paura

Dopo gli attentati di Nizza e di Monaco di Baviera, una delle frasi più ricorrenti sulla rete è quella pronunciata dall’ambasciatrice francese Catherine Colonna: “La paura non deve sopraffare l’intelligenza, la razionalità”.

Voglio quindi riallacciarmi a questo per una riflessione sulla paura.

Il filosofo apolide Jiddu Krishnamurti, nato in India nel 1895, che ha rivolto tutta la sua opera alla liberazione interiore dell’uomo, scrive nei suoi Taccuini: “Esiste la paura. La paura non è mai una realtà concreta, esiste prima o dopo il presente in atto. Quando c’è la paura nel presente in atto, si tratta davvero di paura? È lì e non c’è possibilità di fuga, di evasione. Lì, nel momento presente, nel momento del pericolo, fisico o psicologico, c’è un’attenzione totale. Quando c’è attenzione totale, non c’è paura. Al contrario, il fatto reale che manchi l’attenzione genera paura. La paura nasce quando si evita la realtà, quando si fugge. Allora, la fuga in sé è paura.”

Così è dunque la paura?


Possiamo definirla l’aspettativa o l’anticipazione mentale di un pericolo. Un meccanismo di reazione al medesimo, legato all’istinto di sopravvivenza e della quale siamo tutti dotati. In questo siamo simili all’uomo del Paleolitico e  agli animali. Ha lo scopo di proteggerci, segnalando un pericolo presente o imminente, che non stiamo necessariamente sperimentando nel qui e ora. Una reazione di paura accade ogni volta che sentiamo pericolo o quando ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo o sconosciuto che sembra potenzialmente pericoloso.

Almeno una volta nella vita abbiamo tutti provato la paura, in modo diverso e con maggiore o minore intensità.

Come funziona questo meccanismo che sperimentiamo a livello mentale, emozionale e fisico?

Cosa provoca nel cervello? 

Uno stimolo proveniente dagli organi di senso fa scattare un segnale verso l’amigdala, la regione del cervello preposta alla gestione delle emozioni.  Da qui si scatena una reazione biochimica portatrice di un ulteriore segnale verso due distinte aree cerebrali: verso la base del cervello provocando una reazione involontaria  di soprassalto o raggelamento, e verso  all’ ipotalamo scatenando  il sistema nervoso autonomo, responsabile delle reazioni di lotta o fuga.

La nostra attenzione è totalmente su quello che sta succedendo, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna si elevano e un’ulteriore sostanza (adrenalina) viene distribuita in tutto il nostro corpo.  A questo punto, la scelta comportamentale automatica è:

  1. Immobilità, blocco: la risposta evolutiva progettata per tenerci nascosti dai potenziali predatori
  2. Fuga, il più velocemente possibile “dopati” dall’adrenalina
  3. Attacco: se la fuga non è possibile, l’adrenalina aiuta a combattere.

Anche se ci sono persone che amano e ricercano l’effetto dell’adrenalina in corpo, la maggior parte tende a evitare ciò che teme, sia che si tratti di pericoli, i dolori o disagi causati da eventi del mondo esterno sia che essi siano creati, vissuti e rivissuti esclusivamente a livello mentale.

Se è normale e utile provare paura in situazioni di pericolo, quando queste diventano persistenti, non proporzionate all’input,  immaginarie e irrazionali, un meccanismo  nato come fondamentale per la sopravvivenza diventa disfunznionale e sabotante. Quesi sono i casi in cui, è più appropriato parlare di fobie.

Chi si ricorda “The Blair Witch Project”, film della fine degli anni Novanta metà strada tra il documentario amatoriale e l’horror, girato con una cinepresa amatoriale? Non mostrava nulla di oggettivamente pauroso, e l’effetto ansiogeno fu creato da una sapiente campagna di marketing e dalla prospettiva filmica in soggettiva, dal suono del respiro, dal rumore dei passi che calpestavano le foglie e da tutte le suggestioni nella mente degli spettatori, nella quale erano archiviate memorie di pellicole come “L’Esorcista” (a proposito, “Blair” come la protagonista Linda Blair), i film di Dario Argento, “Lo squalo” e tutto quello che l’Inconscio collettivo collega alla parola “streghe”, mistero, ragazzi scomparsi…..

