Emmanuel Macron, 39 anni, è il più giovane presidente della storia della Repubblica francese. Basta questo dato per poter immaginare una svolta che, a parole, sembra voler portare il Paese transalpino a guida del cambiamento soprattutto in Europa.

Eppure, come abbiamo avuto modo di vedere anche in Italia, età anagrafica e propositi elettorali non sempre finiscono per sposarsi con azioni concrete e decise per quelle svolte tanto invocate sia dalle classi popolari, quanto e soprattutto da una classe media ormai sfibrata.

È la borghesia in declino ad aver spinto il giovane tecnocrate all’Eliseo, portandolo a trionfare con oltre il 90% nell’area di Parigi, in cui l’altissima astensione dei giovani delle banlieue è comuqnue un dato che deve far riflettere e non poco il neo Capo dello Stato.

In ogni caso, l’onda populista montante con Marine Le Pen è stata respinta, malgrado i voti del Front National siano quasi raddoppiati rispetto all’unico precedente del 2001, quando padre Jean Marie arrivò a un insperato ballottaggio contro Chirac, ma non senza superare il 18%. Ora invece il rapporto di forza dice Macron 66% – Le Pen 34%, una proporzione che assesta un duro colpo all’antieuropeismo, non mette al riparo la Francia e l’Ue da ulteriori scossoni nel prossimo futuro.

Che Europa sarà con Macron

Innanzitutto, gli elettori francesi hanno scelto per un salto nel buio. Trentanovenne, Macron non solo non ha mai ricoperto una carica elettiva prima di ora, ma soprattutto ha fondato appena un anno fa il suo partito “En Marche!”, dimostrando fiuto ed abilità politica, ma lasciando più di un interrogativo sulla linea della propria presidenza.

Al momento, infatti, l’unico aspetto certo, più volte ribadito in campagna elettorale, è il convinto sostegno alle politiche europee, pur in un’ottica di rinnovamento che però non ha ancora trovato sfogo in una serie di proposte concrete. Macron si è fatto portavoce della richiesta pressante della società civile di modificare procedure e istituzioni a Bruxelles, e il rapporto che le decisioni lì condotte possano ricadere sui vari Stati.

Se ciò debba concretizzarsi in più Ue – ossia verso un avvicinamento ai chiacchierati Stati Uniti d’Europa – o in una minore ingerenza, pur nell’ottica dell’Unione, non è ancora dato certo su cui azzardare previsioni.

La posizione di Macron sembra avvicinarsi a quella di altri due quasi coetanei, il primo ministro greco Alexis Tsipras e l’ex presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, che non hanno risparmiato critiche all’Unione europea nel corso degli ultimi anni, salvo, però, poi venire a più miti consigli per non pregiudicare l’economia dei propri Paesi.

Macron, dal canto suo, diventa presidente per cinque anni, con un mandato fortissimo come quello di un sistema presidenziale, del Paese che più di tutti ha creduto e contribuito a costruire l’Unione continentale insieme alla Germania. Una potenza mondiale che, se davvero vorrà rifondare il patto a sessant’anni dagli accordi di Roma, potrà farlo con una credibilità e un piglio sicuramente più efficace rispetto a chiunque altro.

Alcuni aspetti del curriculum di Macron, però, lasciano alcuni dubbi sull’effettiva convinzione di un simile rovesciamento: la sua vicinanza a colossi finanziari non lascia immaginare assoluta intransigenza verso la Bce e le sue politiche tutt’altro che flessibili.

Sul fronte delle istituzioni, c’è da attendersi che Macron, così come Renzi e altri, sposi la proposta dell’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk per promuovere un’elezione diretta al prossimo rinnovo della carica. Un metodo che dovrebbe portare a una maggiore identificazione dei cittadini dei 27 Paesi con i vertici di un ente avvertito, spesso a ragione, lontano non solo geograficamente.

C’è, infine, la Brexit, argomento su cui ruoterà il dibattito europeo ancora per i prossimi due anni. In linea generale, dopo questa prima tornata elettorale sembra che il blocco continentale dell’Europa, che va dall’Austria, all’Olanda e infine alla Francia, abbia respinto, seppur non senza fatiche, la risalita dei partiti estremisti, populisti e desiderosi di ribaltare l’Unione. Resta da vedere cosa succederà nelle elezioni in programma in Germania e soprattutto in Italia. Di contro, la Gran Bretagna con Brexit sembra aver aperto la medesima strada seguita dagli Usa con Donald Trump, preferendo il ripiegamento interno, pur di abbandonare le logiche che hanno guidato scelte politiche ed economiche negli ultimi decenni. Sicuramente, l’elezione di Macron ha segnato uno spartiacque: avesse lasciato l’Eliseo a Le Pen, il progetto europeo sarebbe entrato in crisi forse irreversibile. Sotto questo cielo, invece, la lezione da trarre per l’Europa è una sola: è stato concesso altro tempo, ma ora non ci sono più alibi. Non cambiare nulla, stavolta, sarà davvero l’inizio della fine.


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