Sembra assai difficile che, in vista degli appuntamenti d’autunno, il Governo trovi le condizioni finanziarie e politiche per rimettere mano al tanto contestato impianto pensionistico della riforma Fornero in uno dei suoi aspetti più caldi, l’età della quiescenza, reinserendo il trattamento anticipato di anzianità (rendendo più flessibili i relativi requisiti) di cui  l’articolo 24 del decreto salva-Italia ha sancito il definitivo superamento. Il Governo sembra infatti avere altre priorità. Da un lato, c’è chi continua a sostenere la necessità di liberare dall’incombenza del lavoro una larga schiera di sessantenni (facendo così largo ai giovani), dall’altro invece chi teme di far lievitare i costi, già alti, della previdenza italiana.

Quella che al momento sembra prevalere è proprio la linea della prudenza: «Riguardo alle pensioni il principio della flessibilità in uscita per chi va in pensione è giusto, va valutato in termini di meccanismi e coperture» tuttavia «per il momento non è all’ordine del giorno della legge di Stabilità», sono state le parole del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan. Il ministro ha escluso anche la possibilità di un intervento a costo zero. Si tratta infatti di una prospettiva irrealizzabile anche qualora dovessero adottarsi penalizzazioni di carattere attuariale per chi anticipa il pensionamento. In ogni caso, il numero dei pensionati e la spesa pensionistica subirebbero un incremento. Negli ultimi giorni, non a caso, circola un documento diffuso dal Mef che illustra le tendenze della spesa pensionistica lungo uno scenario che raggiunge la metà del secolo, evidenziando i benefici scaturiti dall’azione stabilizzatrice, non solo della spesa pensionistica ma anche di quella pubblica, garantita dalle riforme.

Secondo le previsioni del Rapporto, infatti, dopo un’iniziale fase di crescita, attribuibile alla recessione economica proseguita anche lungo tutto il 2014, in relazione al Pil la spesa pensionistica fletterebbe fino a toccare il 15% nel 2027. Nel periodo successivo si delinea un aggiuntivo periodo di crescita che sembra protrarsi fino al 2044 dove il rapporto spesa/Pil arriva al 15,5%. Il rapporto sembra poi subire un brusco calo raggiungendo il 14,9% nel 2050 e il 13,7% nel 2060. Questi, dunque, i numeri che secondo il Mef spingono a sfavore di forme più flessibili di pensionamento. Per i pensionandi che speravano di lasciare il lavoro con uno o due anni di anticipo quindi le attese si allungano.


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