Le ipotesi che in questi ultimi giorni si stanno alternando sull’inserimento nella prossima legge di Stabilità di meccanismi di pensione anticipata, per diventare prospettive concrete devono tenere conto del binomio bilancio pubblico-conti privati dei “prepensionati”. Binomio che va mantenuto in equilibrio nonostante le divergenze e le complessità del sistema dal momento che, mentre da un lato, una lieve penalizzazione a carico di chi riceve anticipatamente l’assegno previdenziale può rivelarsi eccessivamente costosa, dall’altro, un taglio forte rischia di rendere quella del pensionamento anticipato una scelta appetibile solo per chi, prossimo alla pensione, si trova senza lavoro.

In merito al bilancio privato, sotto il profilo fiscale, inoltre, da una pensione penalizzata scaturirebbe un reddito alleggerito che dunque risentirebbe meno del peso delle tassazioni locale e nazionale. Riportando l’esempio fornito dal Sole24Ore, con una penalità del 4% annuo, un’uscita anticipata di 12 mesi su due pensioni che, con uscita senza anticipi sarebbero di 20mila e 40mila euro lordi all’anno, implicherebbe un taglio di 800 euro lordi. Al netto delle tasse nazionali, regionali e comunali, tuttavia, la sforbiciata si attesterebbe a 548 euro, sorpassando di poco i 42 euro per 13 mensilità. La pensione netta slitterebbe così dai 1.272 euro netti dell’assegno pieno ai 1.230 euro dell’assegno decurtato del 3,3%.

Si tiene aperta la finestra anche su eventuali anticipi maggiori, passati in rassegna in questi gironi dai tecnici dell’esecutivo, alla quale però si affaccia l’ipotesi di un’escalation dei tagli. Estendendo, infatti, il meccanismo a un anticipo di quattro anni rispetto alle scadenze fissate dalle vigenti direttive, arriverebbe al 16% il taglio lordo. Ciò si tradurrebbe in 3.200 euro, che però calano a 2.192 a seguito delle ricadute fiscali, per la pensione da 20mila euro: poco meno di 169 euro mensili, vale a dire il 13,2% delle somme derivanti dai requisiti ordinari.


Tra le ipotesi sul tavolo di lavoro da inserire eventualmente nella manovra di Stabilità 2016, anche la nuova versione dell’Opzione donna per le lavoratrici da effettuare però senza il ricalco pensionistico col metodo contributivo, bensì ripristinando, mettendovi mano, le penalizzazioni progressive previste per gli altri. In questo caso si parla di una penalità del 3,33% annuo, con un anticipo previsto di 3 anni al massimo e con  ripercussioni quindi più lievi, con un taglio effettivo del 2,72% per l’ipotetica pensione da 20mila euro lordi. Le incognite al momento sono ancora tante, date dal fatto che la famosa flessibilità in uscita porta con sé una sequela rilevante di costi ai quali potrebbero non corrispondere altrettante coperture. Tra questi costi, in primis, gli assegni da riconoscere negli anni antecedenti  il raggiungimento dei requisiti ordinari, a cui fanno seguito i contributi mancati che il lavoratore non è più chiamato a versare.

Un primo concreto riscontro sulle misure previdenziali che potrebbero rientrare, se non in manovra, in un Ddl collegato, potrebbe arrivare già domani in occasione dell’audizione programmata a Montecitorio dalle commissioni riunite Bilancio e Lavoro di Camera e Senato dei ministri Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti, a confronto sul tema. Al centro dell’incontro, infatti, l’attuale stato delle risorse destinate alle misure di salvaguardia degli esodati. Le intenzioni emerse dall’Esecutivo sembrano lasciare spazio, più che a una nuova teoria delle salvaguardie annuali, a una soluzione strutturale che possa avere il minimo effetto sul disavanzo. Staremo a vedere.


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  1. Ogni volta che il governo parla di pensioni noto che va sempre a discapito del lavoratore ,a questo punto mi chiedo ma i nostri soldi versati per tanti anni di lavoro dove sono finiti

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