elezioni usa 2016

Ormai lo si legge ovunque: la parola che non può essere pronunciata, che per un presidente americano è sinonimo di sconfitta solo ad essere accostata al proprio nome, che significa “sconquasso” nelle istituzioni a stelle e strisce, è già di moda dopo poco più di cento giorni di amministrazione Trump. Impeachment.

Non era difficile immaginare che, prima o poi, si sarebbe arrivati a questo punto, dopo l’elezione alla Casa Bianca di un presidente “altro” da quelli che lo hanno preceduto, arrivato al potere dopo una cruenta campagna elettorale prima con i propri colleghi di partito per le primarie, poi contro l’arcinemica Hillary Clinton nella Election Night dello scorso novembre.

Un mandato, quello iniziato a gennaio, che ha già visto più di una bufera abbattersi sul nuovo inquilino di Pennsylvania Avenue, a cominciare dallo sciagurato bando  – poi ritirato – agli ingressi per alcuni Paesi ritenuti a rischio, che tanti disagi provocò negli aeroporti di tutto il mondo.


Ma ora, verrebbe da dire, Donald Trump ne ha combinata un’altra delle sue e i suoi avversari non hanno alcuna intenzione di fargliela passare liscia: licenziare in tronco il capo della FBI James Comey – tra l’altro, con un ruolo decisivo nel risultato elettorale, quando confermò a pochi giorni dal voto che le indagini sulle mail di Clinton fossero ancora in corso – è un gesto senza precedenti nella storia recente degli Usa, che non poteva non provocare strascichi.

E infatti, a seguito delle rivelazioni che avrebbero visto Trump rivelare informazioni riservate all’ambasciatore russo Lavrov, ecco che è arrivata la prima richiesta formale di Impeachment, avanzata dal deputato democratico Al Green.

Perché l’Impeachment è quasi impossibile

Affinché ai danni del presidente eletto si abbatta sul serio il ciclone impeachment, però, non è affatto sufficiente che qualche politico ne faccia richiesta. Secondo la Costituzione americana, questo strumento è da utilizzare quando il presidente si sia macchiato di “tradimento, corruzione o altri crimini e delitti”.

In realtà, l’impeachment non è mai stato usato fino in fondo nella storia degli Stati Uniti, perché Richard Nixon, ai tempi del Watergate, si dimise anzitempo per evitare la pubblica umiliazione, mentre altri presidenti come Bill Clinton lo hanno evitato grazie al voto favorevole delle Camere.

E qui sta il punto: allo stato attuale, nessuna procedura di impeachment può essere avanzata nei confronti di Donald Trump perché sia la Camera dei Deputati che il Senato sono a solida maggioranza repubblicana.

Benché i rapporti con il partito non siano mai stati idilliaci, infatti, è assai improbabile che un numero sufficiente di eletti con l’elefantino si convinca a voltare le spalle al presidente dopo pochi mesi.

Al momento, la Camera è controllata da 291 deputati repubblicani contro i 194 democratici, mentre al Senato i rapporti di forza sono quasi identici, con 54 membri del Grand Old Party e 48 dem.

Perché l’impeachment abbia successo, è necessario che la Camera dei deputati si esprima favorevolmente a maggioranza semplice su uno o più articoli relativi alla procedura. Se questo avviene, il presidente passa formalmente in stato d’accusa, avvenuto sia con Nixon che con Clinton.

Successivamente, tocca al Senato, presieduto da un Giudice della Corte Suprema, tenere un vero e proprio processo, con alcuni rappresentanti legali della Camera – che ha votato a favore – operanti in qualità di pubblici ministeri. Il presidente, com’è ovvio, ha facoltà di difendersi tramite i propri avvocati e la giuria chiamata a deciderne le sorti è il Senato stesso. Al termine del processo, infatti, i senatori dovranno votare con maggioranza dei due terzi per la colpevolezza, cioè con 68 “aye” su 102. Un numero assai elevato per i nemici di Trump.

Dunque, al momento “impeachment” è una parola buona per far risuonare qualche polemica sui mass media, ma non molto di più. È possibile che lo scenario politico muti sensibilmente nei prossimi mesi, specie all’avvicinarsi delle elezioni di Mid-Term nel novembre 2018, ma prima di allora disarcionare il presidente in carica rimane quasi impossibile: mancano i numeri, e in misura ancora più importante, le prove schiaccianti.

 


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