Abbiamo un paio di buone notizie. Innanzitutto il piatto forte: la Nasa ha scoperto sette pianeti simili alla Terra, in orbita attorno a un sole un po’ più piccolo del nostro (ci ritorneremo dopo). Lo ha annunciato ieri. Di più: 3 di questi orbitano a una distanza tale dalla loro stella da essere abitabili e avere acqua liquida sulla superfice.

Come ha dichiarato Thomas Zurbuchen (associate administrator del Direttorato Nasa): “This discovery gives us a hint that finding a second Earth is not just a matter of if but when” (la scoperta ci suggerisce che trovare una seconda Terra non è una questione di “se” ma di “quando”).

Trappist 1: una piccola stella per un piccolo sistema planetario

In questa storia è tutto molto piccolo. Piccolo il telescopio con cui sono iniziate le ricerche, piccola la stella, piccolo il sistema che orbita intorno a quella stella. Sono piccole, non ci crederete, anche le orbite stesse. Un “anno” di uno dei pianeti in orbita intorno a Trappist 1 dura solo pochi giorni terrestri.

Oltre a essere di ridotte dimensioni, l’astro intorno a cui si regge il sistema appena scoperto è anche piuttosto freddo. Nonostante ciò tre dei pianeti scoperti orbitano a una distanza abbastanza breve da essere resi abitabili dal calore che proviene da Trappist 1.

La temperatura della loro superficie dovrebbe essere compresa fra gli 0° e i 100° gradi, il che potrebbe significare acqua liquida, enormi oceani e, forse, la vita.

Vi state chiedendo quanto sia davvero piccolo Trappist 1? La foto qui sotto (oltre a confermare che anche alla Nasa usano mele, palline e arance per spiegare ai figli come funziona il sistema solare) vi mostra le proporzioni fra il nostro Sole, rappresentato dal pallone da basket, e la stellina, rappresentato dalla pallina da golf.

terra

La scoperta dei pianeti “terrestri”

La notizia è di quelle forti, ma nonostante ciò è preso per lasciarsi andare a facili entusiasmi e sognare di trasferirsi un giorno su qualche nuovo pianeta. Innanzitutto bisogna dire che di questi pianeti, ancora, non si sa praticamente nulla. Le uniche informazioni che abbiamo sono quelle fin qui esposte.

Non sappiamo se hanno un’atmosfera, se vi è effettivamente traccia di acqua o se addirittura vi risiede una qualche forma di vita. Sappiamo solo che esistono, che la densità di alcuni loro lascia pensare che siano rocciosi, che sono alla distanza giusta e che, di tanto in tanto, passano davanti a Trappist 1 oscurandone la luce (è grazie a questa “ombra” che sono stati scoperti).

Oltre a ciò, le misurazioni eseguite su uno dei tre pianeti nella zona abitabile suggeriscono una composizione ricca di acqua. Un altro particolare interessante riguarda il giorno (la rotazione sull’asse): questi pianeti orbitano così vicini al loro sole che, probabilmente, rivolgono alla luce sempre la stessa faccia, mantenendo illuminata costantemente solo metà della loro superfice. Un fenomeno simile a ciò che succede alla Luna in orbita intorno alla Terra.

L’analisi dell’atmosfera ci dirà di più

Il prossimo passo, ora, sarà procedere con l’analisi spettroscopica della luce che passa attraverso l’atmosfera dei pianeti che si ritengono abitabili. Questo ci dirà da quali gas queste sono composte e, nel caso in cui trovassimo anidride carbonica, vapore acqueo o ossigeno potremmo avere la certezza che da qualche parte, lassù, c’è vita.

Le cattive notizie: la distanza

Purtroppo Trappist 1 dista dalla nostra Terra ben 40 anni luce, l’idea quindi di mandare qualcuno a testare l’abitabilità del posto (un po’ come accade in Interstellar per capirci) è ancora irrealizzabile. Certo, abbiamo la prova che pianeti simili al nostro esistono, che non siamo un unico caso fortunato in un universo freddo (e disabitato?).

Finalmente, dopo esserci aggrappati a teorie sui mondi possibili e su possibili pianeti abitabili, possiamo osservare direttamente cosa succede nell’universo reale, su Trappist 1.

Questo è il lato più interessante e più immediatamente applicabile della nuova scoperta, dato che fare affidamento a teorie e ipotesi non è mai sufficiente poiché, come ricordato da Sara Seager (professoressa di planetologia e fisica a Cambridge), “nature usually is smarter than we are”. Tradotto, semplicemente, la natura solitamente è più intelligente di noi.

Chiosa finale sui nomi dei tre pianeti della zona abitabile: E, F e G. Michael Gillon, l’uomo che ha guidato la loro scoperta, ha proposto di battezzarli tutti con nomi di birre belghe. Uomini di scienza sì, ma con senso dell’umorismo.


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