È una notizia di questi giorni che, inaspettatamente, non sussistono le coperture finanziarie per consentire 4 mila pensionamenti nella scuola, previsti nel c.d. decreto Pubblica amministrazione.

Si tratta dei docenti rimasti penalizzati dopo la riforma Fornero, e soprannominati con l’enigmatica locuzione “quota 96”, perché lavoratori con 61 anni di età e 35 di contributi, oppure 60 anni di età e 36 di contributi.

Questi attempati dipendenti pubblici, dunque, ancora una volta non potranno lasciare il posto di lavoro, e dovranno restare al servizio della PA.

La vicenda in questione, oltre ad avere il sapore della beffa per i soggetti direttamente interessati, è anche un segnale d’allarme che dimostra il carattere estemporaneo di talune determinazioni portate all’esame dell’Esecutivo, nonché la preoccupante carenza di copertura finanziaria che le può talvolta caratterizzare.

A ben vedere, nessuna famiglia potrebbe andare avanti se non badasse a spese, facendo sistematicamente il passo più lungo della gamba, e un principio non diverso dovrebbe valere, a maggior ragione, per la compagine di governo che guida la nazione.

Nel nostro caso, soltanto nella fase avanzata della discussione del provvedimento si è appreso che, secondo il parere della Ragioneria generale dello Stato, non vi sono “economie accertate a consuntivo che possano fare fronte ai maggiori oneri valutati per l’attuazione del provvedimento, e non può considerarsi idonea una copertura finanziaria di oneri certi con economie di entità eventuale ed incerta”.

A margine dello spiacevole incidente, non sono affatto rassicuranti le interviste rilasciate a cadenza periodica dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sul soddisfacente stato di salute in cui si trova l’economia italiana.

Si è appreso, per esempio, che con le privatizzazioni in programma è stato ipotizzato di realizzare uno 0,7% di PIL per 10/12 miliardi, ma senza un conseguente riscontro nella realtà dei fatti, mentre nel documento di economia e finanza (DEF) dello scorso aprile era scritto che, con la legge di stabilità 2014, si dovrebbero fare 15 miliardi di tagli della spesa pubblica.

In questo quadro, è stato chiesto al ministro Padoan:

–         Si possono conseguire tagli selettivi per un importo così rilevante in un tempo così breve?

–         Non sarà che alla fine arriverà, come sempre, la doppia scure dei tagli lineari e di nuove tasse?

Per tutta risposta, il ministro osserva che “stentiamo a uscire da una recessione che è davvero profonda”, ma possiamo stare tranquilli perché “non ci sarà bisogno di una manovra aggiuntiva”, e il ”governo farà di tutto per evitare l’applicazione delle misure di salvaguardia in termini di tagli lineari o nuove tasse”.

Sarà poi vero che possiamo dormire sonni tranquilli?

Il commissario straordinario Cottarelli, ora sul piede di partenza, ci mette purtroppo una pulce nell’orecchio e rileva che “si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della spesa o, in assenza di queste, attraverso tagli lineari delle spese ministeriali”.

Secondo il commissario, il totale delle risorse che, per effetto di questo perverso sistema, sono state spese prima di essere state risparmiate ammonta ora 1,6 miliardi per il 2015.

Aggiunge perciò che ”continuando così nuove spese saranno finanziate o tramite risparmi che non sono stati ancora approvati a livello politico o attraverso i famigerati tagli lineari che la revisione della spesa vorrebbe evitare. È una situazione paradossale in cui la revisione della spesa (futura) viene utilizzata per facilitare l’introduzione di nuove spese”.

Dall’inquietante quadro descritto pare dunque emergere un grave “vulnus” dell’azione di governo, ossia la scarsa attenzione ai vincoli della finanza pubblica e al rispetto dei limiti spesa, presumibilmente a causa della fitta nebbia che spesso avvolge le decisioni politiche affette da un’esagerata ansia da prestazione.


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