Oggi, 8 agosto, è la data cruciale delle riforme. O, almeno doveva esserlo, quando il dibattito, infuocato delle ultime settimane, aveva fissato questo giorno come quello decisivo per l’approvazione del ddl a palazzo Madama.

E invece, secondo quanto è stato definito negli ultimissimi giorni, nulla di tutto questo dovrebbe accadere in giornata al Senato, se non un ennesimo, acceso dibattito sulla mole incredibile di emendamenti che si è abbattuta sul testo che dovrebbe riscrivere l’architettura istituzionale e alcune prerogative del Parlamento.

Nello specifico, infatti, benché il dibattito sulle riforme tolga la scena alle riforme stesse, sul tavolo si trovano alcune delle più importanti istituzioni democratiche del nostro Paese, a cominciare dal Parlamento, in particolare, come noto, dal Senato, per passare al referendum e allo stesso presidente della Repubblica.

Referendum

Secondo il testo arrivato in aula, qualora non intervenissero emendamenti significativi, dovrebbero cambiare i termini per l’indizione delle tornate referendarie di carattere abrogativo.

Nello specifico, non saranno più sufficienti 500mila firme, ma un milione, mentre la sussistenza del quesito posto potrà essere valutata dalla Corte costituzionale, che vedrebbe, insomma, aumentato il suo potere di arbitro.

Quorum. Anche sul fronte della validità del voto sul quesito, cambia il metro di misura. Se prima, infatti, avrebbe dovuto esprimersi a favore o contro il quesito almeno il 50%+1 degli aventi diritto al voto, ora basterà che a esprimersi si sia presentato all’urna un elettore in più della metà che hanno partecipato alle precedenti elezioni politiche.

Il Presidente della Repubblica

Secondo il disegno di legge costituzionale, frutto dell’accordo tra Partito democratico, Forza Italia, Lega Nord e le altre componenti politiche di maggioranza e di opposizione, con esclusione di MoVimento 5 Stelle e Sinistra, Ecologia e Libertà, anche i criteri per l’elezione del Capo dello Stato cambieranno con il nuovo ordine istituzionale. Così cambierà l’articolo 83 della Costituzione:

Com’è: attualmente, alle prime tre chiame per l’elezione dell’inquilino al Colle, serve la maggioranza dei due terzi dei delegati al voto. Dalla quarta in poi, si passa a maggioranza assokluta.

Come sarà: dal primo al terzo scrutinio tutto resta immutato, mentre dal quarto all’ottavo, si passerà ai tre quinti per diventare presidente. Solo dal nono turno di votazione, sarà sufficiente il 50%+1 dei voti.

Senato

Al centro di tutto, però, c’è la Camera alta, quelal ormai ritenuta “superflua” che dovrebbe firmare, proprio in questi giorni, la propria condanna a morte. Da questo, dipende l’esito felice o meno del tentativo di riforme e, con esso, molto probabilmente, la durata della stessa legislatura.

Com’è: attualmente, i Senatori sono 315, eletti secondo un sistema elettorale regionale di carattere proporzionale, che prevede singoli premi di maggioranza per le coalizioni vincitrici in ciascuna regione.

Come sarà: il Senato non sarà più elettivo, almeno nella versione originale del ddl. I componenti di palazzo Madama dovranno passare a 100 unità, di cui 95 nominati tra consiglieri regionali e sindaci di centri di particolare rilevanza, e gli altri 5 prerogativa del Presidente della Repubblica. I seggi verranno attribuiti con sistema proporzionale.

 

Di seguito un video sugli emendamenti più esilaranti al ddl Boschi


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