Come nel film, può accedere infatti che queste emozioni di angoscia per pericoli oggettivi oppure ingiustificati ma reali per nostra mente diventino più forti dello stimolo che le provoca, ci travolgano, diventino ansia collettiva contagiosa (spesso amplificata ad infinitum dai mass media) che riduce il nostro potenziale, quando non arriva a limitare la nostra libertà di scelta e di azione diventando un potenziale e potentissimo strumento di controllo sociale, rafforzato dalla ripetizione di informazioni traumatiche ad alto impatto emotivo. Potrebbe venire da chiedersi se non ci stiano insegnando ad avere paura….

Alcune fobie, tra l’altro, non sono nemmeno nostre: provengono dal nostro matrix, ci sono state trasmesse inconsapevolmente o deliberatamente “per il nostro bene” fin da bambini e può accadere che non ci spaventi neppure lo stimolo in sé, ma associazioni inconsce, oppure quello che ci ricorda o ancora il significato che gli attribuiamo. Cominciano durante l’infanzia, possono persistere tutto per tutta la vita e circa il 15-20% degli individui le ha sperimentate almeno una volta nella vita.

Potrebbe interessarti il seguente volume:

L’individuo fragile

L’individuo fragile

Andrea Millefiorini, 2015, Maggioli Editore

Il processo di “individualizzazione” può essere definito come quel fenomeno culturale per il quale l’individuo moderno e contemporaneo tende 
a svincolarsi sempre di più dal controllo rigido 
e coercitivo esercitato da istituzioni familiari, educative,...



Cosa le persone temono di più?

Tra le cose che le persone temono maggiormente troviamo: la paura di dei ragni, dei serpenti, seguite da quella di parlare in pubblico.

E poi ancora, nell’ordine: paura delle altezze, degli spazi aperti o affollati, paura della gente, paura dei cani, paura di tuoni e fulmini, degli spazi angusti in genere, degli ascensori, dei germi, di volare in aereo, del cancro,  della morte,  del dolore,  della solitudine e dell’abbandono, del fallimento (che per inciso è più grande ostacolo al successo), del successo, di polli e galline,  degli aghi,  dell’acqua,  del sangue,  dei  medici in genere e in particolare dei dentisti, di prendersi impegni di qualsiasi genere,  di guidare in autostrada, di guidare tout-court, del cambiamento,  del buio, del numero 13, dei gatti neri, di passare sotto le scale o della sfortuna, dei  ponti, degli, dei topi,  di invecchiare,  della scuola, della tecnologia, del futuro, della povertà, del lavoro (ansia  sociale o stress prestazionale collegate), della felicità.

Un accenno a parte meritano poi le fobie sociali, quelle in cui si ha paura di essere giudicati, di trovarsi in imbarazzo di fronte ad altre persone oppure le paure causate dal considerare gli altri come potenzialmente minacciosi.

Le fobie sociali sono spesso culturali, e colpiscono uomini e donne di tutte le razze, età, ceti sociali, indipendentemente dal livello di scolarizzazione. Le più comuni sono: paura degli altri (degli stranieri, del diverso in genere), paura della criminalità, dei ladri, la paura di incontrare persone di un’autorità superiore, di scrivere, di telefonare, l’opinione del giudizio altrui, di fare brutta figura. Queste fobie hanno un forte impatto limitante nella vita personale e professionale. Alcuni rifiutano promozioni e altri si rifiutano di dare presentazioni, partecipare a riunioni o altre attività che coinvolgono le interazioni sociali. La più temibile:  parlare in pubblico, davanti alla quale scompare perfino la paura della morte, che nelle diverse classifiche fa capolino solo oltre il decimo posto.

Queste paure la cui intenzione positiva è farci evitare un disagio o di un problema nell’immediato, hanno insito il potenziale paradosso di provocare conseguenze negative nel medio-lungo. Sacrifichiamo la nostra felicità in nome del piacere (o evitamento di un potenziale dispiacere) del qui e ora. Alle volte, infatti, la paura è mascherata sotto forma di scuse o prudenza: quella “saggia” vocina che ci consiglia di stare al proprio posto, di evitare il pericolo o di non cambiare.

