Novità in arrivo dall’Europa per lo shopping, con direttive destinate a rivoluzionare le nostre abitudini di fare la spesa, per individui e famiglie residenti nel nostro territorio

Il 16 aprile 2014 il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura la proposta di direttiva che modificherà la“direttiva imballaggi” 94/62/Ce, e che risulta attualmente al vaglio degli organi consultivi della Comunità europea.

Nell’ambito di questa istruttoria, è degno di nota l’intervento del Comitato delle regioni, con alcune indicazioni pubblicate il 7 giugno 2014 per la messa a punto dei contenuti della nuova direttiva, da approvarsi successivamente in via definitiva.
C’è da premettere che il Comitato delle regioni è l’organo consultivo che dà voce agli Enti locali dell’Unione europea, e il ruolo istituzionale del Comitato è proprio quello di fare in modo che la legislazione dell’UE tenga conto della prospettiva locale e regionale.

Nell’esercizio di queste funzioni, il Comitato pubblica relazioni o pareri sulle proposte della Commissione, mentre a loro volta la Commissione medesima, il Consiglio e il Parlamento europeo devono specularmente consultare il Comitato delle Regioni, prima che l’Unione prenda decisioni su temi di competenza delle Amministrazioni locali e regionali.
In tale contesto, le indicazioni approvate il 7 giugno scorso dal Comitato delle regioni hanno un’autorevole voce in capitolo e, per quanto riguarda la nostra spesa domestica, comporteranno drastiche novità per il prossimo periodo.
Le richieste del Comitato delle Regioni per l’uso delle borse in plastica puntano a obiettivi minimi di riduzione, obbligo di strumenti economici per limitare il consumo e uno stop definitivo alla fornitura gratuita.
Nelle indicazioni del 7 giugno si legge che “i vantaggi commerciali offerti dalle borse di plastica (…) continuano a far sì che queste borse non siano riutilizzate affatto, o lo siano in misura ridotta, e che esse provochino su scala mondiale problemi di inquinamento da rifiuti delle acque e del suolo”.

Il Comitato osserva altresì che “la presenza di rifiuti costituiti da borse di plastica negli ecosistemi idrici non rappresenta un problema solo per i paesi che si affacciano sul mare, ma anche per quelli con grandi bacini lacustri, poiché una quantità considerevole di rifiuti viene trasportata dai fiumi. Una volta gettate, le borse di plastica possono resistere per centinaia di anni, prevalentemente sotto forma di frammenti: il volume complessivo di rifiuti costituiti da borse di plastica aumenta costantemente ed è considerato una delle principali sfide a livello globale”.

Di qui la proposta di far cessare in via definitiva la fornitura gratuita di tali oggetti ormai divenuti “proibiti”, e il ricorso obbligatorio a strumenti economici per spingere alla riduzione dei sacchetti di plastica.
È altresì previsto che gli Stati membri dovranno garantire che le misure adottate per ridurre i sacchetti di plastica non comportino un incremento globale della produzione di imballaggi.

Dal quadro globale descritto emerge, in altre parole, che le borse in plastica, in passato salutate come un pratico ausilio per rendere più facile e comoda la spesa quotidiana, oggi rappresentano in realtà un vero e proprio attentato all’ambiente, per l’impossibilità di garantirne lo smaltimento biodegradabile.

L’utilizzo dei sacchetti di plastica è tuttora un comportamento percepito come “normale” nella società dei consumi, caratterizzata dall’esplosiva proliferazione degli ipermercati e di centri commerciali, dove la gente soddisfa il bisogno inconscio dell’approvvigionamento di scorte, forse per esorcizzare la paura atavica di carestie o di scenari apocalittici.

Eppure la soluzione al problema in questione è più semplice di quanto si possa credere: il ripristino della vecchia e indistruttibile sacca di cotone, o, se si preferisce, il ritorno all’antica borsa a rete che non mancava mai in casa della vecchia nonna!


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3 COMMENTI

  1. L’autore scrive: “esplosiva proliferazione degli ipermercati e di centri commerciali, dove la gente soddisfa il bisogno inconscio dell’approvvigionamento di scorte, forse per esorcizzare la paura atavica di carestie o di scenari apocalittici”, io direi che non tutti hanno il tempo di andare a fare la spesa quotidianamente!
    Inoltre, non avrebbe senso acquistare una bottiglia d’acqua al giorno; non c’è nessuna paura atavica di carestie, molto più semplicemente e realmente, l’uomo si è evoluto, organizzato ed ha reso più logico il proprio vivere quotidiano.
    Le buste di plastica sono una comoditá, eliminarle è una scelta politica che non condivido. Sono ben altre le vere cause dell’inquinamento.

  2. La vostra disinformazione é pari alla vostra cattiva fede.

    La direttiva Europea cosí come é stata formulata prevede una riduzione degli shopper sotto lo spessore dei 50 micron, e sotto questa misura da la possibilità di vietare o di tassare.
    La direttiva non fa distinzione tra plastica derivata dal petrolio e bio plastica derivata da mais ed altri prodotti.

    La plastica derivata dal petrolio non è un materiale del diavolo, ma una risorsa perché sempre e totalmente riciclabile, e non è colpa dei produttori se in Italia ne raccogliamo e ne ricicliamo solo una parte.

    L’abbandono e la dispersione nell’ambiente dei sacchetti (e non solo di quelli) ed il conseguente inquinamento che si è utilizzato quale motivazione scatenante per una legge, è esclusivamente un problema di comportamenti umani. Il prodotto in questione non ha una pericolosità intrinseca, ne il sacchetto tanto meno i produttori sono colpevoli dell’abbandono, anziché del conferimento in discarica per il suo corretto riciclo.

    E’ come dare la colpa al sacchetto di plastica se qualcuno tenta il suicidio utilizzandolo.

    Come al solito non essendo capaci di risolvere il problema con l’educazione e l’informazioni dei cittadini si preferisce vietare … E piú facile.

    Andiamo avanti cosí a distruggere aziende imprenditori e posti di lavoro. Così ci resterà il nulla piú totale.

    Distinti saluti

    Luigi

  3. Quando metteranno mano alle spine tedesche ? possibile che o una casa zeppa di eletrodomestici con le spine tedesche,in pratica venduti non funzionanti e che ci obbligano a comperare la riduttrice …immondo spreco … chi esporta deve avere l’obbligo di vendere aparecchi in linea con gli standard del paese … mi e capitato più volte di comperare ogetti o televisori con inciclopedie dentro … libretti in tutte le lingue … si oblighi ad esportare con le istruzioni del paese più una lingua comune..ad esempio inglese … e si risparmieranno montagne di carta e di alberi … ma i politici hanno gli occhi foderati di prociutto,non vedono quello che vedono i normali cittadini ?

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