la morte in modo superficiale e semplicistico. C’è il pericolo che si lascino morire persone che si trovano in un momento di sconforto, quando invece noi sappiamo che anche chi vive una grave disabilità ha voglia di andare sulle alte vette, di vedere il mare, di incontrare un sorriso. La sofferenza – conclude Ramonda – non è data dall’handicap o dalla malattia, ma dalla solitudine che si crea a causa di queste condizioni”.

L’Italia è ad oggi uno dei pochissimi Paesi europei a non avere ancora una legge sul testamento biologico. A livello europeo si possono individuare tre diverse linee di pensiero, che sono riconducibili a tradizioni culturali e religiose. Da un lato troviamo Olanda, Belgio e Lussemburgo, che nei primi anni Duemila hanno legalizzato l’eutanasia; la Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito e possibile anche per i cittadini stranieri, e ancora la Spagna, che vieta l’eutanasia attiva ma rende di fatto accessibile il suicidio assistito e sancisce il diritto a rifiutare le cure. Dal lato opposto ci sono i Paesi conservatori, con in testa l’Irlanda, seguita da Grecia, Romania, Polonia e i Paesi dell’ex Jugoslavia: tutti prevedono pene severe in caso di qualsiasi forma di eutanasia. C’è poi la mezza via, perseguita da Norvegia, Germania, Francia, Gran Bretagna e Portogallo, in cui con apposite leggi e alcune restrizioni che variano da Paese a Paese si apre all’eutanasia passiva.

 

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