L’Europa, e non solo la Francia, è al bivio. Domenica 23 aprile si tiene il primo turno delle elezioni presidenziali e ben 11 candidati si sfidano in quello che si prospetta come l’antipasto, in attesa del ballottaggio di 15 giorni dopo, quando verrà decretato il nuovo presidente.

Si tratta della tornata elettorale più complicata, incerta e probabilmente decisiva per il futuro non solo di una nazione ma di un intero continente. Il quinquennio, del resto, che si va a chiudere è forse il più sanguinario e violento sul suolo francese dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 

François Hollande passerà alla storia come il presidente in chiusura di mandato con l’approvazione più bassa di sempre, colpa anzitutto del crescente clima di insicurezza che nel corso della sua permanenza all’Eliseo si è diffuso su tutto il territorio transalpino.


Ormai gli attentati che hanno colpito la Grande Nation non si contano più: c’è stata la strage a Charlie Hebdo nel gennaio 2015, seguita dagli attacchi coordinati la notte del 13 novembre successivo, poi proseguiti con la caccia all’uomo nelle banlieue, senza dimenticare la cruenta uccisione del parroco di Rouen e il “lupo solitario” delle scorse settimane all’aeroporto di Orly. Anni difficili, in cui Hollande non è mai riuscito ad avere in pugno la situazione, come apparve la notte del novembre 2015, quando venne scortato fuori dallo Stade de France a Saint Denis, finito nel mirino dei terroristi.

C’è poi da misurarsi con altri due fattori: il populismo ormai generalizzato, che porta gli elettori a scegliere strade avverse al modello globale, ritenuto responsabile sia dei problemi di ordine pubblico sia di quelli economici che attanagliano le economie occidentali, a partire dalla disoccupazione. Per questo, anche l’antieuropeismo potrebbe giocare un ruolo chiave nelle elezioni francesi.

Chi sono i candidati alle presidenziali

Appare dunque scontato come la candidatura di Marine Le Pen si trovi in pole position in questo scenario a dir poco cupo, in cui la diffidenza reciproca in un Paese multietnico come la Francia si è insinuata di pari passo alla paura. C’è poi un aspetto da non sottovalutare: la sua figura sembra non risentire delle ombre che sono state gettate su alcuni comportamenti passati, proprio come accadde, nei mesi scorsi, con Donald Trump, immune agli attacchi dei grandi media americani. Ecco perché la favorita del Front National sembra avere le maggiori chance di raggiungere il ballottaggio del prossimo 7 maggio, forte di un consenso che già oggi supera il 23%: in sostanza, un francese su quattro sceglierà lei alle presidenziali di domenica.

Il principale sfidante, però, segue di un’incollatura e si tratta del candidato riformista Emmanuel Macron, 39 anni, già ministro dell’Economia sotto il governo Valls e padre padrone del partito centrista “En Marche!”, forza alternativa allo schema classico dei partiti di destra e sinistra. Per lui, una sorta di Renzi francese sia per anagrafe che per posizioni sui temi economici, i consensi sarebbero intorno al 22%.

Da non sottovalutare, poi, la rimonta di Jean-Lùc Mélenchon, politico di lungo corso con due mandati al Parlamento europeo, che si situa su posizioni più ambientaliste e radicali rispetto all’equidistanza di Macron. La sua proposta assomiglia a quella di un Bernie Sanders in salsa francese, un socialismo popolare che ascolti i più deboli, non rinneghi l’importanza delle questioni “verdi” e critichi apertamente Bruxelles. Potrebbe essere lui l’outsider in grado di strappare all’ultimo voto il biglietto per il ballottaggio, e sfidare in una contesa del tutto inedita la nemica di estrema destra Le Pen.

Meno chance, rispetto al passato, per il candidato gollista dell’Ump: François Fillon, infatti, è riuscito a rimanere in sella nonostante i vari scandali susseguiti alle primarie dove riuscì a sconfiggere anche l’ex presidente Nicolas Sarkozy. L’inchiesta che ha scoperchiato il sistema di assegnare a parenti – in particolare alla moglie Penelope – alcuni incarichi pubblici senza alcun giorno di lavoro corrisposto, ha oscurato la sua pretesa all’Eliseo, ma senza disarcionarlo. Per lui, il consenso si aggira tra il 15 e il 20% e rimane un piccolo barlume di spuntarla per il confronto finale.

Tagliato fuori dalla corsa è invece il leader socialista ed ex ministro dell’Istruzione Benoit Hamon. La sua è ridotta ormai a una candidatura di rappresentanza, sia per gli strascichi dell’era Hollande, che per il fronte interno al partito, dove si era imposto alle primarie, ma perdendo poi alcuni appoggi essenziali come quello di Valls, che ha preferito il rampante Macron. Il confronto serrato con Melenchon, poi, sta smembrando i consensi a sinistra, rendendo il Psf ininfluente come mai era capitato negli ultimi decenni.

Altri aspiranti presidenti, ma con zero possibilità di andare al ballottaggio, sono Nicolas Dupont-Aignan per “Debout la France”, Nathalie Arthaud per “Lotta operaia”, François Asselineau (Upr), Philippe Poutou del “Nuovo partito anticapitalista”, Jacques Cheminade per “Solidarité et progrès”, Jean Lassalle per “Resistons”.

Il ballottaggio di domenica 7 maggio

Allo stato attuale, dunque, il ballottaggio più probabile rimane quello tra Macron e Le Pen. Un confronto che non dovrebbe vedere sorprese, con il giovane moderato che finirebbe all’Eliseo in carrozza, forte del voto di sbarramento, come già avvenne nel secondo turno 2002 tra Chirac e Le Pen padre. Diverso sarebbe il discorso con un arrivo al 7 maggio di un candidato come Melenchon, o anche lo stesso Fillon: per motivi diversi – l’uno troppo estremista, l’altro troppo compromesso – anche gli elettori meno schierati potrebbero turarsi il naso e votare Marine Le Pen. Per uno scenario che porterebbe dritto Parigi fuori dall’euro decretando, forse, la fine stessa dell’Unione europea.


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