Il 10 gennaio 2016 il disegno di legge di riforma costituzionale Boschi ha superato il voto alla Camera, dopo quello in Senato dello scorso ottobre.

A questo punto i prossimi passaggi sembrano piuttosto scontati. In applicazione dell’art. 138 della Costituzione, vi sarà una nuova approvazione dei due rami del Parlamento (intorno al 20 gennaio al Senato e ad aprile alla Camera) e il quasi sicuro referendum confermativo. Quest’ultimo dovrebbe tenersi il prossimo autunno, anche perché si è già raggiunta la quota 126 deputati necessaria a richiedere la consultazione elettorale.

Se tutti questi passaggi avranno esito positivo, a partire dal 2017 avremo un sistema costituzionale profondamente trasformato, in particolare per via del superamento del sistema del bicameralismo perfetto. Verrà meno il sistema, eccezionale tra le democrazie moderne, dove i due rami del Parlamento hanno le stesse identiche competenze e analoga composizione.

Il bicameralismo, pensato dai costituenti come strumento per permettere una maggiore ponderazione e approfondimento sui provvedimenti del Parlamento, è da anni sottoposto a critiche per il rallentamento che comporta il doppio passaggio di qualsiasi provvedimento in entrambe le Camere: una legge non può entrare in vigore se non è approvata, con contenuto identico, in entrambi i rami dell’assemblea parlamentare . Dall’altro lato il sistema bicamerale rende particolarmente instabile l’operato del governo, essendo sufficiente il dissenso di una sola delle due parti del Parlamento per farlo cadere.

Dal bicameralismo perfetto a quello differenziato

Nel nuovo sistema di “bicameralismo differenziato”, al contrario, le competenze della Camera e quelle del Senato risultano fortemente diversificate, con un’importante limitazione dei poteri di quest’ultimo.

Infatti solo la Camera dei Deputati voterà la fiducia al Governo, e sempre la Camera sarà l’unica ad avere una competenza legislativa piena.

La necessità della approvazione del Senato, e quindi il sistema di bicameralismo perfetto, riguarderà solamente alcune materie: le più importanti sono leggi costituzionali, tutela delle minoranze linguistiche, referendum popolari, normativa di Comuni e città metropolitane.

Per quanto riguarda le altre leggi, il Senato potrà chiedere alla Camera d modificarle, ma questa non sarà tenuta a farlo. In particolare, se il Senato chiede alla Camera di modificare una legge che riguarda il rapporto tra Stato e Regioni la Camera potrà respingere la richiesta solo a maggioranza assoluta.

Il nuovo Senato

Il Senato cambia anche composizione, con il superamento dell’elezione diretta dei senatori. L’idea dei promotori della riforma è quella di tornare all’idea di un ramo del Parlamento che sia espressione delle istanze delle autonomie locali, come era stato inteso dalla Costituzione quando all’art. 57 ne ha previsto l’elezione su base regionale.

Il numero dei senatori sarà ridotto a 100, ripartiti in 74 membri dei Consigli Regionali, 21 sindaci, e 5 nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni. Spariscono, pertanto, i senatori a vita.

E’ particolarmente complesso il meccanismo di nomina dei Senatori rappresentanti delle Regioni, che era già stato modificato durante l’esame in Senato per garantire la loro legittimazione popolare dei membri.

Il testo del DDL prevede che saranno i cittadini elettori delle singole Regioni, al momento di eleggere i Consigli Regionali, a indicare quali consiglieri saranno anche senatori. I Consigli, una volta insediati, saranno tenuti a ratificare la scelta.

I membri rimangono in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale, con la conseguenza composizione del Senato che potrebbe cambiare maggioranza politica più volte nel corso della stessa legislatura.

Il nuovo rapporto tra Stato e Regioni

La riforma costituzionale rimette mano anche sul travagliato assetto dei rapporti tra Stato e Regioni, in particolare modificando l’articolo 117 della Costituzione.

Sono riportate in capo allo Stato alcune competenze come energia, infrastrutture strategiche e sistema nazionale di protezione civile. Ma si prevede soprattutto un nuovo e incisivo potere di intervento dello Stato sulle materie regionali: su proposta del governo, la Camera potrà approvare leggi anche nei campi di competenza delle Regioni, “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Altra novità è il meccanismo della “devolution” solo per le Regioni virtuose.  Solo alle Regioni virtuose – che realizzano un equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio – lo Stato potrà decidere di devolvere ulteriori poteri, comprese le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e il commercio con l’estero.

Inoltre sono definitivamente abolite le Province, così come sparisce il CNEL, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

Le critiche alla riforma

Oggetto di numerose opinioni critiche è il nuovo assetto dei rapporti tra poteri centrali e periferici: molti costituzionalisti, ma anche i partiti autonomisti, hanno sottolineato come si tratti di una riforma con effetti punitivi per le autonomie.

La creazione del Senato come rappresentante delle istanze locali non sarebbe comunque sufficiente a bilanciare i nuovi poteri previsti nel Titolo V della Costituzione.

In particolare le opposizioni si concentrano sulla nuova clausola di supremazia statale, che si fonda su presupposti generici e vaghi come “l’interesse nazionale”.

Una critica ricorrente al nuovo progetto è che si introduce un “presidenzialismo di fatto”. Togliendo la possibilità al Senato di revocare la fiducia al Governo, risulterebbe un sistema istiutizonale eccessivamente sbilanciato a favore dell’esecutivo.

Inoltre, sempre secondo gli oppositori della riforma, il bicameralismo differenziato sarebbe una forma di “monocameralismo” di fatto, visto il depotenziamento totale del Senato. Tanto varrebbe, secondo molti, eliminarlo del tutto.

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