referendum 4 dicembre 2016

Ha vinto il no, e domani sarà uguale a ieri, almeno sulla Carta. Non è riuscito a Matteo Renzi il recupero annunciato nei giorni scorsi, dopo che i sondaggi divulgati 15 giorni fa davano il No stabilmente avanti sul fronte delle preferenze.

Alla fine, il No al referendum costituzionale, sostenuto da MoVimento 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, Sinistra italiana e da una miriade di associazioni e sigle, come Anpi, Cgil, Cisl e così via, ha prevalso contro l’impeto riformatore del governo.

I NO al 60%

Nel dato definitivo, una volta concluso lo scrutinio Italia+estero del referendum costituzionale di ieri, 4 dicembre,  i NO hanno raggiunto quota  59,11% mentre i SI’ si arrestano al 40,89%.


Si tratta di una sconfitta netta per Matteo Renzi, il quale ha annunciato in una conferenza stampa a Palazzo Chigi le dimissioni.

“Questa riforma è stata quella che abbiamo portato al voto, non siamo stati convincenti, mi dispiace, ma andiamo via senza rimorsi. Come era chiaro sin dall’inizio l’esperienza del mio governo finisce qui“, sono state le parole di Renzi.

Il quale ha poi proseguito: “Nel pomeriggio riunirò il consiglio dei ministri e poi salirò al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica le dimissioni“.

Addio Riforma Costituzionale

La riforma Boschi viene dunque rispedita al mittente, come già accadde, dieci anni e mezzo fa, con la “devolution” professata dall’ex senatùr Umberto Bossi e sonoramente bocciata dal popolo.

Dunque, la storia si ripete, ma questa volta il risultato potrebbe costare caro al presidente del Consiglio, colpevole di aver personalizzato la chiamata alle urne in misura eccessiva. Ora, infatti, si attendono le dimissioni del premier e per il Paese si apre una fase di incertezza dal punto di vista istituzionale.

Quale sarebbe la scelta operata da Mattarella?

E ora che Renzi, come annunciato, rimetterà il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica, quale sarà la scelta operata da Mattarella?

Alcune strade sono aperte al bivio Quirinale. La prima, che sarebbe la più semplice, ossia quella di rimandare il premier alle Camere per verificare se il suo governo possa godere o meno della fiducia necessaria a portare a termine la legislatura in scadenza 2018, oramai è chiaro non sarà percorribile.

La seconda, invece, prevede un incarico “di scopo” per riformare la legge elettorale, ora zoppa in quanto l’Italicum prevede esclusivamente l’elezione diretta della Camera. In questo caso, in pole position sarebbero alcuni possibili premier tecnici, come Pietro Grasso – del Pd, ma da esterno alla politica – o il ministro Padoan, che garantirebbe una continuità con le misure economiche.

Ultima strada, e più complicata, sarebbe quella delle elezioni: mandato il Paese di nuovo al voto, infatti, si potrebbe scatenare l’elezione più confusa della storia, con ben due sistemi elettorali – uno per la Camera e uno per il Senato – di cui quest’ultimo già modificato dalla Corte costituzionale, e l’altro in odore di bocciatura sempre dalla Consulta, che ne esaminerà il testo a breve.

 


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