Avere paura non significa fermarsi o scansare tutti i pericoli reali o potenziali, né evitare di prendersi dei rischi. Cosa c’è di sicuro nella vita? Non esistono garanzie di nessun tipo. Realizzare i propri obiettivi o anche solo fare un passo avanti significa rinunciare alle proprie sicurezze.

Come superare, quindi paure e fobie?

Certamente dipende dallo stadio in cui queste si trovano, da cosa sono provocate, da quanto sono radicate in noi e quanto inficiano la nostra efficacia personale, se sono disagi, nevrosi, patologie.

Il contrario della paura è il coraggio. Coraggio non significa incoscienza, dileggio o disconoscimento del pericolo, ma la capacità di riconoscere la paura, accettarla come un’emozione naturale, e andare oltre i limiti, soprattutto quando sono auto imposti come frutto di costrutti mentali.

Il primo atto di coraggio è la consapevolezza data dal riconoscimento delle paure, da dove vengono, in quali situazioni si manifestano, se sono reali, giustificate e proporzionate. Identifica le tue paure, dai loro un nome. La conoscenza è potere!

Datti poi il permesso di accettale. Non c’è niente di male ad avere paura. La paura non ha a che vedere con la tua identità: non sei pauroso/a, ma hai paura. È solo un’esperienza, un’emozione che, in quanto tale, ti sta mandando un messaggio.

Evita di alimentarle, circoscrivile, ridimensionale, e analizza ogni paura:

  • Da dove viene questa paura?
  • Quando scatta?
  • Questo pericolo è reale o è nella mia mente?
  • Questa paura è mia o di chi altro?
  • Quali conseguenze provoca?
  • I suoi effetti sono utili o mi danneggiano?
  • Quale messaggio mi sta mandando?
  • Quante probabilità ci sono che accada quello che temo?
  • E se accade, come posso gestirlo?
  • Se oso, cosa mi può capitare al peggio?
  • Cosa direi ad un’altra persona se mi dicesse di essere limitata da questa paura?
  • Quale azione diversa o nuova – anche solo un piccolo passo – posso fare?

Se hai paura del futuro, chiediti cosa di questo futuro è in tuo potere o dipende da te. Se si tratta di catastrofi o eventi al di fuori della tua portata, accettali e chiediti quante probabilità ci sono che abbiano impatto su di te ed eventualmente cosa puoi fare. Se invece si tratta di paura delle conseguenze delle tue azioni, chiediti:

  • In che modo quello che sto facendo e come lo sto facendo inluisce sul mio domani?
  • Le mie convinzioni, emozioni, decisioni, azioni mi stanno avvicinando o allontanando dal futuro desiderato?
  • Cosa posso fare ancora di più?
  • Cosa invece mi sarebbe utile modificare e come?
  • Cosa posso fare inoltre?

Tieni un diario: scrivere è una tecnica fattibile, collaudata e potente per provocare cambiamenti positivi nella vita. Non si tratta di scrivere “Guerra e Pace”,  ma registrare tutto quello che ci bene,  da pensieri razionali riguardo ad una paura,  affermazioni positive da come l’abbiamo superata in varie situazioni, a qualsiasi cosa possa ispirarci idee o ispirazioni che colpiscono.

Utilizza a tuo favore l’energia della paura: l’adrenalina, la centratura, la focalizzazione sul momento presente e osa! Sperimenta, datti il permesso di sbagliare e di cadere. Otterrai dei feedback che ti saranno utili nel tuo cammino.

Trattati in maniera gentile e premiati facendo qualcosa che ti piace ogni volta che hai superato una paura.

E TU? DI COSA HAI PAURA?

COSA FARESTI SE NON AVESSI PAURA?


CONDIVIDI
Articolo precedenteVaccini obbligatori: cosa cambia adesso per i medici?
Articolo successivoRiforma Pensioni: nuove misure di flessibilità in uscita entro settembre? Ecco quali

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here