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Non sa più cosa inventarsi Donald Trump per rimanere in cima ai titoli dei notiziari. Ora, pur di mantenere viva l’attenzione dei media, ha deciso di recarsi nientemeno che in visita ufficiale in Messico, proprio lì dove ha assicurato costruirà un bel muro divisorio qualora dovesse arrivare alla Casa Bianca.

L’occasione, come si dice in gergo, è gradita per ripercorrere alcune delle affermazioni più clamorose che il candidato ha rivolto verso lo Stato centramericano – e gli ispanici statinutensi – nel corso della recente campagna elettorale.

Trump e il Messico: una guerra verbale

“Costruirò un grande muro – e nessuno costruisce muri melgio di me, credetemi – e lo costruirò a costo zero. Costruirò un enorme muro nel nostro confine meridionale e farò in modo che il Messimo paghi per quello. Segnatevi le mie parole” (giugno 2015)


Quando il Messico manda da noi la sua gente, non manda il meglio di cui dispone. Manda le persone che hanno un sacco di problemi, e che portano i loro problemi da noi. Portano le droghe. Portano il crimine. Sono stupratori. E alcuni di loro, penso, sono brava gente” (giugno 2015)

“E voi vedete gente entrare e non mi riferisco solamente ai Messicani, ma a tutte quelle persone che arrivano da tutto il mondo, che sono assassini e stupratori e che arrivano nel nostro Paese” (luglio 2015)

“Il governo messicano è molto più furbo, molto più acuto, molto più astuto. E mandano avanti i peggiori perché non vogliono pagare per loro. Non vogliono prendersi cura di loro” (agosto 2015)

Non sono nostri amici, credetemi, ci stanno distruggendo economicamente” (novembre 2015)

“La gente che mi segue è appassionata. Amano questo Paese e vogliono rifarlo grande. Sono passionali” (commento alla notizia che due suoi sostenitori avevano commesso violenze su un senzatetto ispanico a Boston, agosto 2015)

“Purtroppo, la crescente mole di violenza nelle nostre maggiori città è commessa da neri e e ispanici. Una materia dura che deve essere affrontata” (giugno 2013)

La forza nell’eccesso

Ciò che più salta all’occhio è come, anche a distanza di anni, affermazioni così violente non abbiano causato l’oblio della sua figura, anzi l’abbiano sospinta verso un’insperata candidatura, complice anche un frammentato partito Repubblicano.

Oggi, Trump si reca dunque in visita ufficiale in un Paese che per gli Stati Uniti ha sempre significato un rapporto di convivenza tra alti e bassi, affermando di volersene definitivamente separare da un muro. Si tratta di un piccolo, ma fondamentale antipasto di quelle che potrebbero essere le relazioni della più importante diplomazia mondiale, se davvero, dal 2017, venisse affidata nelle mani di Donald Trump. Per ora, le esternazioni del candidato repubblicano hanno suscitato notevoli proteste nella comunità messicana, risvegliando un sentimento nazionalista assopito da parecchio tempo di là dal Rio Grande.

I sostenitori di Trump fanno scudo, affermando che la distensione dell’era Obama ha portato solo disastri come in Medio Oriente e nelle primavere arabe. Dunque, a loro avviso, nella politica estera sarebbe giunta l’ora di adottare le maniere forti del tycoon newyorchese.

Una volta ottenuta la nomination, Trump ha comunque cercato di smorzare i toni, ma i sondaggi delle ultime settimane, che hanno visto il recupero di Hillary Clinton su scala nazionale, lo stanno spingendo di nuovo verso posizioni estremiste.

A noi non resta che osservare con la giusta preoccupazione, tenendo ben presente un’altra, cruciale affermazione del probabile, prossimo presidente degli Stati Uniti:

“Mi spiace cari perdenti e haters, ma il mio quoziente intellettivo è uno dei più alti e lo sapete tutti. Per favore non sentitevi così stupidi e insicuri, non è colpa vostra” (maggio 2013)

 

 


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