“Che c’azzecca?”, avrebbe esclamato Tonino Di Pietro, la cui figura è ritornata in voga negli ultimi tempi per la chiacchierata serie tv di Sky su Tangentopoli, “1992”, che lo vede tra i protagonisti.

Da qualche giorno, in Italia abbiamo il ministro delle Infrastrutture che ha dato il proprio nome alla riforma delle Province, una legge che non attua un mero esercizio istituzionale, ma il più grande rimescolamento di ruoli, funzioni, competenze e mansioni nella pubblica amministrazione, quantomeno dalla nascita delle Regioni.

A distanza di un anno, da quando cioè la nuova norma è entrata in vigore, Graziano Delrio ha dunque cambiato completamente la propria veste politica. Per lui, però, non si è trattato di un esubero, bensì di una promozione, passata attraverso un ruolo di prim’ordine, in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.


Ovviamente, manovratore di questi spostamenti che hanno coinvolto l’ex sindaco di Reggio Emilia è il premier Matteo Renzi, il quale, a un anno dal suo insediamento, sembra aver smarrito del tutto l’impeto rottamatore per un profilo più moderato, improntato alla cautela delle proprie scelte politiche e, in particolare, delle personalità chiamate a realizzarle.

Ancora, il consenso del premier è solido nel Paese – gli ultimi sondaggi davano il Pd al 36%, con MoVimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia lontani anni luce – ma Renzi sa bene che le fortune – e soprattutto le disgrazie – in politica si consumano in brevissimo tempo.

Così, con gli indicatori economici ancora piuttosto deludenti – alla ripresa delle assunzioni nei primi due mesi dell’anno, è subito seguito un incremento del dato della disoccupazione, vicinissima al 13% – e, soprattutto, di fronte agli scandali che tornano con preoccupante regolarità in cima alle pagine dei giornali, il premier non dorme sonni tranquilli.

Che la fase sia delicata lo testimonia questo vizio di affidare i posti chiave ai personaggi di sicuro affidamento, dal percorso politico noto e su cui ripone una fiducia totale. Tutto per prevenire ulteriori bufere e nuovi imbarazzi. Insomma, anche il presidente rottamatore ha il proprio cerchio magico e se lo tiene ben stretto.

Un rinnovamento al ministero delle Infrastrutture era d’obbligo dopo lo tsunami dell’inchiesta di Firenze, che ha portato all’arresto, tra gli altri, del funzionario e vero dominus del dicastero, Ercole Incalza. Ecco perché al posto del malcapitato Lupi – il quale, non indagato, si è dimesso, malgrado cinque sottosegretari siano coinvolti in inchieste, ma senza alcun contraccolpo politico – è stato chiamato l’ex presidente Anci, ex ministro degli Affari Regionali nel governo Letta e già sottosegretario a palazzo Chigi. Per un ministero delicato come quello che gestisce appalti e opere pubbliche, insomma, Renzi non vuole più rischiare di perdere la faccia e mette al vertice il fidato Delrio.

Un po’ come la decisione – maturata oltre un anno fa- di affidare alla renziana doc Maria Elena Boschi un ministero delicato come quello delle riforme, o – in epoca ben più recente – aver scalzato il testardo Cottarelli con il più mansueto Yoram Gutgeld nelle vesti di commissario alla spending review.

Il timore del presidente del Consiglio è che, in questa fase così delicata, in cui i risultati su lavoro ed economia stentano e a poche settimane dal via a Expo, l’immagine dell’Italia – e, dunque, del suo governo – possa venire scalfita, forse irrimediabilmente, da nuovi scandali, inchieste o rivelazioni. Del resto, che il 1992 e il malaffare dell’epoca siano lontani solo cronologicamente lo ha dimostrato non già la serie in onda su Sky, ma quel mai smarrito vizietto degli appalti gonfiati e dei favori agli amici, presente oggi come allora. E, così, non ci si stupisce troppo se alcune scelte – in gergo dipietrista – ci azzeccano tuttora, eccome.


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