“Green Hill”, prima storica sentenza: tre su quattro degli imputati sono stati condannati per le violenze inflitte ai cuccioli nel canile-lager di Brescia. La vicenda è molto nota e, quando venne alla luce, suscitò scalpore e indignazione: migliaia di beagle uccisi in nome della sperimentazione scientifica.

Addirittura, furono oltre 6mila i cani uccisi a seguito degli esperimenti svolti nella struttura bresciana: le bestioline venivano regolarmente soppresse quando non più utili agli obiettivi dell’azienda.

Una volta scoppiato il caso, venne disposto il sequestro immediato della struttura, richiesto dalla Procura e concesso dalla Suprema Corte di Cassazione a seguito dei riscontri scientifici sugli animali vittima dei maltrattamenti.


Così, oggi il Tribunale di Brescia ha emanato la sentenza, meno dura rispetto alle richieste del Procuratore, che punisce tre su quattro responsabile nel lager per amici a quattro zampe.

Ghislane Rondot, il cogestore di Green iIll 2001 da parte della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group ha subito una condanna di un anno e sei mesi, così come il veterinario Roberto Grazioni. Più bassa, invece, la pena per Roberto Bravi, direttore di Green Hill, che dovrà scontare un anno.

Mano morbida, invece, verso Bernard Gotti, l’altro cogestore dell’allevamento canino nella struttura. IN ogni caso, i colpevoli dovranno pagare un risarcimento di 31mila euro alla Lvv, lega anti vivisezione.

Le richieste del pubblico ministero Ambrogio Cassiani erano state più dure, arrivando a pretendere un minimo di due anni fino a un massimo di tre anni e sei mesi per gli imputati. “Alla Marshall no interessava la salute dei beagle – ha notato il pm – il punto era chiedersi se quelli malati sarebbero stati vendibili o meno. E curarli non conveniva: andavano sacrificati perché terapie intensive con antibiotici avrebbero comunque alterato i parametri chiesti dai clienti”.

 


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