Quando l’aereo scende nel cielo di Buenos Aires è giorno da poco, e le ali tagliano uno spesso strato di nuvole prima di immergersi nell’aria lattiginosa dell’estate argentina. Oltre il portellone dell’Airbus Iberia la mazzata di caldo è violenta, niente affatto trattenuta dalla paratie dei tunnel dell’Ezeiza International. 35 gradi alle nove di mattina, real feeling tre di più, di notte non si scende sotto i venti. Aria condizionata a manetta, Buenos Aires non ha corrente per tutti e distribuisce piccoli blackout. Caldo, un caldo allucinante e afoso, da farti sentire stupido con il golfino dimenticato addosso e da farti rimpiangere di non aver riempito la valigia di Tramontana, di gelida Bora a 180 chilometri. La megalopoli e capitale argentina è in fase di cambiamenti. È cambiato il presidente della Repubblica, Mauricio Macri, dal 10 dicembre alla Casa Rosada e che è di origini italiane, e tutti si aspettano i cambiamenti di cui, dicono, il Paese con la moneta più svalutata del Mondo ha bisogno.

L’Argentina aspetta la Dakar

Ma ne ha bisogno perché l’hanno sentito dire o perché sono necessari, i cambiamenti? Secondo i più, ed è d’accordo anche il tassista, sono addirittura urgenti, al punto che, vista la gravità della situazione… Macri avrà bisogno di molto tempo per rimettere le cose a posto, e quindi il giudizio sulla bontà del suo programma dipende squisitamente da quanto ne avrà a disposizione. Ma i cambiamenti meno vistosi, seppure costanti legati alle ore che passano, si notano nel come la Città aspetta la Dakar. Che non è ancora esplosa, e la cui invasione è silenziosa, discreta. La 38ma edizione è annunciata dai poster sui giornali e sui muri, ancora in versione pie’, pipa o quarto di pagina, dalle migliaia di transenne parcheggiate ai lati delle strade e pronte per ridisegnare il traffico di Baires, e dal fermento attorno e nell’area di Tecnopolis, l’immenso polo fieristico della tecnologia, inaugurato con una polemica alla fine degli anni “dieci” al centro del Parco del Bicentenario.

Tecnopolis ha già ospitato la Dakar, lo scorso anno. Partenza e arrivo. Quest’anno sarà solo la partenza del 2 gennaio, ufficiale e a metà, ovvero con la prima semi-tappa alla volta di Rosario, dove la 38ma edizione avrà il suo epilogo e da dove passa per sgranchirsi le gambe. Schermi giganti, hangar giganteschi, tutto è dilatato nelle dimensioni e perfettamente adatto alla mole della Dakar, pronta ad accogliere centinaia di migliaia di appassionati lungo i novemila chilometri di percorso in una sarabanda spettacolare di sport e di evento sociale ormai quasi del tutto argentino. La Bolivia aspetta anch’essa per i suoi due giorni di festa a metà del Rally, ma è l’Argentina che accoglie il “grosso” della manifestazione, qui raccolta nell’icona bianco e celeste della bandiera argentina.


 

Marc Coma

Niente Perù, arriva Marc Coma

Il Perù si è defilato temendo il Niño più violento degli ultimi cinquant’anni. L’Argentina lo teme anch’essa, ma lo affronta. Il “Bambino” terribile, intanto, ha già iniziato a martellare indirettamente con un’estate particolarmente afosa e con le inondazioni che flagellano le regioni del

Nord-Est del Paese, che dai corsi d’acqua trae una piccola parte dell’energia elettrica dell’Argentina e la metà di quella uruguaiana. Paradossalmente, alcuni passi andini che collegano Argentina e Cile sono chiusi, sempre a causa di alluvioni e frane, e gli “scienziati” dicono che il bello deve ancora arrivare, da qui a primavera. Precisione chirurgica. Non è difficile immaginare cosa sarà la fornace di Fiambala con la “spiaggiata” più lunga della sia storia nella seconda settimana del Rally, se non cambia il clima, questo è sicuro.

Tracciatori e ricognitori sono al lavoro per controllare che tutti i passaggi siano liberi, e la Dakar del debutto di Marc Coma in qualità di direttore sportivo non è delle più facili, ma forse per questo ci dobbiamo aspettare grandi cose nel contributo del Campione, del Campeon del Dakar, e prepararsi ad emozioni senza dubbio forti. La Città è pacifica, niente a che vedere o da spartire con lo “squartatore” isolato che non molte ore fa ha gettato metà della sua vittima in un cassonetto della spazzatura, e respira come un grosso polmone affaticato dal caldo. Il traffico è pacifico, ma bestiale. Sotto il sole in questi giorni la marea dei vacanzieri ha optato come succede da noi per una partenza intelligente, e mentre se ne vanno, e altri sfigati rientrano, le macchine si salgono addosso negli imbottigliamenti che non risparmiano neanche le autostrade.

Pacifica è anche l’invasione della Dakar, che ha scelto la grande nave di ASO per il trasferimento dei mezzi dalla Francia e gli aerei per il “materiale” umano leggero, o di lusso. I piloti degli aerei salutano, augurano buona permanenza in Argentina e buona Dakar, i doganieri chiedono a ripetizione: “Piloto del Dakar? Navegador?”, senza neanche guardare in faccia. Uno dice: “No, sono un emigrante, torno per salutare e passare le feste con la mia famiglia.” Un altro, quasi indispettito, ironizza scherzando: “Perché, non si vede?” Il doganiere alza gli occhi, poi scatta in piedi imbarazzato e si prostra davanti al Rey: “Mi scusi signor Carlos Sainz, non l’avevo riconosciuta!” da: automoto.it


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